La concezione della realtà e dell’esistenza secondo pirandello è l’aspetto principale che caratterizza la sua poetica e tutte le sue opere, come ce ne da prova lui stesso in due documenti autobiografici nei quali distingue la sua produzione letteraria: una porzione breve di stampo classico con vaghissimi accenni pre-umoristi, contemporanea alla sua giovane età, e la maggior parte delle sue opere di stampo prettamente umoristico, nel periodo che va da subito prima la partenza per la germania fino alla sua morte.
Questa concezione è palesemente di stampo filosofico, in quanto è una chiara e universalmente applicabile concezione di vita, della vita pirandelliana, tanto da attribuire per esempio il termine “maschera pirandelliana” a concetti già accennati in diverso modo da grandi filosofi del passato. Tuttavia Pirandello non si è mai definito un filosofo, ma la sua affermazione ha una ben precisa e coerente ragione. Pirandello affermava: “ Io non mi sono mai assunto nessuna responsabilità filosofica e mi sono inteso sempre e soltanto di fare arte, secondo le mie possibilità, e non filosofia. Certo, da tutta la mia opera fantastica, si può dedurre il particolare modo che io ho sempre avuto di considerare il mondo e la vita.” In sostanza è come dire, “questa è la mia filosofia di vita. Se volete farla vostra o demolirla è una vostra scelta, non è mai stata mia intenzione imporre i miei pensieri.” L’imposizione del pensiero come pricipio o verso gli altri infatti è completamente incoerente con la “filosofia” pirandelliana: è un controsenso. Traducendo questo concetto in termini pirandelliani infatti sarebbe come riconoscere certa e vera la nostra visione della realtà, facendola uscire dalle mura della soggettività e rendendola oggettiva, imponendola addirittura agli altri come possibile verità assoluta.
Proprio per questo pirandello non ha mai usato ne voluto usare il termine filosofia, proprio perché non esiste un modello di vita riconducibile a tutte le persone, come prova a far esistere la filosofia. Piuttosto lui ha generato nelle sue opere un modello proprio e suo soltanto, e che solo lui può considerare incredibilmente giusto.
Ed è qui che avviene il miracolo. Proprio perseguendo non l’obiettivo principale, cioè quello di cercare una verità unica riconosciuta come inesistente, pirandello riesce a creare una concezione filosofica del vivere più vicina alla sua persona e paradossalmente si avvicina più di chiunque altro abbia mai provato prima, ad una, tanto bramata dal genere umano, VERITA’.
Tutto ciò è un paradosso, lo stesso tipo di fenomeno di cui si serve Pirandello per descriversi lui, descriverci noi e descrivere il mondo. Ma allo stesso tempo l’analisi illogica attraverso questo mezzo ci porta senza scampo ad affermare che questo paradosso è più logico di qualunque altra verità ricavata analizzando le stesse cose con un procedimento più ortodosso.
La nostra esistenza si basa forse proprio su questo?
Per definire fondate tutte queste affermazioni non serve andare a cercare sui libri di testo o nelle note delle sue opere. Basta infatti far evolvere la sua “filosofia”, riportare in qualche modo in vita pirandello e lasciare che ci parli, ascoltare quello che ha ancora da dire sulla “sua” vita (e indirettamente sulla nostra, ma questo non diteglielo!).
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