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Il materiale rinvenuto nella grotta della "Madonna della Serra" (scheletri umani e di animali addomesticati, vasi neolitici) avvalora la presenza dell’uomo della preistoria nel territorio giuggianellese. Agli albori del 900 la Messapia venne a essere occupata dalle colonie dei pelasgi Cretesi, che iniziarono nella zona una vera e propria opera di accampamento. Politicamente e logisticamente divisi in due società presero il nome di Lapigi-Messapi abitanti dell’alta Messapia e Salentini abitanti del basso Salento, dando luogo alla fondazione di varie città, con relativa cinzione muraria, quali Manduria, Vereto, Vaste, e Muro Leccese. Nel 924 però giunse immancabile la reazione di Romano imperatore di Costantinopoli che, sdegnato per l’azione dei ribelli Pelasgi, distrusse per mano barbarica quasi tutte le città e fra queste Muro Leccese, che all’epoca accreditava non meno di 5000 famiglie. Distrutta la cittadina di Muro, i suoi abitanti si suddivisero in vari gruppi, formando nelle adiacenze dell’antica città dei piccoli casali, come Moriggino, Sanarica, e Giuggianello. Nel 1192 Tancredi, re di Sicilia e conte di Lecce, volle ricompensare venti leccesi che si erano distinti al servizio al Conte Roberto, con l’investitura di Baroni e l’assegnazione di alcuni feudi. Ad Evangelista Lubello di San Cassiano fu dato in feudo Maglie - Giuggianello. ( molte furono le famiglie che si contesero il feudo di Giuggianello quali: i Martino, dei Basurto, dei Guarini, e infine i Veris). Negli anni successivi questi casali caddero sotto il regime del principe di Taranto Giovannantonio Orsini e nel 1434 si giunse alla delimitazione dei feudi di Muro , Sanarica, Giuggianello, Minervino. Confini questi che furono causa di gravi e sanguinose discordie. Altre discordie seguirono anche sotto il lungo governo vicereale dei Conti di Castrillo e Pennarande che raggiunsero il culmine il 21 aprile 1669 in occasione di una festa dedicata a Maria Vergine di Miggiano ( nelle adiacenze di Muro ), in cui si registrò un sanguinoso scontro tra gli abitanti di Giuggianello, Sanarica e di Muro, represso, poi, dall’intervento del governatore Angelo e dei suoi squadriglieri. E lungo andare questi dissidi portarono alla decadenza di alcuni Comuni quali Sanarica e Giuggianello che vennero così a perdere la precedente floridezza. Nel regno di Napoli, dominio della corona spagnola, la pressione tributaria e le servitù militari, soverchiavano una popolazione economicamente debole e in condizioni di cronico squilibrio sociale, il disagio venne sempre crescendo e, non mancarono sommosse. Tra la fine del 1600 e l'inizio del 1700 l'Italia fu teatro dello scontro tra le potenze europee. I Savoia aumentarono il loro peso politico, mentre al dominio spagnolo si venne sostituendo quello austriaco ( trattato di Utrecht del 16 aprile 1713 ). L'Italia della fine del Settecento fu travagliata da un'acuta crisi sociale, rappresentata in particolare dalla crescente miseria delle popolazioni contadine, su cui si innestava la crisi della politica riformatrice, che nasceva dal contrasto tra l'autoritarismo dei sovrani e la debolezza delle forze innovatrici; inoltre quasi tutti gli Stati italiani si trovavano in difficoltà finanziarie. Su questa situazione doveva influire potentemente la Rivoluzione francese, le cui idee trovavano un terreno particolarmente adatto nei gruppi più vivi dei ceti intellettuali italiani. Si formarono minoranze "patriote" e giacobine, in parte derivate dalla massoneria, che iniziarono una vivace attività cospirativa accompagnata da repressioni poliziesche ed esecuzioni capitali. Napoleone iniziò la sua penetrazione in Italia nel marzo 1796 e nel 1805, divenuto imperatore, assunse il titolo di re d'Italia e trasformò la Repubblica Italiana