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Italo Calvino - Le Cosmicomiche

Il 26 aprile 2000 sono stati resi noti i dati raccolti dalla sonda aerostatica "Boomerang", che hanno permesso di ricostruire, a partire dalla radiazione fossile di fondo, lo stato del cosmo a 300.000 anni dal Big Bang. Questa specie di foto di gruppo del "come eravamo" tenta di rappresentare uno stato di cose che forse è al di sopra della nostra capacità di immaginazione, prima ancora che di teorizzazione scientifica. Paolo De Bernardis, responsabile italiano dell’esperimento, promette per il futuro "foto" ancora più antiche, ancora più vicine al Big Bang.

L’universo dopo il Big Bang

L’immagine pubblicata su "Nature" mostra la struttura dell’universo a 300.000 anni dal Big Bang. Le zone chiare sono quelle calde, che daranno origine alle galassie. La "foto" è stata ottenuta analizzando differenze di temperatura dell’ordine di milionesimi di grado rilevate nel fondo cosmico attuale dai sensibilissimi strumenti criogenici realizzati dalle Università di Roma e Firenze e dai laboratori di Frascati dell’Enea.

Rappresentare il Big Bang è una sfida ai limiti della nostra stessa intuizione. Italo Calvino la affronta in modo affascinante e originale. Il suo interesse per la scienza ha origine forse dalla sua infanzia: figlio di un agronomo di fama mondiale e di una biologa, fu presto a contatto con la ricerca scientifica e nel 1941 si iscrisse alla facoltà di agraria. A ciò si può far risalire il gusto di aggredire la realtà con atteggiamento razionale, che si ritrova anche all’interno delle pagine fantascientifiche delle Cosmicomiche. Si tratta di una serie di racconti che prendono spunto da una citazione o da un riferimento ad una teoria scientifica, per poi svilupparla attraverso personaggi fantastici ma dai tratti stranamente familiari. I primi istanti del Big Bang diventano così un luogo surreale, dove si incrociano riflessioni epistemologiche, psicologiche e sociali:

Si capisce che si stava tutti lì, - fece il vecchio Qfwfq, - e dove, altrimenti? Che ci potesse essere lo spazio, nessuno ancora lo sapeva. E il tempo, idem: cosa volete che ce ne facessimo, del tempo, stando lì pigiati come acciughe? Ho detto ‘pigiati come acciughe’ tanto per usare una immagine letteraria: in realtà non c’era spazio nemmeno per pigiarci. Ogni punto d’ognuno di noi coincideva con ogni punto di ognuno degli altri in un punto unico che era quello in cui stavamo tutti.

(Tutto in un punto, Tutte le Cosmicomiche, pag. 46).

La fantasia creativa di Calvino coglie subito agganci geniali: qualcuno anche allora, pure in quel punto, era considerato "immigrato", come se fosse arrivato dopo.

Che questo fosse un pregiudizio senza fondamento, mi par chiaro, dato che non esisteva né un prima né un dopo né un altrove da cui immigrare, ma c’era chi sosteneva che il concetto di ‘immigrato’ poteva essere inteso allo stato puro, cioè indipendentemente dallo spazio e dal tempo. (pag. 47)

In altre parole, come il mondo fisico odierno discende da piccole irregolarità nella distribuzione di temperatura e densità nel magma dei primi millenni, così il razzismo può trovare una origine astratta, paradossale e dunque esilarante in un mondo primordiale di pregiudizi allo stato puro, senza più nascondersi dietro giustificazioni spazio temporali e pseudostoriche.

Era una mentalità, diciamolo, ristretta, - osserva Calvino - quella che avevamo allora. Colpa dell’ambiente in cui ci eravamo formati. Una mentalità che è rimasta in fondo a tutti noi, badate: continua a saltar fuori anche oggi […] – alla fermata d’un autobus, in un cinema, in un congresso internazionale di dentisti. . (pag. 48)

Troviamo qui la chiave della produzione "cosmicomica" di Calvino: lasciarsi affascinare dalla scienza più avanzata, comprenderne le più intime suggestioni, divulgarla quasi con rigore e puntiglio scientifico, trasfigurandola però nell’immagine, nel paradosso, nell’eccentrico, e sezionando ad una ad una le meschinità culturali e morali che ci portiamo dietro.

