CULTURA LETTERARIA


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Carlo Bo

Indro Montanelli

Eugenio Montale

Pier Paolo Pasolini

Sandro Penna

Sergio Corazzini

Carlo Michelstaedter

Nazim Hikmet 

Oriana Fallaci - La rabbia e l'orgoglio 







Carlo Bo (Agosto 2001)

Con la scomparsa di Carlo Bo, la letteratura perde uno dei suoi
più accaniti e recenti sostenitori. Figura impegnata
all'interno dell'intero Novecento culturale e letterario, Bo nasce
a Sestri Levante nel 1911; all'età di 28 anni pubblica da Vallecchi
la sua prima grande opera, "Otto Studi", al cui
interno si dà spazio al documento "Letteratura come Vita",
affascinante nel titolo, impegnato su vari fronti nei contenuti.
Dura è la sua critica iniziale al significato e allo spazio
che negli anni '30 andava configurandosi all'interno dei
letterati. Già, perché in tutti gli studi del critico ligure,
letteratura e vita coincidono alla perfezione; e non è immaginabile
un'attività letteraria che prenda le distanze da una piena
occupazione dell'intellettuale. La letteratura si configura così
come mezzo fondamentale per agire con coscienza e dignità nel
Tempo, inteso nella sua assolutezza ed eternità,
opportunamente distinto dal "tempo minore" che concerne
il quotidiano e la storia. La piena adesione di Bo alla corrente
ermetica, influenza a sua volta buona parte delle sue
affermazioni all'interno dello stesso testo: l'esistenza sconfinata
del Tempo e l'assoluto predominano sempre sulla storia e sulla natura,
la manifestazione del divino è un'idea presente insieme a quella
della ricerca della verità (entrambi temi vicini al carattere
religioso dell'opera di Bo), i richiami all'attesa e alla "incarnazione
di un simbolo" fanno invece eco alla natura più tecnica
della poesia ermetica. D'altra parte la tensione religiosa che
permea le pagine di Carlo Bo è pur sempre connaturata ad un certo
pessimismo di fondo, che lo ha condotto anche a radicali prese
di posizione contro eventi e argomenti distanti dalle opinioni
della Chiesa. Si pensi in tal caso alle pagine taglienti sul
Giubileo appena passato o, risalendo al 1974, il suo
schieramento, assieme ad altri cattolici, a favore del no
nel referendum contro l'abrogazione delle legge sul divorzio.
In un articolo apparso sul Corriere della Sera del 15 Maggio 1974,
quotidiano cui ha sovente partecipato con articoli di
cultura letteraria, Carlo Bo afferma l'inutilità di una battaglia
politica contro il divorzio in una società "che mostra i segni
devastatori di una crisi spirituale senza pari".
Ed è stato proprio il quotidiano di Milano ad ospitare nel Giugno
scorso una delle ultime riflessioni del "Duca di Urbino"
- appellativo affettuosamente e ironicamente attribuito a Bo in
quanto nominato Magnifico Rettore dell'università urbinate -
sul tema della poesia del Novecento, quasi ad indicare la sua
costante partecipazione, fino a pochi giorni prima della sua morte,
alle vicende letterarie e poetiche italiane. E tra le riflessioni
più rilevanti, ne riportiamo di seguito una, tratta dal primo
documento citato, rivolta a chi si confronta ogni giorno con l'Olimpo
della letteratura: "Rifiutiamo una letteratura come illustrazione
di consuetudine e di costumi comuni, aggiogati al tempo, quando
sappiamo che è una strada, e forse la strada più completa, per
la conoscenza di noi stessi, per la vita della nostra coscienza".