in Regno d'Italia Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), sorse la speranza che fosse possibile ottenere per i regni napoleonici in Italia l'indipendenza sia dalla Francia sia dall'Austria. Le sorti dell'Italia vennero definitivamente decise dal congresso di Vienna, che restaurò gli antichi sovrani. Dopo la Restaurazione si diffuse in tutta Italia il desiderio di indipendenza. Ovunque si costituirono sette segrete e gruppi rivoluzionari. Nella prima metà dell'800 il Regno di Napoli fu la terra dove più si diffusero le Sette fra ogni ordine di persone, nelle città e nelle campagne. Nei primi anni dopo la rivoluzione francese qui si contendevano il terreno i Carbonari, i Trinitari, i Filadelfi, i Decisi e poi via via altre sette minori ancora; associazioni tutte che, varie nei mezzi e nella forma organizzativa, miravano in fondo ad un unico fine: indipendenza e libertà. Non essendo dichiaratamente avversa alla Chiesa, la Carboneria aveva attratto a sé buon numero di preti e frati. A livello provinciale funzionava un'organizzazione chiamata A. V. (Alta Vendita) che si occupava di coordinare l'azione di ogni setta. Si occupava di esaminare lo stato dello spirito pubblico della provincia e doveva proporre tutti i mezzi necessari, nel tempo e nelle circostanze, a dirigere le azioni da attuare. Doveva occuparsi, anche della propaganda delle idee, per tener viva l'agitazione; ed a questo doveva sicuramente riuscire con le numerose vendite che si aprivano qua e là. Nella sola Lecce ve ne erano sei. Prendevano tutte nome dell'Idume, antico ruscello che scorreva nella zona . Sparse nella provincia ve ne erano 27. Caratteristico del nome era che venivano tratti dalla storia di Roma: a Galatina "Li Novelli Bruti"; a Corigliano d'Otranto "I Figli di Attilio Regolo", a Taviano "I Regoli", a Lequile "I Figli di Catone", a Ginosa "I Novelli Cassi", ed altri come: ad Acaia "Il Buon Senso", a Otranto "l'Idro", a Nardò "La Fenicia Neretina", a Gallipoli "l'Asilo dell'Onestà". Dai documenti consultati si ricava che, intorno al 1815, nella provincia di Lecce erano aperte 33 Vendite. Tutte dovevano contribuire efficacemente a tener desto il movimento politico, a disciplinarlo ed ordinarlo. Attraverso la consultazione delle liste fatte compilare dal governo borbonico dopo l'insurrezione del Cilento, risulta che i settari venivano reclutati in maggior numero fra i proprietari, i liberi professionisti, gli industriali, i sacerdoti, fra la classe dirigente insomma. Nei documenti detti "osservazioni" si è riscontrato che la maggior parte dei settari erano classificati come effervescenti o riscaldati. La condotta politica dei settari era pessima, secondo la polizia, cioé continuavano, anche dopo il Nonimestre ( il periodo costituzionale di Napoli durato nove mesi e cioé dal 13 luglio 1820 al 24 marzo 1821 ), a mostrarsi ostili al governo. Per essere ammesso nelle vendite bisognava essere proposto da un "cugino", si votava poi sulla proposta con palle bianche o nere. Vi furono alcuni, però, che alla prima occasione, si ritirarono dalla setta, e nella reazione del 1821 smentirono la loro "effervescenza" del Nonimestre, cercarono di nascondere la loro ostilità al governo e si mostrarono pentiti dei " trascorsi errori ", come é detto più volte nei registri. Datisi spie e delatori in braccio della polizia, si meritarono dai diffidenti Giudici Regi un " commendevole " e un "ottimo" persino in condotta. Nella provincia di Terra d'Otranto come abbiamo visto, operavano le sette dei Carbonari, dei Trinitari, degli Edennisti, dei Decisi, dei Filadelfi. Queste ultime, che erano più diffuse nelle campagne e nei ceti inferiori, si sciolsero fondendosi con la Carboneria, la quale era composta da elementi borghesi. La mira che aveva la Carboneria, specialmente nel Napoletano, era