CESARE, MODELLO IDEALE


Il più grande uomo politico e stratega che la Storia abbia mai conosciuto...

Decisione, Fermezza e Risolutezza

La sua vita fu breve, ma sicuramente molto intensa. Si concluse tragicamente, una mattina di marzo del 44 a.C., mentre andava in senato. Ad ucciderlo a colpi di pugnale fu una manica di oligarchici. Il pretesto ufficiale? Il timore che la tanto agognata res pubblica potesse essere sovvertita e il popolo romano perdesse la libertà di cui andava tanto fiero. I motivi reali erano l’invidia e la preoccupazione per l’enorme potere personale di questo personaggio dal carisma trascinante.

 La vita

Cesare nacque nel 100 a.C. a Roma, nel popolare rione della Subura. Appartenente all'antica aristocrazia, sia per parte della madre Aurelia, sia per parte del padre, C. Giulio Cesare, della gens Iulia, che aveva la pretesa di discendere da Iulo, figlio di Enea, e, quindi, dalla stessa Venere. Cesare era anche legato al ceto plebeo, in quanto sua zia Giulia aveva sposato Mario.

Si sposò con donne di famiglie nobili: Cornelia, Pompea e Calpurnia, e dalla prima ebbe l'unica figlia, Giulia, andata in sposa a Pompeo Magno.

Fu un uomo colto e intelligente, un ottimo oratore e un grande scrittore, come testimoniano la sua corrispondenza e, soprattutto, i suoi Commentari della guerra contro i Galli (De bello gallico) e della guerra civile (De bello civili). Stratega straordinario, sia per la resistenza al combattimento, sia per l'abilità nell'arte militare, fu anche un uomo politico geniale che, affiancando la persuasione alla forza, seppe costringere i Romani ad accettare la sua dittatura.

Gli ostacoli sulla sua via furono due: il senato e Pompeo; e per fronteggiarli, si appoggiò al partito popolare. La plebe, infatti, scossa dalla propaganda di Cesare, e sedotta dalla magnificenza dei giochi da lui indetti nell'autunno del 65, lo aiutò a salire i gradini del cursus honorum, arrivando fino alla nomina di dictator perpetuo.

 

L’eroe per eccellenza

La fortuna riservata al personaggio di Giulio Cesare in ambito storico, artistico e letterario, ha origine a partire dagli stessi contemporanei di questo straordinario uomo d’armi e all’unisono intellettuale d’eccellente valentia. «Ha una maniera splendida e impeccabile di parlare, solenne e nobile nella voce, nella gestualità e nel contegno», non può fare a meno di ammettere il suo rivale Cicerone. Mentre l’amico Sallustio ne descrive l’enorme generosità nei confronti dei deboli e degli alleati; una generosità che comporta il dispendio di un ingente patrimonio e una significativa conferma del valore attribuito all’amicizia, sul quale si basa uno dei punti di forza della società romana repubblicana.

“Non si può dire se è positivo per la Repubblica che lui sia nato o invece se sarebbe stato meglio che non fosse nato”, commenta Seneca, riprendendo un’affermazione di Livio, e vi aggiunge un suggestivo paragone con i venti, la cui forza distruttiva fa scordare che anch’essi sono prodotto di una provvidenza, attenta a reggere il mondo secondo imperscrutabili piani.

 Sallustio e Cesare

Cesare e Cicerone furono i protagonisti del dibattito in senato nella seduta del 5 dicembre, quando si decise la condanna capitale, con procedura speciale, per nove dei congiurati catilinari, guidati da Cetego e Lentulo.

Su Cesare si erano addensati sospetti di complicità con la congiura, ma sia Sallustio sia Cicerone li rifiutano. Nella seduta del senato, Cesare impianta la sua orazione – riportata da Sallustio nel capitolo XLI in De coniuratione catilinae e contraria all’esecuzione capitale e favorevole all’esilio e alla confisca dei beni - su due concetti cardinali: legalità e clemenza.

Per Cesare la legalità esula da ogni forma di passione e di vendetta; il giudizio si identifica con serenità di spirito e di razionalità:

 Omnis homines, patres conscripti, qui de rebus dubiis consultant, ab odio, amicitia, ira atque misericordia vacuos esse decet.

[Tutti gli uomini, padri coscritti, che decidono di fatti incerti, debbono essere estranei a ogni forma di odio, di amicizia, di ira e di misericordia (1)].

 

Il principio viene rafforzato da un argomento di autorità: la maggior parte dei maiores nostri, tra cui Catone il Censore, in casi dubbi preferisce la clemenza ai rigori della legge. La clemenza è addirittura necessaria a chi eserciti il potere che, qualora lo metta al servizio delle proprie passioni, sarà giudicato superbo e crudele:

 Quae apud alios iracundia dicitur, ea in imperio superbia atque crudelitas appellatur.

[Ciò che compiuto da altri viene definito frutto dell’ira, è in uno Stato dominatore chiamato atto di arroganza e di crudeltà (14)].

 

L’argomento viene illustrato da un exemplum molto autorevole, la dittatura sillana, che, ancora nella memoria di tutti per la sua esecrabilità, era sinonimo di abuso di potere. Secondo Cesare un comportamento illegale, anche a fin di bene, innesca esiti pericolosi, diventa un modello per altri: 

Sed ea res magnae initium cladis.

[Ma fu l'inizio di un'immensa strage (33)].

