Il mondo che vediamo attraverso i nostri occhi è il mondo interpretato dalla nostra mente attraverso i nostri sensi. Quello che ci appare è in parte quello che è realmente ma in parte è anche quello che la nostra mente vuole vedere, quello a cui l’abbiamo abituata. Un immagine o un ricordo non è semplice rappresentazione di un immagine ma è intimamente legata a noi stessi. Se cambiamo noi quindi cambia anche il mondo, inteso come quell’immagine del mondo che è sempre arrivata alla nostra mente, cioè cambia il modo con cui viviamo il mondo.
Chi ci dice che vediamo veramente quello che ci circonda? Ve lo posso dire io se volete: non lo vediamo. Vediamo il mondo come nostra proiezione mentale. Vediamo quello che crediamo di vedere. Un giorno ci alzeremo con altri occhi e vedremo un mondo diverso e delle persone diverse. E’ quello che succederebbe se potessimo scambiare la nostra mente con quella di qualcun altro. Vedremmo una realtà molto diversa, se pur ancora inerente di margine. La verità è composta da due aspetti secondo me.
Il nostro modo di vivere al realtà non si basa sull’analisi del presente, ma sulla percezione del passato. Spiego. I processi mentali della percezione si basano sulla recezione delle informazioni che i nostri sensi mandano a cervello, una veloce elaborazione della coscienza superficiale, la mente che controlla le nostre azioni temporanee e istintive, e l’immagazzinamento nella memoria. Contemporaneamente all’elaborazione il cervello riceve anche dati che non provengono dai sensi ma dalla nostra mente, alterando questa percezione. Il processo di fusione in realtà disturba si la percezione momentanea ma altera soprattutto la memoria, fondendo le recezioni dei sensi con le recezioni (false, perché non si basano sulla realtà dei sensi) della mente. Quando il pensiero privo dell’istinto ragiona sui fatti accaduti non ripesca dalla memoria l’evento che ha elaborato quando loha ricevuto, ma riceve dalla memoria l’evento ormai fuso e alterato per le cause precedenti. Alla fine La maggior parte dei nostri ricordi su cui basiamo tuaa la nostra storia e tutte le nostre esperienze non si baseranno più sulla realtà, ma sulla nostra realtà. Tutte le percezioni saranno sfalzate.
Se abbiamo appena condannato una metà delle nostre realtà, cioè delle nostre percezioni, rimangono per il momento i soli sensi come contatto con il mondo esterno, che formano la sola percezione legittima di ciò che ci circonda. Ma è veramente questo punto fermo come lo consideriamo?
Che cosa sono i sensi? Sono il mezzo che ha il nostro cervello di venire a contatto con il mondo materiale di riconoscerlo e di interpretarlo. Tuttavia, al contrario del cervello, i sensi sono esclusiavamente qualcosa di completamente conosciuto, di materiale, e dipendenti. Sono conosciuti perché la scienza umana li conosce e li può studiare in tutte le loro caratteristiche, riuscendo persino ad imitarli e a replicarli. Sono materiali perché le loro peculiarità sono formate da cellule specifiche che assolvono un determinato compito utile alla recezione di informazioni e le proprietà di queste cellule sono completamente conoscibile e catalogabili dalla scienza umana, sia nella loro unità che nella loro complessità. Sono dipendenti perché in realtà come detto, i sensi non sono che un interfaccia, una via di comunicazione che serve a trasformare i segnali atomici che compongono la materia in segnali elettrici che trasmettono l’oggetto stesso dalla realtà al cervello. Indipendentemente i sensi sono inutili, quindi sono da considerare puramente delle appendici del cervello, delle quali quest’ultimo se ne serve. Veniamo al punto. Anzi ai due punti. Il primo e più semplice è la possibilità di violare l’autenticità dei sensi attraverso la considerazione che i segnali elettrici attraverso i quali il cervello elabora le percezioni sensoriali potrebbero essere perfettamente replicabili artificialmente demolendo l’associazione “percezione sensoriale-realtà”.
La seconda possibilità di violare i sensi è più complicata.