Stefano Savella

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Indro Montanelli (Agosto 2001)

Che cos'è un giornalista? Dovendo rispondere a questa domanda
mentre ci accingiamo a parlare di Indro Montanelli, non potremo che
affermare" un cronista che riporta fedelmente la propria visione
dei fatti". Indro Montanelli, storico oltre che giornalista, è senza
dubbio uomo del '900, capace di descrivere, vedere, esaminare tutte
le correnti ideologiche dell'ultimo secolo, pur restando
sostanzialmente distaccato dal fascino che esse esercitavano sulle masse.
Masse che per Indro, non erano le proverbiali pecore di Orwell, bensì
un'insieme di singoli uomini che vanno condotti per mano affinché
capiscano i fatti. Montanelli, spirito libero, giovanissimo si trova a dover
fronte allo Stato Fascista, dal quale fugge verso l'Abissina. Di quella
avventura egli dirà "Per noi l'Abissina era come il West per gli Americani,
andammo laggiù per sfuggire alle liturgie del regime; ma
anche lì arrivarono i gerarchi tronfi e buffoni". Parole che ci fanno
ben comprendere di come sia poco appropriato il nomignolo
di "fascista" ( peccato diabolico di destra e sinistra). Tra l'altro è bene
ricordarlo, fu anche messo a morte dal regime e salvato all'ultimo momento
dal cardinale Schuster. Con l'avvento dei regimi comunisti e
la creazione del blocco sovietico, Montanelli passo quasi istantaneamente
dall'antifascismo all'anticomunismo. Restano celebri i
suoi reportage dall'Ungheria in rivolta (1956) apparsi sul Corriere della Sera;
di fronte ad un opinione pubblica che si aspettava una rivolta borghese,
il giornalista parlo di rivoltosi comunisti antistalinisti. Era la
consacrazione quale nemico storico della Sinistra. Inimicizia
che gli costerà l'allontanamento dall'amato Corriere che con la
direzione di Piero Ottone si avvicina sensibilmente alla linea del P.C. I.
di Enrico Berlinguer. Nei confronti del '68, l'autore de "La Storia d'Italia" ,
come del resto altri intellettuali dotati di senso storico(vedi Pasolini),
mostrò perplessità al punto di profetizzare lo sfociamento nel
terrorismo di cui fu vittima. Episodio che Montanelli affrontò con serenità
perdonando e giustificando gli esecutori dell'attentato in quanto strumento
di una folle ideologia. Dopo l'abbandono del Corriere, nel 1973,
fondò "Il Giornale", quotidiano che doveva rispecchiare le istanza
di uno Stato liberale. L'esperienza si concluse amaramente nel '94,
allorché il suo editore, Silvio Berlusconi, decise la "discesa in campo".
Decisione che avrebbe fatto de Il Giornale lo strumento di un partito.
Inammissibile per un giornalista fiero e indipendente come Montanelli
che aveva costruito la sua professione sulla necessità di dare una
visione reale e staccata al lettore. Indro, comunque non si fermò al tiro
mancino del suo editore, anzi alla bellezza di 83 anni ebbe la forza e
il coraggio di fondare un nuovo quotidiano "La voce". Il 12 Aprile La
Voce chiuse i battenti; un giornale contro la destra politica ma troppo
di destra per essere letto dalla sinistra, non aveva senso in Italia, un
paese privo di senso dello Stato, dove i partiti sono privi di dignità. Cosa
dimostrata in maniera disgustosa dalla sinistra nel corso della festa
dell'Unità del 1994: Montanelli fu applaudito per il solo fatto di essere
contro Berlusconi. Le esperienze come direttore-fondatore si
sono rivelate per Indro, delle tremende sconfitte. Sconfitte che non
sono personali, bensì del giornalismo stesso; in quanto Montanelli è stato
l'emblema della libertà e dell'indipendenza della parola. In una recente
pubblicazione, Mimmo Candido, metteva in risalto come
il vecchio giornalismo (quando i fatti si raccontavano per far capire
e pensare) sia stato ormai soppiantato dalla notizia, dallo scoop, che
viaggia ad una velocità tale che non fa ne capire né pensare. Ebbene
la morte di Montanelli, forse l'unico dei "vecchi" ad avere
ancora mercato, lascia nel giornalismo un vuoto pieno di interrogativi
sull'identità e sul futuro di questa professione.

