Praefatio

Ho scritto questo diario, prendendo ispirazione dai fatti accaduti in Ungheria lo scorso settembre: la protesta di piazza contro il governo che ha mentito sul proprio operato.

Sono partita da Budapest, perché da lì è cominciata un’importante mobilitazione per contestare una politica priva di senso morale, lontana dai cittadini e da un’idea di rispetto dei diritti delle persone che dovrebbe essere implicita in chi riveste un qualsiasi mandato di pubblica utilità.

In Ungheria non si è protestato solo contro il capo del governo, ma si è portata davanti alla classe politica, tutta, l’insofferenza per la scarsa attenzione riservata ai problemi della gente, all’incapacità da parte dei governanti di guardare oltre i loro singoli interessi.

Dai concitati giorni dell’Ungheria, peraltro scarsamente documentati su quasi tutta la stampa, ho puntato le lenti del mio cannocchiale, curioso e polemico, su altri fatti di non minore importanza, che ci hanno accompagnati nei mesi di ottobre e novembre, sconfinando fino alla prima decade di dicembre.

Si tratta di cronaca ma anche di riflessioni dettate da situazioni che hanno colpito la mia attenzione.

Così, il diario dell’Ungheria diventa il diario del mondo.

Di sicuro incompleto, a tratti insufficiente a salvare la concitazione dei fatti, della quotidianità che ci si appiccica addosso e vorrebbe sommergerci.

E’ un tentativo di registrare qualche traccia di noi, per non perdere la possibilità di riflettere, criticarci ed esercitare il beneficio del dubbio, che di questi tempi finisce troppo spesso per essere preceduto e soffocato dagli assoluti.

Credo che la nostra visione e considerazione della realtà e dei fenomeni che intervengono nella nostra quotidianità, non possa che avanzare attraverso il dubbio.

Il mio punto di vista, dubitante, la mia presenza per così dire biografica tra le righe dell’attualità, diventano qui più rilevanti che nel diario del marzo francese.

Ci tenevo ad accompagnare il lettore trasmettendo, in questa occasione, qualcosa in più della mia percezione legata ai fatti descritti.

Quasi che il momento della loro scoperta, il come e il quando, essendo più che semplici circostanze, ma la manifestazione in me di un  preciso desiderio di conoscenza, volesse legarsi al lettore e suscitare in lui, attraverso una condivisione sul piano di una partecipazione più intima ed emotiva, una curiosità simile.

Mi accontento di dar vita in queste pagine a un microcosmo in cui si intrecciano diversi temi, tutti nati da una radice comune: il desiderio di fare un po’ di luce, prima che tutto sia silenziosamente inghiottito nel buio. Dall’indifferenza.

Forse il mio tentativo non fa che prolungare di poco una dissolvenza a cui sono destinate tutte le cose che accadono attorno a noi.

Tuttavia rimanere immobili a guardare, passivi, ad aspettare di essere completamente irradiati dalla follia della dimenticanza, come fosse una tappa obbligata per poter sopravvivere, è un compromesso al quale non mi sento di poter scendere.

L’idea è la stessa che ha ispirato il mio precedente lavoro.

Anche se forse in questo caso è più improprio parlare di diario.

La successione degli eventi, qui, è meno serrata, pur se solo in apparenza: le pause, gli intervalli di tempo diventano il momento della riflessione e della confessione autobiografica.

Questo genere a metà strada fra la cronaca e l’apologo, destinato a un messaggio per lo più sconcertante e paradossale, un non messaggio che non vuole indicare
nessun punto di vista, fa il verso ai tempi da cui trae ispirazione, per suscitare in noi l’attenzione necessaria a osservarli.

Si tratta di far parlare i fatti e farli dialogare tra loro attraverso il loro accostamento.

Accade che cose apparentemente lontane e diverse si scoprono affini e figlie degli stessi problemi. Propongo uno sguardo per cercare di capire cosa sta succedendo alle nostre vite.