di penetrare nell'esercito. I documenti consultati nulla ci dicono in proposito. Però nel vedere che la maggior parte dei settari ebbero posto e grado nelle legioni costituzionali, si potrebbe supporre che molti di loro fossero stati soldati e si fossero aggregati allora alla setta. Le sette nella Puglia, quindi, ebbero lo stesso corso storico che nel resto del Regno di Napoli, dove contribuirono grandemente a tener vivo il sentimento di libertà, a destare la coscienza di italianità. Con la nomina ad Intendente della Provincia di Terra d'Otranto del Marchese Ferdinando Cito, nel 1823, inizia dopo l'operazione militare del generale Church, l'effettiva lotta alle sette segrete. Non appena insediato, egli si circondò prima di personaggi che erano, per nascita, contro chi aveva tramato in favore dell'unità d'Italia e, poi, riprese le inchieste sulle sette, che i suoi predecessori (Guarini e Cammarota) avevano trascurato per "liberare Terra d'Otranto dalle sette politiche e dal dilagante brigantaggio". Si mise subito al lavoro per accertare l'effettiva esistenza della setta degli EDENNISTI, o delle OTTO LETTERE, o dei QUATTRO COLORI. Attraverso le varie denunce si può ricavare che la setta aveva la sua sede nei Comuni del Capo di Leuca. Secondo il Nisco, ogni "iniziatore" della setta aveva al suo comando sette "iniziati", dei quali doveva ricordare il nome a memoria; ogni "iniziato" poteva essere " inziatore " di altri sette, e così oltre. La corrispondenza era portata dai " fratelli serventi ", i quali sotto l'aspetto di venditori ambulanti al minuto giravano per la provincia. Sulle numerose denuncie di delatori, e dopo aver sentito accusatori e testi, l’Intendente Cito redisse un processo contro il principe Cassano d'Aragona, di Alessano, Liborio Romano, di Patù, ed altri. Il fatto che più incuteva paura al Cito, era la continua espansione della setta degli Edennisti. Il 16 giugno 1825, credendo di ver messo, finalmente, le mani sul covo degli edennisti, trasmise al Ministero degli Interni un lungo e dettagliato rapporto, rallegrandosi di quello che pensava. Intanto aveva fatto arrestare alcuni presunti capi della setta. Il Ministro, con nota del 1825, prescriveva all'Intendente che i nomi dei presunti appartenenti alla setta "fossero classificati per ciascuno si proponessero delle misure in via economica, senza trascorrere in soverchio rigore". L'Intendente, in ottemperanza alle pescrizioni impartite dal Ministero, classificò i presunti settari (erano 51) in tre categorie. Nella prima ne inserì 8, nella seconda 22 e nella terza 21. In quest'ultima categoria figurarono tre cittadini di Giuggianello, e cioé Agostino Pirtoli, il sacerdote Don Domenico Pirtoli, perché erano stati bollenti settari, e Giuseppe Negro decurione e cancelliere. La classificazione non diede effetti immediati; ma successivamente, nel dicembre del 1823, vennero arrestati alcuni tra i quali Agostino Pirtoli e Liborio Romano, che, con severa sorveglianza militare, furono inviati a Napoli e rinchiusi nelle carceri di Santa Maria Apparente. Con tali arresti inizio presso la Corte Criminale una lunga istruzione penale. Agli imputati, tutti rei di appartenere alla "... delittuosa setta degli Edennisti del capo di Leuca", con lunghi interrogatori si cercò di far rivelare gli altri associati settari, ma gli arrestati respinsero le accuse con fermezza e coraggio. Nel 1827 Giuggianello era un piccolo paese prettamente agricolo con 595 abitanti circa. La sua popolazione era quasi tutta agricola tranne qualcuno che si emergeva per cultura o per posizione economica. La famiglia più cospicua era quella dei Pirtoli. Alcuni di questa famiglia furono coinvolti in un processo politico iniziato in seguito a lettere anonime inviate all'intendente di Terra d'Otranto. Questi subito interessò il Commissario