"Affinità elettive!" ovvero... "Cosa c'entra con Krishnamurti?"

Cosa c'entra lo scrittore Fernando Pessoa o il filosofo Friedrich Nietzsche con Krishnamurti? E la cantante Rossana Casale? Provate a leggere i brani che seguono: sono estratti da opere molto diverse tra loro, ma  accomunate dalle straordinarie intuizioni dei rispettivi autori (che non sono né mistici né maestri spirituali), estremamente affini a quelle del Nostro! D'altronde si sa... la Verità è una sola, e arriva ovunque!


Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un'idea; avere quell'indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell'utilità della sua conoscenza. (...) Appartenere: ecco la banalità. Fede, ideale, donna o professione: ecco la prigione e le catene. Essere è essere libero. (...) No: niente legami, neppure con noi stessi! Liberi da noi stessi e dagli altri, contemplativi privi di estasi, pensatori privi di conclusioni, vivremo, liberi da Dio, il piccolo intervallo che le distrazioni dei carnefici concedono alla nostra estasi da cortile.

Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l'idea che ci facciamo di qualcuno. E' un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell'amore. Nell'amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell'amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un'idea nostra. (...) Perfino l'arte, nella quale si realizza la conoscenza di noi stessi, è una forma di ignoranza. Due persone dicono reciprocamente "ti amo", o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l'attività dell'anima. Oggi sono lucido come se non esistessi. Il mio pensiero è evidente come uno scheletro, senza gli stracci carnali dell'illusione di esprimere. E queste considerazioni non sono nate da niente: o almeno da nessuna cosa per lo meno che sieda nella platea della mia coscienza. (...) Vivere è non pensare.

(...) La felicità è fuori dalla felicità. Non c'è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto.

Il governo del mondo comincia in noi stessi. Non sono le persone sincere che governano il mondo, ma neppure le persone insincere. Sono coloro che fabbricano in se stessi una sincerità reale con mezzi artificiali e automatici; (...) Vedere con chiarezza è non agire.

(...) Diventato una pura attenzione dei sensi, fluttuo senza pensieri e senza emozioni. (...) Come vorrei, lo sento in questo momento, essere una persona capace di vedere tutto questo come se non avesse con esso altro rapporto se non vederlo (...). Non aver imparato fin dalla nascita ad attribuire significati usati a tutte queste cose; poter separare l'immagine che le cose hanno in sé dall'immagine che è stata loro imposta. (...) Smarrisco l'immagine che vedevo. Sono diventato un cieco che vede. (...) Tutto questo non è più la Realtà: è semplicemente la Vita.

Tratto da "Il libro dell'inquetudine" (1982) di Fernando Pessoa, paragrafi 217, 218, 219 , 202, 29 (ed. Feltrinelli).


"Ora vado da solo, discepoli miei! Anche voi andatevene da soli! così io voglio.Andate via da me e guardatevi da Zarathustra! Ancora meglio: vergognatevi di lui! Forse vi ha ingannato. L'uomo della conoscenza non soltanto deve saper amare i suoi nemici, ma deve anche saper odiare i suoi amici. Si ripaga male un maestro, se si rimane sempre scolari. E perché non volete sfrondare la mia corona? Voi mi venerate; ma che avverrà se un giorno la vostra venerazione crollerà? Badate che una statua non vi schiacci! Voi dite di credere a Zarathustra? ma che importa di Zarathustra! Voi siete i miei credenti, ma che importa di tutti i credenti! Voi non avete ancora cercato voi stessi: ecco che trovaste me. Così fanno tutti i credenti; perciò ogni fede vale così poco. E ora vi ordino di perdermi e di trovarvi; e solo quando mi avrete tutti rinnegato io tornerò tra voi."

Tratto da "Così parlò Zarathustra" (1892) di Friedrich Nietzsche .


