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STORIA DEL PIANOFORTE |
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Strumento
a corde percosse mediante martelletti posti in azione dai tasti. E’
solo considerando la formazione del Pianoforte per mezzo della
vibrazione di corde sonore, indipendentemente da mezzo con cui tale
vibrazione è prodotta, che possiamo far risalire le sue origini alla più
remota antichità, ma tali origini restano sempre abbastanza vaghe. Il
più lontano antenato del Pianoforte fu il MONOCORDO,
che gli antichi adoperavano soprattutto per conoscere e fissare i rapporti
matematici dei suoni (la lunghezza dell’unica corda veniva mutata per
mezzo di un cavalletto mobile). E’ certo che al monocordo vennero
aggiunte in seguito altre corde. L’helicon,
descritto da Aristide Quintiliano (sec. II d. C.) non è che
l’antico monocordo, ma
con quattro corde; e lo strumento a 19 corde descritto da J. de
Muris, nel suo Musica speculativa
(1323), non era che un ulteriore arricchimento del monocordo. In
questi strumenti la corda veniva messa in vibrazione con le dita: come
nel salterio e nel timpanon, strumenti di origine orientale. Il salterio
era una specie di cassa armonica di forma trapezoidale irregolare sulla
quale erano tese varie corde messe in vibrazione dalle dita del
suonatore; non molto diversa era la forma del timpanon,
ma in questo le corde venivano percosse e non pizzicate dal
suonatore per mezzo di due bacchettine di legno duro (come nel cjmbalum
ungherese attuale). E’ in questo che, probabilmente, si trova
l’origine del Pianoforte attuale. L’idea di applicare una tastiera
(come quella già in uso negli organi) a questi strumenti dovette
presentarsi assai presto; già fra i secc. VIII e XI era in uso l’organistrum,
specie di viola dotata di tasti, ma il primo strumento che si può
considerare come un vero e proprio antenato del Pianoforte è il CLAVICORDO.
In esso le corde erano disposte parallelamente alla tastiera, e non
perpendicolarmente come nel Pianoforte moderno. I tasti mettevano in
azione non già dei martelli, ma alcuni “bracci di leva” i quali,
percuotendo la corda, la dividevano al tempo stesso in due parti
disuguali, una delle quali vibrava liberamente, mentre le vibrazioni
dell’altra erano impedite dal “braccio di leva”, cosicché la
stessa corda poteva dare suoni diversi (4 o 5), e i tasti erano in
numero assai maggiore delle corde.
Parallelo al clavicordo, per quanto la sua apparizione sia
posteriore a questo di qualche decennio, è il CLAVICEMBALO
Clavicordo e clavicembalo furono in gran voga fino alla fine del sec.
XVIII, ma l’impossibilità di tenere un suono per un certo tempo
stimolò a cercare un’altra soluzione. Nei primi anni del 1700 furono
parecchi i costruttori che si dedicarono a risolvere il problema, ma
solamente intorno al 1711 il padovano B. Cristofori presentò lo
strumento che può essere considerato come il primo Pianoforte moderno.
Al saltarello del clavicembalo B. Cristofori sostituì un martelletto di
legno duro, fasciato di feltro e destinato a percuotere (non più a
pizzicare) la corda direttamente, ottenendo così un altro carattere e
una maggior intensità di vibrazioni e la possibilità di variare
l’intensità del suono, secondo la maggiore o minore forza che il
tasto comunicava al martelletto; modificò la meccanica dello strumento
per mezzo di uno « scappamento a molla» che obbligava il martelletto a
ritornare in posizione di riposo non appena la corda fosse stata
percossa, e di un cuscinetto destinato a ricevere il martelletto e a
smorzare l’urto che il martelletto avrebbe ricevuto nella caduta;
infine aggiunse gli smorzatori, uno per ogni nota. Lo strumento fu
accolto più con curiosità che
con simpatia (Bach e Mozart si dichiararono per il clavicembalo)
e fu solamente verso la fine del sec. XVIII che il Pianoforte cominciò
a imporsi. Uno degli apostoli del nuovo strumento fu il romano Muzio
Clementi, pianista e compositore e, più tardi, costruttore di
Pianoforti egli stesso. Nel 1823 il francese Sébastien Érard,
proprietario e costruttore di una fabbrica di Pianoforti, inventò il «doppio
scappamento» e sostituì ai perni di legno quelli di acciaio. Il
nuovo ritrovato, che permette di ribattere una nota con quanta velocità
si voglia, fu un nuovo perfezionamento che permise al Pianoforte di imporsi,
e ai compositori di creare uno «stile pianistico» tanto diverso dallo
«stile clavicembalistico », quanta era la diversità dei due
strumenti. La prima fabbrica di Pianoforti fu organizzata in Inghilterra
nel 1770: qualche anno dopo le fabbriche si moltiplicarono. In Francia:
Érard, Pleyel, Gaveau, ecc.; in Germania: Stein, Bechstein, Blùthner,
ecc.; in Inghilterra: Broadwood, Collard (della quale fu socio
Clementi), ecc.; in America: Steinway. Fu in America, a Filadelfia, nel
1800 che I. Hawkins fece brevettare una forma di Pianoforte « verticale»
(Portable Grand Piano), costruito
sul modello del Piano-giraffe dell’inglese
R. Stodart (1795); sembra però ch’esso fosse stato realizzato più di
mezzo secolo prima, in Italia, da Domenico Del Mela di Gagliano. La
nuova forma dello strumento, più maneggevole ed economica, ne favorì
la diffusione sia nell’ambiente artistico sia in quello dei
dilettanti. Così il Pianoforte, per la sua natura, si prestava sia ad
offrire ai compositori un nuovo mezzo espressivo sia, e questo, forse,
contribuì maggiormente alla sua diffusione, a eseguire in forma di