di Polizia, dopo aver egli stesso esperito indagini sulla veridicità del contenuto delle lettere anonime a lui trasmesse. Il Commissario inizia l'istruttoria e con lettera nn 282 del 9.6.1828, trasmette all'Intendente tutto "l'incartamento" redatto a carico dei cittadini: Agostino Pirtoli, suo padre Pasquale, suo fratello Don Giosuè e suo zio Don Domenico, sacerdoti. Allegato a tale "incartamento" c'era un "Riassunto" di tutto quello che si era verificato e su quanto era emerso nel corso dell'interrogatorio. Riassunto dell'incartamento formato a carico di Don Agostino Pirtoli, e per coordinazione, di suo padre e suo zio D. Domenico, del Comune dì Giuggianello. Dal Signor Intendente con foglio ufficiale datato
29 Novembre dello scorso anno 1827, del Gabinetto, senza numero, fu
rimesso all'ispettore Commissario in Lecce, un anonimo, con incarico
di istruire in linea di polizia un incartamento sul contenuto del medesimo,
avendo già il lodato Signor Intendente chiamato i testimoni indicati
nello stesso, che presentatisi e costituiti con giuramento, cioè
Giuseppe Oronzo Giubba, di Giuggianello, il giorno tre Dicembre ultimo,
depose che D.Agostino Pirtoli suo compaesano fu uno degli antichi
effervescenti settari, pertinace, in modo che per eccedenza settaria,
tempo fa, fu arrestato dalla polizia e tradotto in Napoli, da dove ritornato
in detta sua patria ha tenuto insieme ad altri cittadini di paesi vicini
una pessima condotta disturbando la popolazione con delle voci allarmanti,
che non poteva precisare giacché il detto Pirtoli si guardava
di lui e delle altre persone attaccate all'altare e al Trono, ed indicò
delle persone che avrebbero potuto manifestarle asserendo di aver anche
pessima la sua condotta morale per vivere in scandaloso concubinato,
mentre ha moglie e figli. Lecce, 9 Giugno 1828 L'Ispettore FF da ISP. COMM. R. DAMIANI Il Cancelliere G. BRUNETTI
L'intendente
della Provincia, venuto in possesso di tutto "l'incartamento", per accertarsi
maggiormente sulla condotta politica e morale dei Pirtoli, chiede, dall'8
giungo al 31 luglio, continue informazioni a vari Giudici Regi. Furono
sentiti servitori, fattori della famiglia Pirtoli, il sarto della famiglia,
Raffaele Ruggeri, ed altri. In data 21 Giugno 1828 il Giudice Regio
di Maglie comunica di aver accertato che il Pirtoli girava per vari
Comuni del Capo, quali Poggiardo, Cerfignano, Otranto e San Cassiano
conferendo con persone equivoche". Comunicava inoltre che D. Agostino
era in continuo contatto con persone sorvegliate quali: Matteo Negro,
Nicola Negro e Pasquale Gennaccari "facendo con essi dei discorsi
in disparte di chicchessia ed in vari punti dell'abitato" . Nell'agosto
dello stesso anno il Giudice Regio di Galatina comunicò di aver
accertato che Agostino Pirtoli si era visto ad Alessano in compagnia
di vari personaggi poco raccomandabili, che passeggiavano verso la Vigna
del principe di Cassano, Don Giuseppe Maria d'Aragona, dove tennero
discorso. L'Intendente, saputo ciò, ordina l'immediato arresto
dei due settari di Alessano, Antonio Diespisciotto e Silvestro Monastero,
e dello stesso Agostino Pirtoli. L'arresto di quest'ultimo avvenne in
Alessano il 5/9/1828. Subito fu trasferito prima nelle carceri
Centrali di Lecce e successivamente in quelle di Napoli. Il 17 settembre
Marina Piscopiello produsse un dettagliato ricorso, con il quale evidenziava
al Ministero di Polizia di Napoli che suo marito, Agostino Pirtoli,
era stato incarcerato nuovamente senza alcun motivo in s~guito a calunnie
prodotte da nemici acerrimi di lui e dell'intera famiglia. In conseguenza
del ricorso di Marina Piscopiello, il Ministro chiede all'Intendente
di Terra d'Otranto il fascicolo del Pirtoli al fine di iniziare l'esame
degli atti e, una volta esaminati, aprire il dibattimento a carico dell'imput4to.