Tempo presente e tempo passato sono forse entrambi presenti nel tempo futuro e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. Se tutto il tempo è eternamente presente tutto il tempo è irredimibile.Ciò che avrebbe potuto essere è astrazione che rimane possibilità perpetua solo nel mondo della speculazione. Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato mirano a un solo fine che è sempre presente. (...) Al punto fermo del mondo rotante. Non corporeo né incorporeo; non da né verso; al punto fermo la è la danza, ma non arresto né movimento. E non chiamatelo fissità, il luogo dove passato e futuro sono uniti. Non movimento da né verso, non ascesa né declino. Fuorché per il punto, il punto fermo, non ci sarebbe danza e c'è solo la danza. Posso soltanto dire noi siamo stati: ma non so dire dove. E non so dire per quanto tempo, perché questo è collocarlo nel tempo. L'intima libertà dal desiderio pratico, liberazione da azione e sofferenza, liberazione dall'impulso interno e dall'esterno, anche se li circonda grazia di senso, una luce bianca ferma e in movimento. (...) Tempo passato e tempo futuro consentono solo scarsa consapevolezza. Essere consapevoli è non essere nel tempo (...). Questa  è una via e l'altra è la stessa, non nel movimento ma astensione dal movimento; mentre il mondo muove in desiderio, sulle vie massicciate di tempo passato e di tempo futuro. (...) Desiderio stesso è movimento per se stesso non desiderabile; amore è per se stesso immobile, soltanto causa e fine di movimento senza tempo e senza desiderio fuorché nell'aspetto del tempo condensato in forma di limitazione.

 

Tratto da "Burnt Norton" (1936) di Thomas Eliot.


Preambolo alle istruzioni per caricare l'orologio. 

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d'aria. Non ti danno soltanto l'orologio, tanti, tanti auguri  e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e andrà a spasso con te. Ti regalano - non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un'altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l'obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l'ossessione di controllare l'ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore di altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell'orologio.

 

Istruzioni per caricare l'orologio. 

Laggiù in fondo sta la morte, ma niente paura. (...) La paura arrugginisce le àncore, ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che furono dimenticate sta corrodendo le vene dell'orologio, incancrenando il freddo sangue dei suoi piccoli rubini. E laggiù in fondo sta la morte, se non corriamo e arriviamo prima e non comprendiamo che non ha più nessuna importanza. 

 

Tratto da "Storie di Cronopios e di Famas" (1962) di Julio Cortàzar


Ogni secondo, ogni frazione di tempo è un universo. Ho abolito tutto il prima e tutto il dopo, fissandomi così sull'istante, nel tentativo di scoprirne l'infinita ricchezza. Vivere il tempo come tempo, il secondo per quello che è, rappresenta un tentativo di sfuggire alla drammaticità del divenire. Quello che riusciamo a vivere nel secondo è sempre qualcosa di particolarmente intenso, che prescinde dall'aspettativa del futuro e dal ricordo del passato, finalmente liberato dalla continua presenza della memoria.

Tratto da "Ti con zero" (1967) di Italo Calvino

"Se il tempo deve finire, lo si può descrivere , istante per istante, - pensa Palomar, - e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine". Decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti non penserà più d'esser morto. In quel momento muore.

Tratto da "Palomar" (1983) di Italo Calvino


Non c'è nessuna strada dal mondo al regno, tutte le ascesi sono ingenuità. Non abbiamo fatto nessuna strada per giungere alla creazione, ci siamo dentro con un balzo, nessuna strada possiamo fare per giungere al regno (tutto è strada), ci saremo dentro con un balzo del nostro dolore, al di qua c'è una condizione che sta al regno come la vita uterina sta al nascere nel mondo e la solitudine di Dio all'universo. Il nuovo non è collegato al vecchio, non c'è gradualità, c'è salto. Non è il vecchio che diventa nuovo, che si redime, che si trasforma. Non c'è un farsi del nuovo, il farsi è movimento divenire diluizione, il nuovo è ab alto. Il suo rapporto con il vecchio è la distruzione.