 

Il caso di Silla viene subito attualizzato. Dal comportamento illegale proposto in quella seduta potranno discendere ulteriori deviazioni, e più funeste, dalla legge:

 Potest alio tempore, alio consule…

[In un altro momento, con un altro console (36)].

 Cesare invoca il rispetto o il ripristino di leggi mitigatrici, fatte nel tempo a tutela dei condannati: la lex Porcia (che vietava di usare le verghe contro i condannati, esaltata dai popolari come un caposaldo del diritto e una conquista della plebe); la provocatio ad populum, o lex Sempronia de capite civis (che impediva l’esecuzione di pene capitali non ratificate dall’assemblea popolare). Si trattava di leggi garantiste, fatte approvare, contro gli eccessi di vendette politiche, dai Gracchi e dal partito popolare e che facevano parte del programma anche di Catilina. Con questa argomentazione finale, Cesare cerca di evitare la pena capitale.

La visione shakespeariana

William Shakespeare compose una tragedia in onore di questo grande uomo: il famoso Giulio Cesare.

L’autore si valse con molta libertà delle notazioni delle Vite parallele di Plutarco, facendo pronunciare al suo Cesare alcune parole d’assoluta pertinenza nei confronti dell’indole del personaggio storico: “I codardi muoiono molte volte prima della loro dipartita, i valorosi assaggiano la morte soltanto una volta. Di tutte le cose strane che ho udito finora la più strana sembra che gli uomini debbano temerla, la morte, vedendo che, fine necessaria, verrà quando verrà…” (Atto II, scena II).

Peraltro il modo migliore per accostarsi al mito letterario di Cesare è quello di basarsi su ciò che egli stesso, in quanto autore, dice di sé, in riferimento all’agente delle vicende narrate, valendosi perciò direttamente, senza altre mediazioni letterarie, della documentazione fornita nei Commentari. Un tratto peculiare consiste nella consapevolezza d’essere un uomo d’azione dotato di eccezionale capacità di comprendere a colpo d’occhio le situazioni.

Shakespeare, nell’oratoria funebre di Antonio di fronte al popolo romano, mette in luce altri aspetti di Cesare: la sua modestia e il suo atteggiamento rivolto ad una politica demagogica.

“Amici, romani, concittadini prestatemi orecchio; io son qui per seppellire Cesare, non per celebrarlo. Il male che l'uomo compie vive oltre la sua morte; il bene è spesso sotterrato con le sue ossa. Lo stesso sia per Cesare. Il nobile Bruto vi ha detto che Cesare era ambizioso. E se così, fu una grave colpa, e Cesare l'ha espiata amaramente. E con licenza di Bruto e degli altri - poiché Bruto è uomo d'onore, tali son tutti, tutti uomini d'onore - son qui per tenere l'elogio funebre di Cesare. Egli fu mio amico, leale e giusto con me; ma Bruto dice che egli era ambizioso, e Bruto è uomo d'onore. Egli ha portato in patria, a Roma, molti prigionieri, e col prezzo del loro riscatto ha riempito le casse dello stato. Poteva ritenersi ambiziosa questa condotta di Cesare? Quando i poveri piangevano, anche Cesare versava lacrime; l'ambizione dovrebbe essere di sostanza ben più scabra. Eppure, Bruto dice che egli era ambizioso, e Bruto è uomo d'onore. Avete tutti visto che il giorno dei Lupercali tre volte gli ho offerto la corona di re, e tre volte l'ha rifiutata. Era questa ambizione? Eppure, Bruto dice che egli era ambizioso, ed egli è sicuramente uomo d'onore. Non parlo per confutare quello che Bruto ha detto, ma io son qui per riferire ciò che so. Voi tutti una volta lo amavate, non senza ragione; quale motivo vi trattiene dunque dal piangerlo? Oh senno, tu sei riparato tra le belve brute, e gli uomini hanno perduto l'intelletto. Abbiate pazienza. Il mio cuore è lì nella bara con Cesare, e debbo fermarmi finché esso non ritorni.

Solo ieri la parola di Cesare si sarebbe imposta al mondo intero; ora egli giace lì, e nessuno avverte l'umiltà di rendergli omaggio. Oh, amici! Se tentassi di istigare i vostri cuori e le vostre menti alla sedizione e allo sdegno, recherei oltraggio a Bruto, e oltraggio a Cassio, che, come è a voi tutti noto, sono uomini d'onore. Non intendo recar loro oltraggio; preferirei oltraggiare lo scomparso, oltraggiare me stesso e voi, piuttosto che oltraggiare siffatti uomini d'onore. Ma ecco una pergamena col sigillo di Cesare; l'ho trovata nel suo scrittoio; è il suo testamento. Se il popolo solo udisse le sue ultime volontà - che, perdonatemi, non intendo leggere - tutti si recherebbero a baciar le ferite sul corpo esanime di Cesare, e ad intingere i fazzoletti nel suo augusto sangue, sì, a implorare un suo capello per ricordo e, in punto di morte, farne menzione nel testamento, lasciandolo come preziosa eredità ai propri discendenti.”

Shakespeare, nella sua tragedia, fa una scelta ben precisa. Tutti i personaggi chiamati in causa possiedono una sorta di ambiguità comportamentale, a cominciare da Antonio, che pur tesse l’apologia del defunto: tutti, ad eccezione di Cesare, nella sua ineguagliabile autenticità rispetto alle buone e alle cattive intenzioni.