Ruggero Gorgoglione

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Eugenio Montale (Dicembre 2001)

Possiamo forse parlare di tensione metafisica nell'opera poetica di Eugenio
Montale? Evidentemente sì, se poniamo il nostro interesse sulla prima
raccolta poetica, edita nel 1925 sotto Garzanti, dal notissimo titolo
"Ossi di seppia". Partiamo con l'analisi del titolo: gli ossi di seppia,
simbolo dell'uomo, possono galleggiare felicemente sul Mare o essere
sbattuti sulla Terra come inutili relitti; il mare regno dell'idillio appare
già come oggetto metafisico cui l'uomo ambisce, che tocca, ma non
possiede perché i flutti lo spingono a Terra. La Terra luogo del limite
umano, dove non c'è che apparenza, luogo dell'inappagamento che
si configura come mancanza di senso (in ciò Montale sembra risentire
della posizione filosofica leopardiana). Scendendo nel particolare delle
composizioni montaliane, appare evidente come l'unica possibile
dimensione per l'uomo sia la Terra, e solo occasionalmente tramite
miracolo è possibile intravedere il "metafisico" mare. Va bene
inteso il termine miracolo, il quale non và interpretato come gesto
sovrannaturale, bensì come sensazione reale che ponga la ragione in
grado di percepire silenziosamente l'essere, ossia il mare. Miracoloso
può dunque essere l'odore dei "limoni" in un silenzio
in cui le cose/
s'abbandonano e sembrano vicine/ tradire il loro ultimo segreto/.

Segreto che Montale sembra configurare al Nulla, come recita nella famosa
quartina
Forse un mattino andando in un'aria di vetro,/ arida, rivolgendomi,
vedrò compiersi il miracolo:/ il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/
di me, con terrore di ubriaco/.
Ebbene il poeta cerca di scuotere
il consueto inganno e di cogliere ciò che sfugge all'uomo. Perciò
non ci troviamo di fronte ad un Nulla quale assoluto negativo, ma per
Nulla và inteso ciò che all'Uomo non è manifesto. Tant'è che in
altri componimenti, lo stesso Essere-Nulla, è rappresentato addirittura
con la sua antitesi ossia la luce:
Portami tu la pianta che conduce/ dove
sorgono bionde trasparenze/ e vapora la vita quale essenza;/ portami
il girasole impazzito di luce /.
Tuttavia non possiamo cancellare
né tanto meno rimuovere la negatività dal pensiero montaliano. Infatti
è fortissima (come da lui affermato) l'influenza di Schopenhauer
oltre che di Leopardi; a ciò non bisogna dissociare la condizione
storico-ontologica del poeta del '900: l'impotenza. Ciò è particolarmente
esplicito nei versi
Codesto solo possiamo dirti/
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Ruggero Gorgoglione

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Pier Paolo Pasolini (Febbraio 2002)

