PREFAZIONE
Dopo una breve interruzione, da cui è scaturito il romanzo “Cuba”, l’autore torna al suo diplomatico “ribelle”, nella quarta parte del ciclo. Questa volta Luigi Prisco si trova nel bel mezzo delle turbolenze del mondo islamico. Come nei romanzi precedenti, lo scopo primario è quello di portare i lettori a considerare che quanto di ciò che appare e che viene trasmesso dagli organi ufficiali delle comunicazioni di massa, non sempre è completo, quando addirittura non è distorto. La vastità dei temi trattati toglie qualcosa alla compattezza del racconto e mai, come in questo caso, si avverte che il diplomatico italiano è sempre più il pretesto per cercare di inquadrare i drammi che circondano la politica internazionale. Il potere è un rullo compressore che travolge tutto ciò che gli si para davanti, uomini e cose. Malgrado ciò, le “avventure” personali del protagonista ci continuano a coinvolgere; l’uomo Prisco è uno di noi, un po’ disincantato e un po’ furibondo, per la impotenza che la Ragion di Stato impone ad ogni comune mortale che non ha le dita sui bottoni della “consolle” del potere. Mentre il pianeta si contorce ferito sulle catastrofi climatiche, il piccolo e presuntuoso abitante razionale continua nel macabro gioco del potere.
Corrado Siricano
Non c’è area più tribolata e tormentata della terra, quale il Medio Oriente, un territorio che, geograficamente, comprende Turchia, Siria, Libano, Israele, Egitto, Giordania, Iraq, Iran, Arabia Saudita, Kuwait, Yemen, Oman ed Emirati Arabi. Fin dalla sua costituzione come Stato, Israele, voluto dall’ONU nel 1948, ha trovato accanita ostilità da parte di tutti gli Arabi; primo perché Stato non arabo, poi perché dichiaratamente filobritannico e filoamericano; poi perché posto in una zona strategica del Medio Oriente, ha costretto i Palestinesi a lasciare il territorio e a vivere in una situazione di vera e propria prigionia, non potendo spostarsi, muoversi, lavorare se non sotto il controllo dell’autorità militare israeliana.
Ora per capire la condizione di malessere, di odio e di ostilità che serpeggia nell’animo degli Arabi nei confronti degli Israeliani e viceversa, odio che, con il passar degli anni, si è andato sempre più esasperando occorre volgere lo sguardo al passato e decisamente a duemila anni fa allorché gli Ebrei abitavano la Palestina con un governo teocratico, governo in cui la figura del re coincideva con quella di capo spirituale. Nel 70 dopo Cristo, i Romani distrussero il Tempio che era, non solo luogo di culto, ma rappresentava lo stesso Stato d’Israele, determinando così la dispersione, diaspora, degli Ebrei nel mondo.
La diaspora, però, non produsse la scomparsa del popolo ebraico bensì rafforzò il vincolo di unione tra loro, mantenuto vivo attraverso la lingua e la tradizione, grazie alla religione e alla Bibbia, convinto che un giorno sarebbe ritornato nella Terra Promessa che Dio aveva scelto per loro, tesi alla base del Sionismo.
Nel 1897 il rabbino Herzl costituì il “fondo nazionale ebraico” con il quale gli Ebrei cominciarono a raccogliere i fondi per acquistare privatamente terre da coltivare in Palestina, appunto la Terra Promessa, appoggiandosi politicamente alla Gran Bretagna, che vedeva di buon occhio la costituzione di uno stato non arabo e amico dell’Europa, in Medio Oriente e fidando sul fatto che ormai i coloni ebrei, insediatisi in Palestina erano davvero numerosi; nel 1948 gli Ebrei ottennero dall’ONU il consenso a proclamare uno Stato israeliano in Palestina, un territorio interamente circondato da Stati di fede musulmana.
Gli Arabi, difatti, professavano la religione islamica, fondata da Maometto nel VII secolo dopo Cristo, i cui insegnamenti sono raccolti nel Corano. Uno dei principi fondamentali del libro sacro è la fede verso un unico Dio, Allah, e la felicità deriva dalla totale sottomissione alla sua legge. Il termine Islam, che vuol dire sottomissione, chiarisce, appunto, la religione musulmana e la civiltà araba.
Nel XVI secolo l’impero ottomano, turco, nel conquistare tutto il territorio del Medio Oriente, aveva lasciato larga libertà amministrativa alle popolazioni indigene, tutte di ceppo arabo. Pertanto gli Arabi non avvertirono il dominio ottomano come oppressivo o estraneo alla loro storia e alla loro cultura.
Ben diversamente si comportarono Gran Bretagna e Francia, che dopo la prima guerra mondiale, sconfitti i Turchi, divisero il Medio Oriente in protettorati e ne ridisegnarono la carta geografica; così le truppe europee di occupazione vennero viste come “infedeli”, e come tali in effetti si comportarono, mettendo in essere una vera e propria occupazione vessatoria.
Questo è il quadro del Medio Oriente di circa 50 anni fa: uno Stato non arabo, di fede ebraica, al centro di tanti Stati arabi di religione islamica insediato in un territorio, “scippato” ai Palestinesi, costretti all’esilio o negli Stati confinanti, oppure a vivere sullo stesso territorio in una situazione di vera e propria prigionia; d’altra parte la convinzione di aver subito un torto da parte dei paesi europei e degli USA, che hanno consentito la formazione di Israele sulla loro terra, la gravità per gli Arabi che uno Stato non arabo, per di più filobritannico e filoamericano occupasse una zona strategica del Medio Oriente, hanno spinto molti Palestinesi prima e una grande quantità di musulmani poi ad entrare nei vari movimenti di guerriglia, distribuiti in molteplici organizzazioni, sfociate in vere e proprie azioni di terrorismo.
La latente e sofferta situazione di disagio economico e sociale degli strati della popolazione mista al risveglio del fanatismo religioso ha reso quest’area un luogo di permanente tensione che ha contribuito a trasformare il Medio Oriente in una vera e propria polveriera dove i numerosi tentativi di accordo e di pacificazione sono risultati inutili e vanificati spesso da futili fattori.
Su tutto questo scenario s’innesta la questione del petrolio, indispensabile risorsa per tutto il sistema di vita attuale dell’uomo. I maggiori produttori mondiali di petrolio sono la Russia e gli USA che però consumano tutto ciò che producono, non potendo quindi esportare la materia prima.
Una buona parte del petrolio mediorientale è nelle mani di emiri e sovrani che sono molto invisi al popolo arabo. Sono monarchi che le grandi potenze hanno insediato in piccoli Stati proprio per consentire alle compagnie petrolifere occidentali il controllo dei pozzi e soprattutto dei terminali degli oleodotti.
Il popolo arabo è tenuto al di fuori della spartizione dei prodotti derivanti dal petrolio e vive, pur essendo la sua terra ricchissima, in condizioni di estrema povertà tali che nessun occidentale accetterebbe di sopportare.
Per tutti questi motivi diventare la potenza egemonica del Medio Oriente significa conquistare una posizione di assoluto prestigio e potere in campo internazionale. E’ questo il principio che ha ispirato la politica del dittatore iracheno Saddam Hussein o il comportamento di un guerrigliero come Bin Laden o del presidente dell’Iran Ahmadinejad sfidando il mondo intero attraverso la strategia del terrorismo.
Vincenzo Fascione