Come già detto, affronto la materia con qualche innovazione.

Sono comparsi dei titoli che vogliono essere non tanto riassuntivi delle singole parti trattate, quanto avere la funzione di porsi come nota esterna, prima dell’immersione del lettore nella cronaca dei fatti.

Ho cercato così di creare due spartiti che possano richiamarsi reciprocamente nella testa del lettore, ma senza forzarlo a nessuna interpretazione.

Solo se lui vorrà saprà collegare o scollegare le due cose.

Ho analizzato un periodo più lungo rispetto al marzo francese.

Del resto, la differenza tra le due proteste, per natura e durata, ha finito per indirizzarmi nella ricerca di soluzioni nuove, ispirandomi diversamente anche nell’approccio con gli avvenimenti da inserire nella narrazione.

Stavolta non ho accompagnato la protesta di un popolo dell’Europa con la cronaca delle vicende italiane.

Per la Francia la cosa era dettata dall’avvicinarsi del nostro sofferto turno elettorale.

Qui, invece, mi sono volta all’esterno, e sono tornata in Italia soltanto nella parte finale del diario e per una apertura necessaria sulla vergognosa condizione di Napoli.

Nel nostro paese l’atmosfera, purtroppo, continua ad essere pesante e avvelenata.

Le recenti polemiche sulla finanziaria, per toni ed esasperazione, ci riportano quasi allo scontro pre-elettorale.

Sul tutto grava un’ipotesi, ancora non verificata, di brogli elettorali da parte del centro destra. O di entrambe le coalizioni, con reciproco tacito assenso.

Tutto questo richiederebbe un diario a parte.

Come anche la ricostruzione del processo a Saddam Hussein, portato avanti da un tribunale fantoccio al soldo degli Americani, e che senza alcuna remora ne ha firmato la condanna a morte.

L’esecuzione della condanna è avvenuta proprio mentre lavoravo alla rilettura del diario, e mi ha fatto riflettere per diversi giorni sull’opportunità di riaprirlo.

Questa esecuzione sommaria e quasi furtiva, consumata nella fretta di tutti quanti volevano togliere di mezzo l’incomodo dittatore e sperare così di dissolvere i tanti fantasmi che si agitavano attorno a lui, sin dalla prima guerra del Golfo, è l’ennesima violazione dei diritti umani e della verità storica.

La storia si fa ascoltando tutte le parti. Non si può pretendere di ricostruire i fatti, facendo venir meno la voce di chi li ha vissuti e provocati, fosse anche la voce più scomoda e immorale.

Il nostro atto violento di soppressione diventa altrettanto grave e immorale.

Spero che per questi avvenimenti non manchi lo spazio e l’impegno di chi ha voglia di fare chiarezza, attraverso la scrittura e la discussione.

Per quanto riguarda il mio modesto resoconto di bordo, spero che riesca almeno a fissare qualche piccolo frammento nella nostra memoria interrotta.

Finito di elaborare nel dicembre 2006

 

Claudia Ciardi

 

Diario dell’Ungheria e del mondo

Martedì 19 settembre

(Mitteleuropa)


Sono al mare, a Marina di Pisa.

Ho comprato poco prima il giornale alla stazione degli autobus, dove ho preso a sfogliarlo con una certa frenesia, sotto un sole ancora estivo.

Andavo avanti e indietro, in mezzo a gente per lo più insonnolita, nella siesta immobile del primo pomeriggio.

Pochi altri, levando lo sguardo per brevi e dissimulati momenti, sembravano chiedersi cosa avessi da cercare con tanta impazienza.

Così è cominciato il mio viaggio in Ungheria.

Al suo arrivo, mi carico sull’autobus.

Sorrido alle spropositate dimensioni della mia borsa, traboccante di libri e materiale di scrittura.