sunto (riduzione) composizioni scritte per complessi strumentali anche
assai numerosi. Come tale si può dire che il Pianoforte fu veramente il
veicolo della cultura musicale moderna. Tra gli altri vantaggi non
bisogna dimenticare quello di poter essere suonato da due esecutori
(Pianoforte a quattro mani) per esecuzioni più complesse; e la
possibilità d’esser trattato sia come strumento d’orchestra
(solista o concertante), sia in gruppi autonomi,
come nelle Noces di
Stravinskij, in cui l’organico è rappresentato
da quattro Pianoforti e strumenti a percussione. |
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STRUTTURA |
| I
tipi di Pianoforte oggi in uso sono due: quello a coda (che
secondo la dimensione può essere a 3/4, a mezza coda, a 1/4), in
cui la disposizione delle corde è orizzontale e in prolungamento del
sistema di leve comandate dai tasti (meccanica); e quello verticale, in
cui le corde sono disposte verticalmente e perpendicolarmente alla
meccanica e alla tastiera. Questo per le differenziazioni esterne:
quanto alla meccanica, a parte qualche dettaglio, la costruzione è
quasi identica per i due modelli. Così si può dire che il Pianoforte
è costituito essenzialmente di una cassa armonica, cioè il corpo
principale dello strumento, la cui forma corrisponde alla forma del
pianoforte. Nella cassa armonica sta il pancone (o somiere), tavola di
legno robustissimo, sulle estremità della quale vengono conficcate le
caviglie (piroli o cavicchi) girevoli, destinate a fissare la tensione
delle corde. Nei Pianoforti moderni il pancone è sostituito da un
robusto scheletro di ferro fuso o di bronzo, con molto maggior vantaggio
per la durata e la resistenza della tensione delle corde, la quale si
ottiene serrando con apposita chiave le caviglie. Il sistema delle corde
era in origine disposto su per giù come quello dell’arpa, ma da una
cinquantina d’anni a questa parte gode maggior favore una disposizione
a forma di due arpe triangolari sovrapposte (sistema a corde
incrociate), ciò che favorisce un più libero gioco di risonanza e
nello stesso tempo offre la possibilità di ridurre le dimensioni
dello strumento. Le corde sono di acciaio: quelle del registro più
grave, di diametro maggiore, sono fasciate da un filo di rame e ognuna
basta a una nota. Nel registro grave ogni martelletto percuote due corde
(accordate all’unisono, bene inteso), nel registro medio e
nell’acuto a ogni nota corrispondono tre corde (accordate egualmente
all’unisono). L’estensione del Pianoforte è generalmente sette
ottave, dal L’accordatura del Pianoforte è basata sul sistema temperato: quello cioè entrato in uso nel sec. XVIII e che divide l’ottava in 12 parti uguali, identificando il diesis con il bemolle (re diesis = mi bemolle), ciò che non corrisponde agli intervalli della scala naturale, ma è universalmente accettato. Le corde sono messe in vibrazione dai martelletti azionati dalla tastiera. Si definisce così il sistema dei tasti, bianchi (corrispondenti agli intervalli naturali della gamma diatonica) e neri (i quali corrispondono ai suoni alterati della stessa gamma). I tasti sono aste di legno (leve), nella parte esterna rivestiti di materiale plastico o d’avorio quelli diatonici e d’ebano quelli cromatici, che comandano un meccanismo, il quale a sua volta aziona il martelletto che percuote la corda: quanto più il meccanismo è sensibile alle gradazioni di forza con cui il tasto è percosso, tanto più il pianista può comandare l’intensità della vibrazione ottenuta e per conseguenza del suono. Il martelletto, coperto di feltro finissimo, è scagliato contro la corda da un’articolazione di legno detta saltarello. Quando il martelletto batte sulla corda, il saltarello si solleva; appena avvenuto il colpo il martelletto ricade, non nella posizione di riposo, ma in una intermedia, dove rimane finché il tasto è abbassato. L’atto del dito che preme il tasto non fa soltanto alzare il martelletto, ma solleva pure lo smorzatore, piccolo pezzo di legno coperto di feltro, che, ordinariamente, sta a contatto della corda; esso riprende la posizione solamente quando il tasto è tornato in posizione di riposo; ciò permette di prolungare a volontà, per quanto è compatibile con la durata delle vibrazioni, la durata delle note. Per ottenere la migliore disposizione degli armonici il martelletto batte sulla corda tra un settimo e un nono della sua lunghezza; il punto di contatto varia però secondo i costruttori. A
completare il meccanismo della produzione del suono il Pianoforte ha tre
pedali. Quello di destra, detto impropriamente forte
(e il suo impiego è indicato dal segno pedale
che si prolunga fino a *: nelle
edizioni moderne da una linea ininterrotta per tutta la durata in cui il
pedale deve essere tenuto abbassato), scosta leggermente tutti gli
smorzatori e permette alle corde di vibrare liberamente e, più ancora,
di rinforzare il suono per mezzo delle vibrazioni di simpatia armonica.
Il pedale di sinistra (che si indica con le parole una
corda) ha per funzione di spostare tutto il meccanismo verso destra,
in modo che i martelletti anziché su tre, percuotano sopra un’unica
corda riducendo così sensibilmente il volume di suono. Il terzo
pedale, che manca in alcuni Pianoforti, ha funzione di sordina:
abbassandolo si fa scendere tra le corde e i martelletti una
striscia di panno che attenua sensibilmente le vibrazioni. I pedali si
adoperano isolati oppure accoppiati secondo le indicazioni dell’autore
o il criterio dell’interprete. |