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UN DIMENTICATO DEL CINEMA ITALIANO 20 Giugno 1977 un giorno importante. Apro gli occhi al mondo per la prima volta. In quell'anno Giuseppe De Santis ha 60 anni. L'ultimo film che ha fatto è del '72 (Un apprezzato professionista di sicuro avvenire), l'ultimo film che gli hanno fatto fare è del '64 (Italiani brava gente). Quattordici anni a stendere progetto e sceneggiatura, a trattare con burocrati di partito mentre il cinema italiano in qualche modo andava avanti. Forse il problema di De Santis è stato quello di non aggiornarsi, di rimanere legato fra una rigida coerenza al passato e una disperata volontà di accettazione del presente che hanno prodotto oggetti divisi, urtanti, incapaci di compromettersi. Ma questo circolo vizioso non basta a spiegarci perché De Santis è stato un regista dimenticato. Allora viene da chiedermi se questo è un altro mistero di quella strana industria troppo ricca di improvvisatori e povera di professionisti che è il cinema italiano. C'è una classica opposizione di Bazin tra registi che credono alla realtà e registi che credono all'immagine. In questa opposizione io vedo Rossellini e De Santis, i due registi italiani del dopoguerra in cui si manifestano maggiormente queste due tendenze e modi di scrittura. Di fronte all'inquadratura, che ci basterà definire rosselliniana, troveremo allora l'immagine elaborata, lussuosa, muscolare, fiammeggiante del cinema di De Santis. Rossellini anticipa il cinema moderno, la televisione, l'immagine a bassa definizione, l'uso marginale e non spettacolarizzante della cinepresa; De Santis anticipa la riflessione critica su tutto ciò, la teorizzazione consapevole del cinema come mezzo di comunicazione di massa, come pratica della fascinazione, come luogo d'incontro dei bisogni popolari con modelli simbolici prodotti dalla società industriale. In un momento in cui la nozione stessa di cultura di massa era, nell'Italia dell'anteguerra, ancora assente dal discorso teorico e saggistico, De Santis elegge a protagonista del suo cinema questa cultura, appunto nel suo essere problema: individua una realtà emergente ma non si limita a descriverla ma la nomina e la inserisce in un quadro di rapporti politici e teorici con le categorie della tradizione culturale e con la sua stessa pratica di cineasta i mass-media, la radio, i fotoromanzi, la pubblicità e, naturalmente, il cinema. Non sono così solo i protagonisti figurativi del cinema di De Santis assieme alle danze, ai consumi, ai riti collettivi dell'Italia del Dopoguerra, ma sono anche i motori ideologici dei suoi film. E il De Santis del Dopoguerra e della sua prima stagione cinematografica che io voglio approfondire e, precisamente, il suo primo film che segna il suo ingresso nella storia del cinema italiano. |
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