Ormai, i miei spostamenti, anche i più brevi, somigliano al trasloco di una biblioteca da campo per scrittori ossessionati.

Continuo ad avere in testa la parola Mitteleuropa.

Sul giornale continuo a cercare notizie dell’Ungheria.

Da lunedì notte circolano voci di scontri e disordini.

Dopo la Francia, esplode il disagio della popolazione in un altro paese del vecchio continente.

La primavera francese che aveva portato in piazza la frustrazione dei giovani, che in quelle settimane si sono visti portati via la prospettiva di un lavoro, e dunque delle loro vita, facendo eco all’emarginazione urlata dagli abitanti delle banlieux, va di nuovo in scena nell’autunno di Budapest.

L’onda lunga del dissenso, del disagio sociale, dello scollamento tra potere politico e volontà popolare negli ultimi mesi non si è mai arrestata.

Da marzo a oggi, ha continuato a manifestarsi la dissociazione tra palazzi e vita quotidiana della gente.

In Francia picchetti e presidi sono andati avanti fino ad agosto, più o meno nello stesso momento in cui sul Libano, durante la sporca guerra di quest’estate, piovevano bombe al fosforo.

L’importante è tacere, tacere su tutto.

Tacere le ansie, le frustrazioni, le ingiustizie, le ferite fisiche e morali della gente.

Dalle banlieux francesi, gli immigrati anche adesso fanno sentire la protesta contro le dure leggi di Sarkozy, che prevedono l’espulsione dei sans-papiers, perfino tra i minorenni che frequentano la scuola.

Al loro fianco, soltanto gli studenti.

La crisi economica , infatti, spezza il fronte della solidarietà sociale e riapre gli egoismi.

Dividere, creare tensione dall’interno, separare, bandire l’umanità, bandire un’idea di compattezza e condivisione, esiliare i pensieri, l’impulso al cambiamento; derubare, derubare, derubare beni, identità : il tempo della vita.

Ecco cos’è la politica, oggi.

E il disagio, serpeggiando, riaffiora in Ungheria.

La parola Mitteleuropa continua a ronzarmi in testa, Europa di mezzo, Europa di popoli migranti, mescolanza di lingue; storia di imperi, scontri religiosi, incontro di culture, e poi ancora guerre, deportazioni.

Praga magica  e le sue visioni, il Golem, gli Ebrei di Polonia e quelli di Ungheria; i campi dei prigionieri, soldati , gente che ha venduto l’anima alla guerra, il rosso e il nero, sangue, sangue, sangue dappertutto. E i binari di Auschwitz dove si è fermata l’Europa.

Mitteleuropa, mitteleuropa!

Sul giornale nessuna traccia.

E’ ancora troppo presto per trovare un resoconto stampato della prima notte dell’Ungheria.

 

Incontro con un turista berlinese.

Inaspettata conversazione.

Mi resta scolpita nella mente ogni frase.

Lo spirito dell’Europa si affaccia in me, improvvisamente, attraverso le parole di uno sconosciuto visitatore.

Mitreißend geist. Mente trascinante.

L’anima seducente e tragica di Berlino, anima lacerata, città divisa, esule dentro se stessa, esule in ogni strada, casa, persona, sta lì, davanti ai miei occhi.

Vivo una deriva a est. Di là dal muro un est dimenticato. Perché il muro c’è ancora, in mezzo a noi, terribile chimera su cui è scesa la notte della storia.

E c’è un muro che ancora divide le nostre coscienze, ci allontana dagli eventi e si moltiplica, si moltiplica insieme al nostro essere disorientati, cresce con le nostre paure e diventa un labirinto di ossessione in cui ci illudiamo che una parte della realtà, quella che sta altrove e non vogliamo vedere, se ne resti fuori, fuori della nostra riflessione, della quotidianità della vita. Fuori.

Così l’Ungheria è al di là del muro.

Confinata nel proprio isolamento, non sappiamo quel che accade.