Pubblicato nel 1955, "Ragazzi di Vita" segna l'esordio romanzesco
di Pasolini. Romanzo acre, duro, realista che attirò ben presto strascichi
polemici, al punto che autore ed editore furono denunciati (accusa
alquanto infondata) per la presenza di scene sessuali. Ad onor
del vero, Pasolini si limita a descrivere una realtà, per quanto dura,
pur sempre vera, verso la quale è inutile e omertoso chiudere gli occhi.
Ambientato nella periferia romana degli anni 50, "Ragazzi di vita"
è diviso in 8 racconti non collegati sistematicamente fra loro
(perciò leggibili separatamente). Protagonisti un gruppo di giovani fra i
13 e 20 anni, il cui scopo è far fronti ai propri bisogni primari in una vita
che li costringe alla più completa precarietà. Precarietà che ha il quotidiano
come meta e l'incapacità di pensare un surplus sociale; in altri termini
il degrado sociale è visto in questi giovani come una sorta di peccato
originale che li condanna alla legge della Natura del più forte, o
meglio del più furbo. Dal punto di vista stilistico, Pasolini riesce in
un mix linguistico (tra l'italiano e il dialetto romano) agile e comprensibile.
La scelta di affidare al "romano" i dialoghi diretti rende ancor
più realiste e melodrammatiche le situazioni narrate. Di notevole
spessore le descrizioni dei personaggi dotate di un lirismo poetico
capace di far emergere l'interiorità attraverso l'esteriorità. In
"Ragazzi di vita" troviamo già un Pasolini che inaugura la svolta
poetico-narrativa che introdurrà nella dimensione cinematografica.
Basti pensare che gli ambienti del romanzo in questione sono
anche "il set" dei primi film quali "Accattone" e "Mamma Roma".
Vicende che all'Italia dell'Euro iperconsumistica, sembrano
lontane anni luce. Eppure questa non è che una denuncia superficiale.
In realtà Pasolini in questo romanzo va a colpire in maniera spietata
senza ripensamenti un cardine dell'istituzione repubblicana:
l'eguale opportunità. Fondamento primo della democrazia, ma anche
maschera meschina per nascondere l'evidente ingiustizia. La tanto
decantata "libertà" simbolo, parola e idea dei politici, si configura
come un contenitore repressivo nei confronti del tempo che cessa
di essere escatologico. Infatti la classe dominante, attraverso la sua
fitta rete comunicativa ha il solo scopo di clonare se stessa, evitando
attraverso l'indifferenza lo spirito d'idealità che sopraggiunge nelle
nuove generazioni. Nuove generazioni sempre più stupide e bigotte,
incapaci di ribellarsi ad un sistema che con l'esca del permissivismo
costringe il giovane ad una schiavitù intellettiva. Perde in sostanza
l'attributo di essere pensante perché "altro" pensa e decide per lui.
Pasolini, appare presto conscio di questa operazione distruttiva
da parte della rete comunicativa, orientando in tal senso il suo
impegno di intellettuale controcorrente. Se in "Ragazzi di vita" i giovani
nascono e muoiono, senza scelta, nella delinquenza (e ciò non
è solo la trama di un romanzo) è necessario porsi due interrogativi:
Che cos'è la libertà? Come si applica la libertà? Nessuno in
Italia nel creare uno Stato libero l'ha fatto. E mi sembra impossibile
praticare ciò che non si conosce.

Ruggero Gorgoglione

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Sandro Penna (Febbraio 2002)

La poesia di Sandro Penna appartiene all'eredità più viva e nascosta
del Novecento letterario, un bagaglio ancora troppo chiuso, nonostante
i venticinque anni appena trascorsi dalla scomparsa del poeta umbro.
Vissuto a cavallo del secondo conflitto mondiale, conquistò da subito
la simpatia di Umberto Saba, che lo introdusse tra le "Giubbe
Rosse". Ma la sua storia di poeta, in realtà, non prosegue molto oltre,
nonostante una serie di pubblicazioni che portava alla luce, anche a
distanza di decenni, poesie sempre inedite. E' infatti la sua storia di
uomo a dominare la lirica, così formalmente alessandrina e, unica nel
contesto, priva di simboli. I versi di Penna sono versi trasparenti, tutto
appare sotto una luce chiara, inequivocabile; una chiarezza
che sottintende la ribellione alla società, non nella contestazione,
ma nella emozione della parola: Penna non si strugge, neppure quando
incrocia gli occhi fulminanti di un angelo, lo stesso che ritrae, sulla
scorta della sua "esperienza del male" (Pasolini),
con le dolci
ali viola della bestia.
Ed è questo stesso slancio ossimorico
a porsi alla base dell'esperienza penniana, tra libido e umano, sogno
e realtà, ma soprattutto eros e solitudine. L'amore, infatti, inteso
come passione dell'esistenza condizionata dagli istinti, pur rappresentando
l'elemento centrale della poesia di Penna, non ne è allo stesso
tempo il punto di maggiore interesse; terminato l'ossigeno del
piacere, dall'amore sgorga solitudine. Ma si tratta, in realtà, di una
condizione immutabile, giacché lo stesso "regno di Penna è la gioia
di sentirsi anonimo e solo" (Garboli). La solitudine dunque acquista
una dimensione nuova, che rima con la solarità dei volti e degli
sguardi dei fanciulli così ossessivamente presenti, ma che lascia
sovente, specie nei testi più tardi, il posto alla depressione e alla
malinconia, una
pioggia da gonfie nubi silenziosa. Con l'addio
alla gioventù, si spegne in Penna quell'esaltazione che aveva
costruito pietra su pietra la sua poesia, che aveva messo
tra parentesi
il mondo degli adulti, rifiutandolo nella sua miserabilità,
e che era pervasa dal sorriso adolescente, il suo "centro celeste".
Sullo sfondo reale delle industrie e dei treni, la figura del giovane, solo,
in bicicletta, in prati o in riva al lago, col suo
sapore di fango e di stelle,
incrocia mille volte il poeta, in una solitudine senza fine…
Lontano
io resterò - o ardente solitudine mia.

