 | L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI ERNEST
(The importance of being Ernest, GB/USA; durata 95 minuti)
Regia: Oliver Parker; sceneggiatura di Oliver Parker dalla commedia L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde; scenografia: Luciana Arrighi; costumi: Maurizio Millenotti; musica: Charlie Mole: produzione di Barnaby Thomson
Interpreti e personaggi: Rupert Everett (Algernon Monticrieff); Colin Firth (Jack); Frances O’Connor (Gwendoleen); Reese Whiterspoon (Cecily); Judy Dench (Lady Bracknell)
Il rapporto tra l’opera del geniale Oscar Wilde e il cinema, mostra un’attenzione spiccata nei confronti delle scritture drammaturgiche piuttosto che dei testi in prosa. Praticamente, tutto il ciclo dei Society Dramas (cioè il Ventaglio di Lady Windermere, Una donna senza importanza, Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernesto) è stato tradotto per lo schermo, mentre, stranamente, un romanzo così cinematografico come Il ritratto di Dorian Gray è stato sostanzialmente e misteriosamente trascurato. Ne esiste una edizione poco conosciuta del 1945 del regista Albert Lewin che, in maniera bizzarra per l’epoca, alternava bianco nero e colore (del ritratto demoniaco), ma tale pellicola la vediamo poco anche in TV.
Oliver Parker aveva avuto un certo successo qualche hanno fa, proprio trascrivendo per immagini Un marito ideale e, tramite una eccellente interpretazione di Rupert Everet, ci aveva regalato un vero e proprio gioiellino che sarebbe piaciuto tanto anche a Wilde. Ci riprova ora con L’importanza di chiamrsi Ernesto, uno dei testi più popolari e rappresentati dello scrittore inglese, portato sulle scene, con un trionfo incredibile di pubblico e critica, nel febbraio del 1895. Parker, sostenuto dai risultati del suo precedente lavoro, si accosta al testo cercando di avvicinarlo con vivacità e creatività allo specificocinematografico, allontanando il più possibile da sé l’attributo di autore di“teatro filmato”, che, in precedenza, qualche recensore gli aveva affibbiato. Ecco il perché di un uso non necessariamente narrativo del flashback, quasi un “a parte” ammiccante agli spettatori, l’interesse per la ricostruzione di interni, ma anche di esterni, evocanti le illustrazioni dei libri di epoca vittoriana (l’aerostato che ci fa pensare ai libri di Verne o i sogni che ci ricordano l’Alice di Carroll), ma anche la pittura preraffaellita, cara a Wilde. Ma il testo, dove “conta quello che i personaggi dicono e non quello che fanno” (M. D’Amico), è sfruttato proprio bene nel suo congegno a orologeria comica, basato certo più sulle battute caustiche che sulla vicenda in sé. Infatti, decisamente poco contano gli intrighi che i le due coppie giovani (Cecile-Algy/Ernest e Gwendoleen-Jack/Ernest) riescono a imbrogliare e a dipanare nel corso della commedia, quel che ha peso nel film, sono l’umorismo raffinato e la satira ambientata nella società aristocratica inglese vittoriana. Sul fatto che Parker abbia vinto la scommessa di far divertire l’uomo del duemila con battute di fine ottocento, non c’è dubbio. Ma, mentre nel Marito ideale era molto chiara l’immagine dell’ipocrisia di un universo in decadenza e la funzione fondamentale del dandy, l’unico ironico consapevole dell’inutilità persino dell’arte in un’ epoca destinata alla riproducibilità assoluta del bello, ne L’importanza di chiamarsi Ernesto anno 2003, non rimane niente di tutto questo. Ci divertiamo, ma siamo totalmente scollati dal contesto, proprio ciò che non avrebbe voluto il povero Wilde. Se, come dice ancora Masolino D’Amico, “Wilde mostrò inoltre la condizione alla quale era possibile parlare di argomenti seri se non addirittura scottanti davanti a un pubblico che aveva respinto Ibsen, il grande fustigatore della borghesia, accusandolo di rovistare nel putridume: questa condizione era l’ironia, l’umorismo”, Parker non ha colto assolutamente la grande trasgressione che stava dietro alla risata wildiana: il grottesco, ma anche l’orrore per una società superficiale e ingiusta.
Il cast interpretativo era il migliore che ci potesse essere sulla carta per una simile messa in scena: Firth, O’Connor, Dench). Infatti, ognuno raggiunge brillantemente i propri risultati, anchese è presente sul tutto una patina dolciastra di caricatura. E se Everet nel Marito ideale era perfetto, quasi un doppio di Wilde, qui è spesso esagitato e stridente. Assolutamente patetica (purtroppo) la traduzione italiana delle canzoncine inserite nella colonna sonora. Per quanto i doppiatori (tra cui il “mitico” Pedicini) siano dignitosi, potevano risparmiarci i tentativi abortiti di fare pure i solisti musicali.
Elisabetta Randaccio
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