Traduzioni

la Repubblica

Altavista

l'ANSA

Alitalia

Elenco Telefonico

Ferrovie dello Stato

Pagine Gialle

Una lingua comune

di Giulio Marino

Viaggiare è la cosa che amo di più. Da bambino passavo le ore sull'atlante sognando ad occhi aperti paesi lontani che un giorno avrei forse potuto visitare. Poi quel giorno è venuto. Ero ormai maturo, avevo raggiunto l'indipendenza economica e, compatibilmente con gli impegni di lavoro, potevo permettermi le prime vacanze all'estero. Fu così che incominciai a girare, dapprima l'Europa dell'Est, che meglio di ogni altro luogo si prestava alla mia sete di conoscenza oltre che alla disponibilità economica delle mie tasche, e poi l'Europa occidentale. Di recente, proprio quando avevo incominciato ad avventurarmi fuori dall'Europa, la crisi economica, la svalutazione della lira, nonché la nascita di un figlio, mi hanno obbligato ad una pausa di riflessione. Così, mentre attendo momenti migliori per il mio prossimo viaggio, cerco di imparare una lingua straniera. Ecco il grande limite invalicabile: con il passaporto posso andare praticamente ovunque ma, se non conosco la lingua del paese straniero che andrò a visitare, lì giunto potrò conversare solo con chi conosce la mia lingua o con chi parla l'unica lingua straniera da me conosciuta, ovvero l'inglese. E' vero, l'inglese è conosciuto un po' ovunque, ma non da tutti; quindi potrò forse comunicare con un portiere d'albergo ma difficilmente con la gente comune, a meno che non vada in un paese di lingua inglese. Certo sarebbe bello se tutti conoscessero l'inglese. Ma come accettare l'idea che una lingua nazionale, come l'inglese, si imponga, vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni politiche, su tutte le altre? L'idioma inglese, infatti, è divenuto lingua di scambio in tutti i campi, dal mondo scientifico a quello delle comunicazioni aeronautiche. Nelle comunicazioni postali, invece, è il francese ad essere riconosciuta come lingua universale.

Ma né il francese, né l'inglese, possono essere considerate le lingue più parlate nel mondo.

Nei paesi del Patto di Varsavia è assai conosciuto il russo; nella Mitteleuropa il tedesco è la lingua più parlata; Il serbo-croato, lingua diffusa tra i paesi dell'ex confederazione jugoslava, rappresenta un caso di fusione, fra due lingue molto simili, dettato da esigenze letterarie. Allargando il panorama linguistico dall'Europa al bacino del Mediterraneo, non è da trascurare l'importanza dell'arabo. Insomma sono tante le lingue usate per comunicare a livello internazionale e, come se non bastasse, sono tanti gli alfabeti e i tipi di scrittura adottati. Da questo punto di vista, volendo limitarci a considerare l'Europa, noteremo che, oltre all'alfabeto latino, sono in uso l'alfabeto greco e quello cirillico da questi derivato.

La linea di demarcazione tra i paesi che adottano l'alfabeto cirillico e quelli che utilizzano l'alfabeto latino è, grosso modo, la stessa che segnava il confine tra l'Impero Romano d'Oriente e l'Impero Romano d'Occidente.

Anche se nessuna lingua può essere considerata universale in senso assoluto, il notevole sviluppo dell'inglese, divenuto di fatto lingua leader in tutti i campi, merita un'attenta analisi non foss'altro per la generale tendenza ad ignorare il fenomeno e lasciare che siano le leggi del mercato a decretare il successo di questa lingua. In questo modo si elude il problema favorendo di fatto l'inglese rispetto alle altre lingue europee e non.