E come fu possibile che "una sfera perfetta e isotropa come quella prodotta dalla esplosione originaria [producesse] delle irregolarità nella distribuzione della materia tali da poter dare origine […] alle galassie e successivamente a stelle e pianeti?" (dall’articolo del 27 aprile su "Repubblica")

Fu mio padre il primo ad accorgersi che qualcosa stava cambiando. Io ero appisolato e il suo grido mi svegliò: ‘Attenzione! Qui si tocca!’ […]

E poi ci fu mio fratello Rwzfs, a quel tempo infante, cui a un certo punto, sentendolo, che so?, sbattere, scavare, insomma agitarsi, chiesi: - Ma cosa fai? – e lui mi disse: - Gioco.

- Giochi? E con che cosa?

- Con una cosa, - disse.

Capite? Era la prima volta. Cose con cui giocare non ce n’erano mai state"

(Sul far del giorno, Tutte le Cosmicomiche, pag. 27)

Come si vede, la comicità nasce dal contrasto tra la serietà del problema scientifico, ancora oggi valido, e la banalità degli eventi quotidiani, narrati in modo familiare.

Comunque, il riferimento alla scienza dello spazio è molto più di un semplice espediente. Anche se quella di Calvino non è un’opera di divulgazione scientifica, è certamente uno stimolo ad approfondire, a curiosare, ad indagare, a capire meglio. Si prenda ad esempio questo incipit:

Una notte osservavo come al solito il cielo col mio telescopio. Notai che da una galassia lontana cento milioni d’anni luce sporgeva un cartello. C’era scritto: TI HO VISTO. Feci rapidamente il calcolo: la luce della galassia aveva impiegato cento milioni d’anni a raggiungermi e siccome di lassù vedevano quello che succedeva qui con cento milioni d’anni di ritardo, il momento in cui mi avevano visto doveva risalire a duecento milioni d’anni fa. Prima ancora di controllare sulla mia agenda per sapere cosa avevo fatto quel giorno, ero stato preso da un presentimento agghiacciante: proprio duecento milioni d’anni prima, né un giorno di più né un giorno di meno, m’era successo qualcosa che avevo sempre cercato di nascondere.

(Gli anni luce, Tutte le Cosmicomiche, pag. 121)

Come non pensare subito agli osservatori di Einstein e al calcolo incrociato per sincronizzare gli eventi? E come non leggere una sottile ironia verso le pretese stesse degli astronomi, di "vedere" cosa succede in mondi così lontani nello spazio-tempo, come il cartello con la sua scritta? Il senso più profondo riguarda la psicologia del protagonista, preso dall’angoscia che tutto lasci una traccia, che ciò che accade, anche quello che non vorrebbe fosse accaduto e che vorrebbe dimenticare, invece è un messaggio partito per l’eternità e destinato a lasciare una traccia indelebile. Nella magica produzione di Calvino, verità scientifica e realtà morale alludono l’una all’altra. La visione scientifica spesso appare fredda; la difficoltà di rappresentazione intuitiva intralcia la creazione stessa di nuovi mondi esplicativi. L’invenzione di Calvino aiuta l’immaginazione, spinge ad intuire su basi nuove e paradossali; ma ci ricorda anche i drammi e i sentimenti che non potremo mai lasciarci alle spalle.

Il racconto che più esplicitamente riguarda i paradossi sul "tempo" è il famoso Ti con zero, del 1967. Dice di esso lo stesso Calvino, in una intervista del 1985: "Ho abolito tutto il prima e tutto il dopo fissandomi così sull’istante nel tentativo di scoprirne l’infinita ricchezza. Vivere il tempo come tempo, il secondo per quello che è, rappresenta il tentativo di sfuggire alla drammaticità del divenire. […] Ti con zero contiene l’affermazione del valore assoluto di un singolo segmento di vissuto staccato da tutto il resto" (Tutte le Cosmicomiche, Note, pag. 401).