Trascorse quasi un anno e Agostino Pirtoli continuava a languire nelle
carceri "segrete" di Napoli in attesa del processo. Questo si svolse
il 1 Settembre 1829. La Commissione Suprema per Reati di Stato riconobbe
non colpevole il Pirtoli di "voci allarmanti dirette a spargere il malcontento
contro il Governo" e decise di mettere il libertà provvisoria
l'imputato. Agostino Pirtoli fu scarcerato e, munito di un passaporto
rilasciato dalla Prefettuta di Napoli, ritornò in Giuggianello,
sottomesso, però, a "severa vigilanza di Polizia". Comunemente
si pensa che qui da noi nel 1800 si vivesse in armonia, tagliati fuori,
come disinteressati, dai fermenti di vitalità politica. Questo
é parvenza; anche qui da noi, come abbiamo visto, in seguito
al ritorno dei Borboni, dopo il Congresso di Vienna, si determinò
scontentezza e insofferenza verso la monarchia borbonica. Non vi furono
però organizzazioni rivoluzionarie capaci di coinvolgere la gente,
anzi le ribellioni politiche rimasero, purtroppo, ristrette a pochi,
che ardivano sfidare il potere costituito. I fatti succedutisi nel 1850
hanno inizio quando un giovane studente in medicina, Pasquale Ottaviano,
nel pomeriggio, dell'11 novembre 1850, giorno in cui si festeggiava
la Madonna Assunta, si trovò nel Coro della Chiesa Madre per
ascoltare il panegirico per quella ricorrenza religiosa e venne avvicinato
dal sacerdote Don Saverio Convenga. Si appartano ed a Don Saverio Convenga,
Ottaviano chiede cosa n'era "della Costituzione dataci dal nostro
Re Ferdinando" Il Convenga rispose che il Re non si comportava
proprio bene e che proprio per questo contro di lui vi era una congiura.
Dopo lo scambio di notizie, il Convenga invita l'Ottaviano ad aderire
a tale congiura dicendogli che, una volta che avesse aderito, avrebbe
conosciuto attraverso segni convenzionali, gli altri facenti parte della
congiura dei paesi limitrofi di Muro e di Sanarica. Prima di tutto,
però, doveva prestare giuramento, in casa del Convenga davanti
ad un Crocefisso. L'Ottaviano si dimostrò interessato. Rimase
convenuto che si sarebbe fatto vivo in casa del Convenga per prestare
il giuramento. Dell'accaduto l'Ottaviano parlò con i genitori,
con il suo maestro ( D. Giuseppe Ferramosca ) e con un suo compare di
Sanarica, Francesco Saies. (Segretario Comunale di Sanarica) Dai primi
ebbe il consiglio di stare alla larga dai nemici del Re, mentre il Sales
gli suggerì di fingere di aderire a tale congiura e poi, una
volta conosciuti i suoi componenti, di denunciarli alle autorità
governative. Così avvenne: la situazione fu portata a conoscenza
del Regio Giudice del Circondario di Maglie; subito si mise in moto
la macchina della Polizia. Si ordinò di perquisire l'abitazione
del Convenga. Si seppe inoltre che in casa di Pasquale Gennaccari si
riunivano frequentemente Francesco Negro, Don Vincenzo Pascarito di
Sanarica e Don Saverio Convenga. In quelle riunioni il Gennaccari discuteva
dello scisma dalla religione cattolica di Lutero e Calvino e, inoltre,
affermava che "l'uomo é nato libero e non soggetto alla tirannide;
che per uscire dalla tirannide in cui si viveva bisognava essere uniti".