Noi di preconcetto abbiamo la convinzione che le percezioni di un essere umano sono universali. Propongo una riflessione. Guardiamo un campo di grano. Di che colore è? Giallo? E che cos’è “giallo”? un colore giusto. Ma che colore? Come si può spiegare il “giallo”? Il giallo non si spiega. Il giallo è l’associazione di una percezione sensoriale ad una parola, appunto la parola “giallo”. E se per me il giallo fosse verde? Se io quel campo lo vedessi con il colore verde e così tutte le cose gialle per me fossero da sempre verdi, ma io fin da sempre avessi associato al colore realmente giallo, il colore verde, come potrei mai accorgermene? Come potrebbe qualcuno accorgersene? E’ il cervello riceve i dati di una percezione sensoriale e l’uomo le attribuisce un nome o un azione. Ma chi ci dice che le percezioni sensoriali sono universali? Nessuno. Ancora: Metto la mia mano destra difronte a me. Posso dire di aver alzato la mano destra. Ma chi mi dice che l’ho veramente fatto? Forse i miei occhi mentono in realtà e il gesto tattile e motorio di alzare la mano destra in realtà corrisponde al movimento della mano sinistra ma per me no. Quindi io avrò l’assoluta certezza di aver alzato la mia mano destra, come i miei occhi, il mio movimento, il mio passato mi suggerisce. Il mondo avrà l’assoluta certezza che io ho alzato la mia mano destra perché per loro la mia mano destra corrisponde alla sinistra o perché il mio movimento non ha corrisposto alla loro realtà, quindi ho alzato la mia(loro) mano destra. In questo caso non sono i sensi che mentono, ma è il cervello che comunque deve compiere un associazione con un solo punto di vista. Non può riconoscere l’inesattezza di un azione se è giusta per se stesso ed è giusta per gli osservatori, anche se l’elaborazione delle percezioni sensoriali e delle associazioni sono completamente diverse tra giudice e giudicato. In questo caso si potrebbe azzardare un proverbio (estendendolo) che dice, l’importante è il risultato, non in che modo lo si raggiunga, fermo restando l’impossibilità di verificare il procedimento.
Questo concetto è l’espressione della relatività di tutto.
Pensate in mezzo a quante varianti ci catapulta questo ragionamento. Per fare un esempio infinitesimale e stupido, ci possono essere veramente infiniti modi di vedere colori, assai più belli e assai più brutti di quelli che noi possiamo vedere con la nostra mente. Per fare un calcolo rapido ci potrebbero essere 16,8 milioni coori ad una profondità di 48 bit per ogni singola mente di questo pianeta, animali compresi. E così tutto il resto.
E’ il nostro cervello, noi stessi l’interprete del mondo, e non ci saranno mai due visioni della realtà perfettamente identiche, e statisticamente nemmeno pallidamente simili.
Questo potrebbe essere un punto di vista.
Unendo le due ipotesi, ossia la diversa interpretazione del cervello delle percezioni sensoriali da mente a mente con l’ingannabilità dei sensi possiamo facilmente ipotizzare che nulla potrebbe esistere come lo vediamo, come lo immaginiamo o come ce lo raccontano. Potrebbe non esistere nulla o potrebbe esistere tutto in tutt’altro modo. L’essere umano attuale non possiede nessuna caratteristica materiale corporea o mentale per decretare vero nessuna cosa e nessuna percezione. Viviamo in un mondo che forse un giorno scopriremmo diverso. Viviamo in un mondo che forse “non vive” che forse non esiste. L’unica cosa di cui possiamo essere certi è di noi stessi, del nostro io, di tutto quello di non materiale che rappresenta noi stessi. E’ da questi concetti che secondo me deve partire l’essere umano. E’ questo il “principio di ragione” da cui tutti dobbiamo iniziare a pensare per cercare di capire, per cercare di conoscere.
Quello che riterremo conoscibile e Vero dovrà concordare con questa logica, che vedo plausibilmente molto più reale che considerare sacrosanto tutto quello che il mondo ci impartisce come reale.
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