giovanna d'arco
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un silàar di ilaria drago
con ilaria drago
voce e percussione danila massimi
musiche originali di stefano scatozza
creazione video di silvia oliva
riprese di paolo piccini
nel video giovanna casadei
voce di mikulas rachlik e monica polledri
costume di vincenzo caruso
creazione luci di max mugnai
lo spettacolo è andato in scena in prima nazionale al teatro vascello di roma
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Il silàar
Mi sono
ispirata nella realizzazione all'antica tradizione di una popolazione della
Siberia, che aveva l'usanza di portare nella dimensione reale i sogni. Si
diceva che il silàar fosse un serpente che veniva a portare messaggi
importanti per la crescita umana e simbolicamente veniva rappresentato che
si tendeva dalla bocca del sognatore fino al cielo. Formava una vera e propria
strada perché ci fosse un collegamento col divino. Queste specie di
rappresentazioni non erano così lontane da alcune forme di racconto
presenti nella nostra tradizione. Tutti conoscevano il sogno e lo dicevano
a modo loro portando eventi anche terribili alla luce del giorno. Una volta
resi reali, li potevano comprendere e potevano impararne il significato più
profondo per evolvere. L'idea di canticchiare i sogni faceva sì che
si prendesse una certa distanza dall'emozione in modo tale che, stando accanto
all'evento e non dentro, lo si potesse guardare senza esserne coinvolti troppo,
potendo così imparare a non subire. Tutto il viaggio di Giovanna d'arco
diventa così quasi una cantilena o un ritmo o una melodia e in qualche
modo lei ne resta distaccata
ma non si tratta di superficialità!
Molto del lavoro di giovanna è stato realmente sogna.
La musica e la parola
Parole
che diventano tracce e segni profondi, grida e canti. Si sa, è un linguaggio
universale, quello del suono. Quello che non vuole troppe spiegazioni, ma
fa abbandonare all'ascolto
proprio come Giovanna si abbandonava alle
"sue voci".
E di abbandono forse c'è bisogno: per un momento, per una volta. Abbandonarsi
alla magia di una forma inconsueta del dire - che poi in realtà è
anche un richiamo alla nostra tradizione del tramandare raccontando. Abbandonarsi
e tirarsi fuori da un sistema che propina sempre risposte mettendo a tacere
la domanda, il viaggio, il desiderio.
L'incontro quindi con il compositore Stefano Scatozza che si è addentrato nel testo trovando la sua via per attraversarlo, creando la musica come fosse non un semplice sottofondo, ma un'espressione forte della storia stessa. Musica che possa parlare e testo che possa suonare in una fusione totale dell'emozione: due mondi che si amano senza spezzare il flusso creativo di ognuno, ma rafforzandolo in un' alchimia di mutazioni che camminano una stretta all'altra, legate dal canto sottile di Danila Massimi.
L'uso di lingue differenti: francese e ceco. L'una che ci lega alla terra di Giovanna e diventa un tappeto sottile dove farla camminare; l'altra che diventa storia e memoria. Il ceco è la lingua usata da colei che "inizierà" Giovanna al viaggio (e che appare soltanto come immagine). Una lingua difficile, incomprensibile, proprio come il Mistero: esso non può essere compreso dalla maggior parte delle persone che vive "dormendo", ma soltanto da chi avrà orecchie e cuore per ascoltare.
Le immagini e la luce
Tracce su tele come a tingere l'aria: queste sono le immagini di Paolo Piccini, trattate come fossero "luminosità in movimento", visioni e sogno. Entrano ed escono dalla scena come memoria lontana che riaffiora sulla pelle nello scenario fantastico di Max Mugnai che lavora la luce plasmandola in vera e propria scenografia.
Il costume
Vincenzo Caruso fa diventare il costume percorso nel quale l'eroina può scomporsi per attraversare tutte le parti di sé, fino ad arrivare a non aver più bisogno degli orpelli, della pesantezza, dell'apparenza. Lei ha superato il guado ed ora può andare leggera come una foglia a morire. Non più un semplice abito da indossare, ma una vera e propria strada da percorrere in cui l'idea della ragazza-uomo è completamente rivoltata rispetto alla consueta rappresentazione della fanciulla: non ci sarà una Giovanna in armatura, ma una femminilità evidente. Invertire l'immagine e l'uomo sta sotto. La forza e la durezza si nascondono nella delicatezza e nell'esile traccia del corpo.
siamo tutti una giovanna
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