Messo a conoscenza di tutto ciò, il Ministero dell'Interno in
data 13 febbraio emette l'ordine di procedere all'arresto sia di Pasquale
Gennaccari e sia di Don Saverio Convenga. Il Gennaccari fu arrestato
il 27 febbraio del 1850, mentre il Convenga non riuscirono ad arrestarlo
in quanto latitante e irreperibile. Il Gennaccari, stando in carcere,
protesta che le accuse a lui indirizzate sono false, e chiede che si
faccia il regolare processo per avere la possibilità di difendersi.
Dopo non poche peripezie burocratiche, finalmente, la Procura Generale
del Re con foglio del 10 Settembre 1851 comunica all'Intendente di Terra
d'Otranto di aver disposto la scarcerazione dell'imputato Pasquale Gennaccari
"prescrivendo in pari tempo la conservazione degli atti in archivio
fino all'acquisto di nuovi lumi, mettendosi in rubrica sui registri
penali il nome di lui con l'imputazione di cospirazione". Il sacerdote
Saverio Convegna intanto, benché ricercato assiduamente, riusciva
a vivere nascosto, lontano da tutti e anche dalla Chiesa. Venuto a conoscenza
della situazione del Convenga, l'Arcivescovo di Otranto, Vincenzo Andrea
Grande con lettera del 19 Maggio 1851 nell'informare l'intendente della
vita che conduceva l'imputato, ("... che il timore di rimanere in
carcere> come recentemente si é usato con altri, lo abbia
risparmiato dal presentarsi. Intanto mi si riferisce ora, che
si trovi con vesti di villano in vie deserte, ora che sorpreso nel luogo
di sua precaria dimora sia dal letto fuggito a scendere in un pozzo,
ed ivi dimorato lunghe ore...") chiede allo stesso Intendente di
trovare una soluzione al fine di riabilitare il Sacerdote latitante:
"... Per non perdersi interamente e nel fisico, e nel morale un uomo,
e questi un Sacerdote, che nella Chiesa non é stato inutile,
ardisco proporLe, pregarLa, che il rimedio sarebbe abilitarlo a rimanere
egli chiuso anche a di lei arbitrio in un Convento qualunque.... e non
bastasse quella di andare ramingo per più di un anno (pena peggiore
del carcere) potrebbe insieme offrire altra punizione " ed avere
mezzo di riconciliazione col SUPREMO AUTORE DI OGNI GRAZIA.". L'intendente,
ottenuto il parere favorevole del Ministero, autorizzò il Convenga
ad essere chiuso prima presso la Reale Monastica Provinciale dei Padri
Alcantarini di San Pasquale e, successivamente, presso la Casa delle
Missioni, dove vi rimase per almeno cinque mesi. Riuscì ad uscire
dalla Casa religiosa grazie, ancora una volta, all'Arcivescovo di Otranto.
C’è é una sua lettera del 21 Dicembre 1851, con cui prega
l'Intendente di mantenere le promesse fattegli in favore del Convenga.
Attraverso tale interessamento dell'Arcivescovo, il 5 Gennaio 1852 il
Sacerdote Don Saverio Convenga é autorizzato a ripartire per
Giuggianello con l'obbligo di "non fare ridire di lui alla parte
di politica; di vivere quale buon ecclesiastico sotto pena dell'immediato
arresto di lui per misure preventive nel caso qualunque sua minima emergenza".
