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IL GIUDIZIO DELLA CRITICA IN CACCIA TRAGICA Caccia Tragica vinse il Nastro d'Argento per la migliore regia (ex-aequo con Alberto Lattuada) e per la migliore attrice (Vivi Gioi). Ricevette il Premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il miglior film italiano all'ottava Mostra dell'Arte Cinematografica di Venezia del 1947, ricevette inoltre il premio per la migliore regia al Festival di Marianske Lazne nel 1948 e infine ebbe la menzione speciale al Festival di Karlovy Vory nello stesso anno. Ma questi premi e questi riconoscimenti non influenzarono una parte della critica nei confronti di De Santis, anzi i loro giudizi rivelarono i loro ritardi e le loro chiusure e spesso la loro presunzione. Le incomprensioni furono molte e diversamente argomentate da questi critici, ma quello che oggi possiamo leggere tra i loro scritti è che De Santis non fu mai perdonato per aver fatto dei film che cercavano e spesso trovavano il grande successo di pubblico (ricordando il caso di Riso amaro) in un momento in cui il cinema neorealista, per sopravvivere, si arroccava in un'ipotesi di cinema d'arte e di contrapposizione frontale all'industria dello spettacolo brevettando i marchi di garanzia, ancora oggi in vigore: l'autore, l'impegno, il rifiuto dei generi, il rifiuto del denaro e del divismo. Da questi marchi nacque la serie chiusa delle formule con cui il cinema di De Santis fu bollato: cattivo gusto, erotismo, populismo, barocchismo, tendenza al melodramma. In Caccia tragica sembrano urtarsi due forze, due tendenze contrastanti e predominano degli elementi, ora l'uno ora l'altro, che una critica, sempre poco generosa nei suoi confronti, gli rimprovera: la "sovraeccitazione", formale da una parte e la violenza della protesta sociale dall'altra. |
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