Stefano Savella

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Sergio Corazzini (Aprile 2002)

Addentrandosi nella poetica di Sergio Corazzini, non si può prescindere
dal tenere in dovuta considerazione l'arco di tempo particolarmente
breve che la distingue. La critica, è noto, rischia sempre di deviare le proprie
riflessioni quando entra in gioco l'emotività, nei casi in cui
il poeta porta dietro di sé una storia personale quantomeno
caratteristica; il caso di Corazzini, poeta romano morto di tisi nel
1906 all'età di ventuno anni, ne è un esempio lapalissiano. Tuttavia,
risulta necessariamente improbabile approfondire un percorso
lirico come questo, senza esaltare lo spirito giovanile che si nasconde
dietro quei versi carichi di desolazione. La breve vita di Corazzini si
svolge tra il Collegio Nazionale di Spoleto e il lavoro, ancora adolescente,
nell'angusto ufficio di una compagnia di assicurazioni della capitale.
L'indole lirica risente del brusco cambiamento, ma soprattutto
della malattia, che infonderà in tutti i versi un'ansia di nostalgia
verso il sogno ricorrente, che è al tempo stesso inevitabile accadimento,
appunto la morte. E la sua è stata infatti definita la "poetica del
sentirsi morire". Ogni lirica appare un addio, un ultimo lamento di
morte, un fanale che acceca così tanto da far chiudere gli occhi,
definitivamente. Non esistono paesaggi, non simboli, non immagini,
non colori, se non stanze rosse dipinte di buio. Una "musica esangue
di parole e immagini" (Solmi) che risuona nei luoghi che più le si addicono:
chiese, conventi o ospedali, come nel caso di Toblack, dove c'è
Vita che piange, Morte che cammina. Corazzini, giovanissimo,
appare, secondo la definizione del Petronio, un "fanciullo dolorante e
morente che nulla poteva opporre alla morte imminente, e che si
confortava solo nel trovare diffusa tra le cose la medesima tristezza";
una fanciullezza che costituisce tema a parte nelle sue liriche, di chiaro
ma non marcato stampo pascoliano. Il fanciullo di Corazzini è
tanto dolce da essere ingenuo ("dal cuore vergine", precisa Pupino),
tanto pensoso da essere suicida, fanciullo che sogna una prospettiva
liberatoria per estraniarsi dalla consapevolezza dell'età adulta.
Dolcezza e sincerità, non a caso, appartengono tanto alla figura
del giovane Corazzini quanto ad ogni suo verso. Versi da sempre
catalogati tra quelli dei maggiori crepuscolari, perché se è
vero che quelli di d'Annunzio prendevano spesso la forma e i colori
di giochi pirotecnici, quelli del giovane poeta romano appaiono un esile
e fiero fuoco nel camino di una notte d'inverno. Una notte, appunto:
perché non pensare infatti alla poetica di Corazzini come ad un
crepuscolo mattutino, ad un'alba tra accademismo e verso libero, tra l'inimitabile e il desolato?

Stefano Savella

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Carlo Michelstaedter (Aprile 2002)