Successivamente Giuggianello seguì la sorte degli altri centri
salentini e quindi dopo la caduta dei Borboni diventò un Comune
del regno d'Italia (1860). Il periodo 1900-1913 fu caratterizzato dalla
figura di Giolitti che fu più volte presidente del consiglio
che si dimise nel marzo del 1914. Salandra, succeduto a Giolitti, fece
entrare l'Italia nel primo conflitto mondiale (24 maggio 1914). La prima
guerra mondiale ebbe nefaste conseguenze sulla situazione economica
dell'Italia come delle altre nazioni coinvolte nel conflitto. Ma furono
principalmente le classi meno abbienti a pagare pesantemente ciò
che lo Stato aveva loro imposto. Ai contadini al fronte era stato promesso
che a guerra finita sarebbero state assegnate le terre incolte per lavorarle
e trarne sostentamento; "La terra ai contadini " era la parola d’ordine.
Ma rimase solo una parola; infatti la promessa non fu mantenuta. Al
contrario, furono emanati decreti che distendevano strenuamente gli
interessi dei proprietari terrieri e dei latifondisti. Dopo il danno
la beffa : prima mandati a morire sul fronte, combattendo un popolo
straniero per una ragione che, probabilmente, essi non comprendevano
appieno, obbligati dalla "ragione di stato", illusi dalle terre promesse,
poi abbandonati alla miseria, alla distruzione e alla fame che hanno
sempre seguito tutte le guerre. Vi fu quindi una forte presa di coscienza
da parte dei lavoratori, i quali capirono che necessitava impegnarsi
in prima persona per tentare di combattere questo stato di cose. D'
altra parte, in quegli anni, un forte movimento rivendicativo attraversava
l’ Europa, facendo temere seriamente alla borghesia la perdita di tutti
i suoi privilegi . Scioperi e rivolte in Francia, Germania, Austria,
Ungheria, Finlandia, la rivoluzione russa (poi miseramente fallita)
avevano fatto sperare a tutto il genere umano l' alba di una nuova era.
Fin dall’inizio del 1920 si ebbe, in Italia, una ripresa delle lotte
dei lavoratori sia nelle campagne che nelle fabbriche; il governo Nitti
si dimostrò subito poco tollerante nei confronti delle lotte
che, dappertutto, interessavano il paese. Nella aprile 1920 il decreto
Falcioni stabiliva che le terre incolte, fossero assegnate a chi disponesse
di risorse finanziarie (quindi i contadini erano esclusi) inoltre sanciva
che chiunque occupasse arbitrariamente terreni di altrui proprietà
fosse perseguito penalmente. Intanto lotte, manifestazioni e scioperi
interessavano molti comuni del Salento. L' undici gennaio, a Monteroni,
in seguito all'aumento del prezzo del pane, fu proclamata una manifestazione
di protesta .Come spesso succede in tali occasioni i manifestanti lanciarono
alcuni sassi contro la locale stazione dei Carabinieri (i quali avevano
trattenuto in caserma i promotori della manifestazione) che cominciarono
a far fuoco contro gli scioperanti, uccidendo Francesco Condà
di quarantaquattro anni e ferendo altri contadini. Ad Otranto, il 29
marzo, la locale cooperativa aveva indetto una manifestazione per chiedere
la gestione del servizio di distribuzione e vendita dei prodotti alimentari
onde evitare ogni forma di favoritismi nella gestione del servizio.
Durante la manifestazione fu ferito Gabriele Cosentini. Intanto a Galatina,
a Tuglie e a Maglie dal 31 marzo al 2 aprile fu indetto lo sciopero
generale di tutte le categorie. A Carmiano, a Bagnolo del Salento, a
Leverano, a Galatone, e a Copertino, i contadini occuparono le terre.
A Botrugno le operaie tabacchine affiancarono i contadini nello sciopero
che stavano conducendo. In seguito al mancato rispetto del concordato
fra contadini e proprietari, a Nardò, il 9 aprile scoppiarono
gravi incidenti che portarono all' occupazione completa del paese da
parte dei lavoratori che proclamarono la "Repubblica Neretina". Vincenzo Ruggeri - Giuggianello e Risorgimento - Maggio 1989
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