Ti con zero allude alla simbologia matematizzante utilizzata in fisica per rappresentare gli eventi temporali, ma inizia come una favola epica, con questa immagine fissata per sempre nella fantasia del lettore:

Ho l’impressione che non sia la prima volta che mi trovo in questa situazione: con l’arco appena allentato nella mano sinistra protesa in avanti, la mano destra contratta all’indietro, la freccia F sospesa per aria a circa un terzo della sua traiettoria, e, un po’ più in là, sospeso pure lui per aria e pure lui a circa un terzo della sua traiettoria, il leone L nell’atto di balzare su di me a fauci spalancate e artigli protesi. Tra un secondo saprò se la traiettoria della freccia e quella del leone verranno o meno a coincidere in un punto X attraversato tanto da L quanto da F nello stesso secondo tx, cioè se il leone si rovescerà per aria con un ruggito soffocato dal fiotto di sangue che inonderà la nera gola trafitta dalla freccia, oppure piomberà incolume su di me atterrandomi con una doppia zampata che mi lacererà il tessuto muscolare delle spalle e del torace, mentre la sua bocca, rinchiudendosi con un semplice scatto della mascella, staccherà la mia testa dal collo all’altezza della prima vertebra.

(pag. 235)

Tra la freccia F e il leone L, nell’attimo eterno rappresentato nella pagina, si rivive lo scontro tra infinite frecce ed altrettanti infiniti bersagli, dalla freccia di Zenone a quella di Prigogine, attraverso tutti i vettori degli innumerevoli libri di fisica. Nel seguito, Calvino presenta l’ipotesi che l’universo, terminata la sua espansione, ricominci ad implodere, seguendo la teoria dell’universo ciclico. Al Big Crunch seguirebbe un nuovo Big Bang e così all’infinito, in una serie alternata di cicli e ricicli; Calvino immagina che tutte le particelle ripercorrano esattamente gli stessi eventi, ripassando, ogni volta, da quella freccia e da quel leone del tempo t0.

So che la Terra è un corpo celeste che si muove in mezzo ad altri corpi celesti che si muovono, so che nessun segno, né sulla Terra né nel cielo può servirmi da punto di riferimento assoluto, tengo sempre presente che le stelle girano nella ruota della galassia e le galassie s’allontanano l’una dall’altra con velocità proporzionale alla distanza. Ma il sospetto che m’ha preso è appunto questo: d’essermi venuto a trovare in uno spazio che non mi è nuovo, d’essere tornato a un punto in cui eravamo già passati. (pag. 237)

L’istante t0 fa parte di una serie temporale, assume significato in una sequenza quasi infinita, o forse perde in tal modo ogni significato e ogni importanza:

Io mi trovo in un qualsiasi punto spaziotemporale intermedio di una fase dell’universo; dopo centinaia di milioni di miliardi di secondi ecco che la freccia e il leone e io e il cespuglio ci siamo trovati così come ci troviamo adesso, e questo secondo verrà subito inghiottito e sepolto nella serie di centinaia di milioni di miliardi di secondi che continua, indipendentemente dall’esito che avrà di qui a un secondo il volo convergente o sfasato del leone e della freccia. (pag. 239)

Con puntiglio l’arciere dipana tutte le alternative: che la sequenza sia sempre la stessa, e quindi ogni volta accada sempre la stessa cosa; oppure, che solo l’attimo t0 sia comune, e che poi la sequenza diverga in mille modi; o che infine, la sequenza sia unica e che solo il terrore del momento lo abbia reso così decisivo e così eterno, con la falsa impressione di averlo già vissuto, come in un film (déjà vu, fenomeno psicologico dei momenti traumatici). Ogni volta, il problema sarebbe spiare un po’ più avanti, o saltare da un universo parallelo a quell’altro, per sapere se la freccia ucciderà per tempo il leone in questo universo e poter scegliere di conseguenza. Da un punto di vista esistenziale, allora, non fa differenza, la vita è sempre vita, ed è questo momento che io vivo e non gli altri, se mai vi fossero, di universi paralleli o già esistiti o anche solo possibili.

La mia situazione non cambierebbe per nulla anche supponendo che […] ogni secondo avvenga una volta per sempre, e l’abitarlo per la sua durata esatta di un secondo voglia dire abitarlo per sempre, e t0 mi interessi soltanto in funzione dei t1 t2 t3 che lo seguono, con il loro contenuto di vita o di morte […] e il secondo t0 fulmineo com’è arrivato fulmineamente ecco scatti nel secondo successivo, e delinei senza più dubbi la traiettoria del leone e della freccia. (pagg. 248, 249)

Il tempo soggettivo ha un valore assoluto, indipendentemente dal modello matematico che la scienza ci propone; nella sua "infinita ricchezza", permette di vincere la stessa paura della fine.

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