Carlo Michelstadter, morì a 23 anni. Si suicido dopo aver consegnato al relatore la tesi
di laurea dal titolo “La Persuasione e la Rettorica”. Dunque un folle,
uno da non prendere in considerazione, non certo un modello da seguire. Eppure
bisogna analizzare “La Persuasione e la Rettorica” per comprendere il
gesto di questo moderno Catone, che ha preferito la morte alla vita, ossia la
libertà alla schiavitù. Vissuto a cavallo del primo Novecento, Michelstaedter
vive appieno sulla propria pelle la crisi dell’intellettuale ormai privo di un ruolo sociale
rilevante. È il tempo delle avanguardie, di futuristi e crepuscolari, di
Papini, Marinetti e Corazzini. Tuttavia Michelstaedter, Goriziano, ebreo
non praticante cresciuto nell’ambiente mittel-europeo, se ne estranea.
La sua è una critica radicale sul modo vivere l’esistenza; non ha bisogno di
esaltare la macchina come i futuristi, di essere “teppista” come Papini. Egli
analizza l’uomo calato nella “rettorica” (sistema retto), ossia nel mondo dove
si insegna come realizzare i desideri e il desiderio per eccellenza:
essere realizzati. Una pretesa che sembra concretizzarsi ma resta una
perenne illusione allietata da altri grandi illusioni quali l’amore,
il premio, la gloria, il lavoro. Cose grandi, ma, tuttavia non riusciranno mai
a compensare la ricerca della piena libertà, cioè della piena realizzazione.
Michelstaedter decide di svuotarsi, di cercare la via libertà. Un percorso
solitario, da compiere senza paura, senza la sicurezza delle illusioni; un percorso
il cui obiettivo è “la persuasione” dell’essere, ossia la piena accettazione
della vita nel suo presentarsi. Accettazione che non implica un certo lassismo,
tutt’altro, “la persuasione” è il vivere libero in cui ogni momento scelta,
in cui tra vita e morte non c’è differenza in quanto la morte è nella vita stessa,
il suo supremo compimento nella ricerca della libertà. Michelstaedter guarda
al passato cercando di intravedere esempi di uomini “persuasi” che hanno
agito liberamente. Scorge Socrate ma soprattutto il Cristo. Gesù non scrive un
libro di istruzioni per arrivare al bene. Non esce in edicola con i titoloni
“Ecco il mondo è così”. Il Cristo non frequenta i circoli o le accademie;
Egli è per strada, nella piazza, vive pienamente, ama senza chiedere nulla,
muore con coraggio senza risentimenti o rimpianti, con La Consapevolezza: “Tutto è compiuto”.

Ruggiero Gorgoglione

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Nazim Hikmet (Agosto 2002)

Libertà, rivoluzione, amore. L’imponente eredità letteraria
del poeta turco Nazim Hikmet, una vita trascorsa tra impegno, carcere ed esilio,
ruota tutta intorno a questi tre centri. Tre parole che raccolgono un unico ideale
di vita, a sua volta minato giorno dopo giorno da 12 anni di carcere, torture
e isolamento a causa della sua fede politica. I versi di Hikmet lasciano
sempre tracce profonde, veri e propri solchi in anime disarmate dinanzi
alla pochezza dei giorni nostri. Così le lodevoli e imborghesite poesie d’amore
aprono d’incanto interminabili spazi, una volta giunti alla lettura
dei versi hikmetiani concentrati su aspetti più intellettualmente
ricercati della vita umana: in questi versi si consuma lo spazio vitale della
libertà, di cui il poeta era stato solo fisicamente privato. Si rincorrono
ricordi d’infanzia, i paesaggi della sua terra, e accanto ad essi l’uomo moderno
con i suoi crimini senza freni, vittima del potere e della propaganda. Nella
lirica “Girano girano i reattori atomici”, in quasi ottanta versi il poeta
si dipinge attorno un paesaggio che il futuro già possiede tra le sue fauci,
il futuro dei reattori nucleari iniziato a Hiroshima; e racconta, seguendo
un climax di concitazione, le tenebre più oscure dell’animo umano, la tortura,
la corruzione, il razzismo, la povertà, la guerra, fino a
sciogliersi inesorabilmente nell’unica luce di sua conoscenza: “Speranza,
Speranza, Speranza, / la Speranza è nell’uomo”. Non usa mezzi termini,
Hikmet, per definire poi i pericoli cui l’uomo incorre a causa della
propaganda politica, dello strapotere dell’informazione, che metterà all’indice
in Turchia i suoi libri, accusati di “incitamento alla rivolta” contro
lo Stato Turco. Interminabile, nonché attualissimo, è l’elenco incalzante
dei mezzi mediatici e non, che il potere sfrutta per le numerose
contorsioni della verità. La lirica “Delle vostre mani e della menzogna” si prefigura
essenzialmente come un urlo, specie nella parte finale, rivolto agli uomini
di ogni parte del mondo, di fiducia e ancora di speranza, affinché l’uomo divenga
consapevole che “questo mondo non sta sulla corna di un toro, / questo mondo
è piantato sulle vostre mani onnipotenti”. Nazim Hikmet, Medaglia della Pace
nel 1950, intellettuale di spicco di tutto il Novecento accanto ai compagni
Majakovskij e Neruda, a Pablo Picasso e a Jean Paul Sartre che si sono battuti
nel 1949 per la sua liberazione, solo da pochi mesi riabilitato simbolicamente
della cittadinanza turca strappatagli dalle mani prima dell’esilio
forzato, oggi parla ancora all’umanità, a quasi quarant’anni dalla scomparsa,
con la voce affannosa ma potente di un Poeta finalmente libero.

