dimenticato sonoro

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testi di antonio cipriani e ilaria drago

con ilaria drago e daniela di loreto

regia di ilaria drago

luci di max mugnai

debutto al festival di santarcangelo del 1996

Dimenticato sonoro perché esiste un suono, remoto, in ognuno di noi, che continua a esistere anche quando la mente, la ragione, lo ha dimenticato. Anche quando ci sembra che non esista più. Quel suono, per noi, è l'urlo e il canto di due donne, contro l'indifferenza, contro la guerra, contro la violenza e il razzismo. Contro ogni forma di ferocia organizzata che si nasconde nella quotidianità della società.
Questa la ragione del titolo: un qualcosa che ci vogliono far dimenticare e che continua a risuonare nella coscienza di ognuno. Così abbiamo deciso di attraversare questo suono-canto-urlo, per percorrere le strade dell'orrore rimosso e della ferocia di ogni giorno, quella che lentamente rischia di diventare invisibile ai nostri occhi. E il percorso, sulla scena, attraverso la poesia del teatro, avviene mediante la voce e i gesti di due donne, due attrici, che vivono l'inferno di questa guerra.
Comincia così lo spettacolo: "Una nenia antica percorre le mani, le arterie, il silenzio, l'infinita moltitudine della mia vita. Tornano, tornano tutte le facce che mai mi hanno abbandonato, come se costantemente potessi... Comincio a sentirne la voce, una musica che fa male alla carne".

Una introduzione a questa ricerca del dimenticato sonoro. Poi la protagonista entra nella prima storia di guerra e ferocia. Sale sul treno dell'orrore, il treno che porta i prigionieri nei campi di concentramento nazisti. La prima parte dello spettacolo rappresenta proprio questo viaggio sul treno stipato di uomini e donne destinati a morire, che hanno negli occhi la sofferenza e le atrocità della guerra. Le storie, così, sul palcoscenico, si accavallano. Ricordi, paure, brevi flash-back e immagini che scorrono lungo le sbarre dei passaggi a livello.

La seconda parte ci fa piombare nell'incubo dei campi di concentramento. Di tutti i campi di concentramento che ogni guerra costruisce, di tutte le deportazioni dei vinti. Infatti il racconto si dipana attraversando, pur senza mai citarla espressamente, la violenza della guerra civile e dei massacri nella ex Jugoslavia. L'accanimento bestiale degli uomini sui corpi inermi di altri uomini, sui corpi delle donne e dei bambini. Fino alla tragedia di questo secolo, l'annullamento dell'umanità espresso nella sua espressione più cinica, in un campo di sterminio nazista. Dove il rapporto tra vittima e carnefice è talmente tanto disorientante da rendere a sua volta anche le vittime, carnefici di altre vittime, in un gioco al massacro lucidamente predisposto dagli aguzzini nazisti.

La terza parte inizia delicatamente in un rapporto sottile tra una madre e il proprio figlio, un rapporto tutto giocato con delle scatoline. Ma in questa quiete apparente si cela la tempesta di un dramma, la perdita da parte della madre di questo bambino, strappato via con violenza in uno scenario che neanche viene citato, ma soltanto lasciato intuire. Nell'intreccio delle voci, nel finale, emerge come la violenza si prospetti sotto tante forme, e che una espressione tipica e antichissima di dominio sia quella dell'uomo sulla donna: sia espresso come brutalità nel corso di una guerra, come nel caso degli stupri di massa, sia come sistema sociale in cui il corpo della donna viene visto sempre più come oggetto, merce. Merce in una civiltà che, nonostante Hiroshima e Auschwitz, ancora non ha vinto la barbarie (come dice una delle attrici in scena), anzi viaggia verso la deriva di una violenza sistematica e invisibile, che lentamente sta devastando memoria e cultura.

.recensioni

 

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