Ma è davvero inevitabile ricorrere all'inglese per comunicare a livello internazionale? Sembrerebbe di si a meno di non mettere seriamente in discussione, nelle sedi internazionali opportune, il problema della lingua di scambio. Aprire un dibattito internazionale sull'argomento e rendervi partecipe l'opinione pubblica europea non è stato sinora mai fatto. Perché? E' forse un problema di scarsa importanza nell'unione europea? O forse chi è interessato al mantenimento della supremazia dell'inglese è talmente forte da riuscire a far si che la cosa passi senza nemmeno essere messa in discussione? Questo è un dubbio legittimo. Come spiegarsi, diversamente, la scarsa attenzione data all'argomento, non solo nelle sedi istituzionali, ma anche dai mass-media?

Eppure già nella seconda metà del secolo scorso c'era chi, non limitandosi semplicemente a teorizzare una lingua comune europea, si era impegnato nello studio di una lingua artificiale che si ponesse, come lingua di scambio, al di sopra delle lingue nazionali.

Come superare il problema delle lingue nazionali?

Umberto Eco nell'ultimo capitolo del suo libro "La ricerca della lingua perfetta" analizza la possibilità di adottare una lingua ausiliaria internazionale (AIL) negli stati della futura unione europea.

Couturat e Lean (1903) affermavano che la facilità di comunicazione produce la crescita delle relazioni economiche e l'estensione del mercato europeo in tutto il mondo. Essi ritenevano utopico il tentativo di internazionalizzare una delle lingue esistenti così come il ritorno ad una lingua morta quale il latino. Viceversa essi proponevano la creazione di una lingua artificiale simile alle lingue naturali ma anche capace di essere neutrale ed adatta a tutti gli usi. Nel 1901 hanno fondato la "Delegazione per l'adozione di una lingua ausiliaria internazionale". Questa sarebbe risultata dalla confluenza in una sintesi bilanciata delle esistenti lingue naturali attraverso la semplificazione e la razionalizzazione della grammatica e la creazione di un lessico che mantenesse un grande numero di parole comuni alle molte lingue naturali. Il successo di questa AIL sarebbe stato sanzionato solo dalla decisione di un'autorità internazionale.

Il primo importante sistema ausiliario fu il Nolapiik inventato da M. Schleyer nel 1879. Si tratta di un sistema misto che prende a modello l'inglese e, adottando un criterio composizionale, cerca di elaborare una nuova lingua con una grammatica semplificata che opti per un sistema di decadimento. La "r" è eliminata perché impronunziabile in cinese.

L'Esperanto fu proposto per la prima volta nel 1887 da un oculista polacco, il dottor Lazarus Ludwig Zamenhof, che identificò l'idea di una lingua universale con l'idea di pace tra gli stati e pubblicò un depliant sulla fraternità tra i popoli. L'alfabeto dell'Esperanto è basato sul principio "un suono per ogni lettera".

Mentre una "lingua a priori" cerca di realizzare un principio di economia di lingua, "una lingua a posteriori", come l'Esperanto, cerca di realizzare un principio di miglioramento della lingua.

Il rischio di una lingua che prevalga sulle altre nel futuro dell'unione europea può spingere gli stati, che temono la perdita della loro lingua e il prevalere delle altre, ad essere favorevoli all'adozione dell'AIL. Ma essa potrà soffrire di una struttura eccessivamente rigida a causa del forte controllo dell'organizzazione e della mancanza di un'eredità storica.

I più importanti vantaggi che una lingua comune può produrre sono, evidentemente, nel campo della comunicazione. Comunicando in modo facile si producono benefici in molti campi: dall'economia, alla politica, alla cultura. Tutti i principali indirizzi della futura Unione Europea possono ricevere importanti stimoli dalla migliore comprensione tra i diversi popoli. Inoltre, una lingua comune può anche divenire un fattore di integrazione tra i popoli europei stimolando la nascita di quella coscienza sovranazionale che sarà alla base del futuro cittadino europeo.

Concludendo, in attesa che si apra il dibattito sulla lingua comune europea, una considerazione, per quanto banale, viene spontanea: non importa quale lingua studiare, piuttosto, quante lingue studiare.