Stefano Savella

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Oriana Fallaci - La rabbia e l'orgoglio (08/2002)

Siamo in attesa di "celebrare" l'anniversario
dell'attentato al World Trade Center e al Pentagono ed è naturale fare un bilancio di quello
che è stato. Tra i maggiori effetti della tragedia, c'è stata una forte
rivalutazione delle differenti culture religiose e un inasprimento tra di esse.
Il mondo si è diviso tra coloro che hanno invocato la tolleranza verso
il mondo islamico, pur non essendo ricambiati, perché non è corretto fare di tutta
l'erba un fascio; altri, invece, hanno "aperto gli occhi" sul pericolo
che l'Islam potrebbe rappresentare per il mondo occidentale. Da questo lato
della barricata, si è schierata Oriana Fallaci, l'intellettuale italiana più nota
e autorevole nel mondo, insieme ad Umberto Eco. Come corrispondente di guerra,
la scrittrice ha seguito tutti i conflitti del nostro tempo, dal Vietnam
al Medioriente - celebre l'intervista che fece ad Arafat - e ha scritto molte
opere, tra cui Insciallah, ambientata proprio in Medioriente. Allora, come non
credere ad una donna che ha visto con i propri occhi realtà terribili, una donna
dalla cultura spaventosa, coltivata sui libri e sul campo? E' questo il punto.
Se nel suo ormai celebre libello "La rabbia e l'orgoglio" ci ha
rivelato che "gli epicentri del terrorismo islamico internazionale sono
sempre stati [...]Trani, Bari, Barletta [...]", dobbiamo fidarci, anche
se la cosa dovrebbe esserci passata sotto il naso senza accorgercene?
Sicuramente l'autrice si è informata, prima di mettere per iscritto certe accuse.
Ma come ha potuto constatarle, dal suo appartamento a New York? Nel frattempo,
però, coloro che hanno condiviso la sua visione, avranno accettato anche questi
particolari. Ma il suo "piccolo libro" ha fatto scalpore soprattutto
per la feroce invettiva contro la cultura islamica. La Fallaci afferma che,
volenti o nolenti, la nostra civiltà, pur poggiandosi sulla cultura classica,
è stata forgiata e cementata dal cristianesimo. E' per questo motivo che teme
lo scoppio definitivo di una guerra santa tra cristiani e musulmani. Uno scontro che
l'autrice non ha intenzione di perdere, forte della “superiorità” delle civiltà
europea e americana. Fin dove ha ragione e fin dove ha torto Oriana Fallaci?
Ha semplicemente espresso sinceramente i nostri pensieri più
reconditi? Il confine non è molto netto. Si è anche - giustamente - scagliata
contro l'ondata di antisemitismo che ha invaso l'Europa dopo l'11 Settembre
e l'assurdità del conflitto riaccesosi tra Israele e Palestina. Soprattutto
in Francia, proprio dove "La rage e l'orgeuil" ha scatenato polemiche
molto più accese che qui in patria, a causa del razzismo espresso contro
i musulmani. E’ un fenomeno positivo la nascita di un confronto e un dibattito
culturale a partire da un libro (prendiamo per esempio Tiziano Terzani che ha
pubblicato per contrastarne il successo, un libro dal titolo "Lettere
dalla guerra"). Ma cosa pensare, quando un semplice libro di ampio successo
rischia di giustificare e alimentare l’intolleranza verso le culture diverse?

Michele Miglionico

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