Sergio Quinzio


Abbiamo inventato Dio perché moriamo. A volte dico che fuori dalla testa dell'uomo non c'è nulla. Un decapitato non può credere in Dio, anche se può già essere in paradiso. Il problema sta qui. Moriamo e allora ci chiediamo: muoio e cosa succede dopo? Alcuni di noi sanno che non succede niente ed è finita qui. Io dico che l'essenza umana è un intermezzo tra il niente e il niente, perché prima di nascere c'era il niente e dopo c'è ancora il niente. Per noi, dal punto di vista dell'essere, è il niente. Ma altri non la pensano così. Pensano che ci debba essere qualcosa, che chiamano Dio. Fuori dalla testa dell'uomo non c'è il bene, non c'è il male, non ci sono gli ideali, non c'è Dio, non c'è niente. Tutto quello che abbiamo ce lo portiamo nella testa. (...) Tutte le guerre sono assurde, ma le guerre di religione sono più assurde di tutte , perché si fanno in nome di non si sa cosa. La capacità di autoinganno dell'essere umano non ha limiti. Inventa qualcosa e si convince che quello che ha inventato è una verità definitiva. Tutto succede dentro di lui, non c'è niente fuori. (...) La parola "solitudine" non è sola, perché ha bisogno di qualcuno che sia solo. La solitudine in relazione a cosa? In relazione all'altro che non c'è. In realtà io penso che nessuno sia solo. La solitudine assoluta sarebbe il nulla, che, d'altra parte, non ha coscienza di nulla, nemmeno della propria solitudine!

Josè Saramago in un'intervista resa ad Eduardo Mazo e pubblicata nella traduzione italiana su Internazionale n. 456 del 27 settembre 2002, pag. 41 e ss.


/\/\/\/\/\/\/\ Canzoni /\/\/\/\/\/\/\

Rossana Casale

"A che servono gli dei? (1989)

Che vita senza qualità e che miseria, che tormenti, che inquinamenti. Ho voglia di essere in balia di una grande follia, non pensare più né a me né all'io, a Dio. Essendo questa società dei delitti e delle pene, siamo in catene di un'apparente libertà. Sembra che tutto sia uno spreco di energia. Tuttavia che amore c'è in me stessa e intorno a me, quanto di bello e di vero. A che servono gli dei? Siamo noi la terra come il cielo. E la pace che non c'è ognuno deve coltivarla in sé. E questa è l'attualità, l'ingiustizia del potere e del dolore. Siamo questa umanità, come in mezzo a una via sempre in cerca di utopia. Tuttavia che spazio c'è in me stessa e intorno a me, quanto c'è da esplorare. A che servono gli dei? Siamo noi il bene ed anche il male. E la pace che non c'è ognuno deve coltivarla in sé. A che servono gli dei, in questo mondo da cambiare. Quanta forza vive in noi, quanta luce vive in noi: quella luce che non può finire mai.

 

"Un cuore semplice" (1989)

Non c'è alcuna ragione che quella stella illumini, tuttavia la sua luce continua a illudermi così. Forse nell'universo non c'è né logica né senso, forse quello che cerco è sempre stato qui. Un cuore semplice... è la soluzione, un mare limpido... per vedere cosa c'è oltre quello che c'è in me. La mia vita è il respiro di un equilibrio instabile, tutto questo pensare non da nessuna libertà. Vedo il mondo cambiare e cambio anch'io in modo uguale, incapace di amare la sola verità.

 

"L'infinito del cielo" (1989)

E' il senso del vuoto, l'ascolto, l'oblio. La via dell'ignoto, la fine dell'io. E' quiete assoluta, totale unità tra noi e la perduta realtà. E' lì nella mente, la sua qualità. Ed è trasparente, è semplicità. L'istante che muore al prima e al poi, quel nulla che muove tutti noi. L'infinito del cielo non è affatto un'idea, è impossibile farne teoria. Vive qui dove siamo, come in guerra tra noi ma nessun pensiero mai, ma nessun pensiero mai può raggiungere lui. E' puro silenzio, è vera umiltà. Non ha direzione, non ha volontà. E' quiete assoluta, totale unità tra noi e la perduta libertà. La bellezza del cielo...

 

Canzoni scritte da Guido Morra e cantate da Rossana Casale

"A che servono gli dei?" partecipò al Festival di SanRemo nel 1989

 


 

E per finire...

Provate a visitare il sito dei NUR (progetto musicale italiano): nei testi delle loro canzoni  ritroverete sicuramente la "visione" di Krishnamurti!

 


 

Si ringrazia Giovanna per aver collaborato alla realizzazione di questa pagina.

 

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