Non dividiamo l’inquietudine della gente che scende in piazza a Budapest.

Le piazze d’Europa si riempiono di persone.

L’agorà raccoglie la protesta e minaccia di crollare.

Potrà rinascere come luogo di crescita civile, dove si coltiva il rispetto dell’essere umano, dove il popolo manifesta al potere la propria presenza e la propria necessaria esistenza politica?

Potrà esserci ancora un centro di aggregazione, di incontro, dove la parola, spesa in una nuova società, si riappropria di un’intima natura comunicativa?

 

L’uomo di Berlino se ne è andato, in silenzio, con la sua storia. In silenzio, come il suo arrivo.

Quanta storia dentro questa città. E quante persone si sono trovate lì a scambiare la loro vita con la storia. Ingombrante, difficile, dura, la storia, prima ancora che diventasse storia.

 

Resto senza notizie ad est.

Il giornale non parla di nulla.

Oggi c’è uno strano spirito del tempo che non si fa conoscere.


Mitteleuropa.

 


20 settembre

(Oppio per oppio)

 

Sono i giorni delle contestazioni islamiche al discorso di Ratisbona, fatto dal papa.

Manifestazioni violente come quelle che erano seguite alla pubblicazione delle vignette ritenute blasfeme, tra gennaio e febbraio scorsi.

Lo scontro di civiltà, il clima da crociate che sembra essere diventato una condizione permanente, (mal)celato sotto la parvenza di un dialogo che finisce per gettare le basi dello scontro, la confusione culturale, voluta, strumentalizzata, dettata da indifferenza o da un compiaciuto quanto folle interesse, l’assolutismo e il relativismo mescolati e uniti, lo sradicamento e la rilettura delle origini della nostra civiltà e del nostro pensiero. Tutto questo entra prepotentemente nell’orizzonte di una fede sempre più politica.

 

Ungheria.

Cominciano a circolare le prime notizie sugli scontri di lunedì notte a Budapest.

Il primo ministro Ferenc Gyurcsany è accusato da una registrazione, divulgata domenica da una stazione radio, di un discorso non destinato al pubblico, in cui fa pesanti ammissioni sulle inadempienze gravi del governo.

“Non abbiamo fatto niente negli ultimi quattro anni. Non posso menzionare un solo passo di cui essere fiero”.

Queste le parole che Gyurcsany avrebbe pronunciato, ammettendo di aver mentito prima delle elezioni di aprile.

La gente, scesa in piazza, ha chiesto le sue dimissioni.

La risposta del governo è tutta nelle forze dell’ordine; alla polizia è stato ordinato di usare ogni mezzo.

Il premier ha affermato che quella di lunedì è stata “la notte più lunga e oscura” della storia dell’Ungheria dopo la caduta del comunismo.

Coinvolti negli scontri elementi di estrema destra del gruppo “64 province” che hanno occupato per alcune ore la sede della televisione nazionale, al cui ingresso è stato appiccato un incendio, nel momento del massimo disordine, quando la protesta è diventata incontrollabile, e gli stessi manifestanti hanno dovuto desistere dall’intento di leggere un appello in televisione.

Feriti tra i poliziotti e i manifestanti.

Sebbene la regia della protesta sia da attribuire al leader di Jobik, formazione di estrema destra che aveva esortato gli Ungheresi a riunirsi di fronte all’edificio dell’Mtv, non bisogna trascurare il contributo di Fidesz, il principale partito dell’opposizione, il cui leader aveva invitato la gente a ribellarsi a questo governo illegittimo e colpevole di impoverire il paese.

 

La registrazione trasmessa dalla radio ha contribuito a surriscaldare un clima affatto disteso.

La politica di austerità economica decisa dall’esecutivo ha diffuso il malcontento nel paese.

Sabato scorso si è verificata una manifestazione di 4000 persone davanti al parlamento, contro l’aumento della pressione fiscale, del costo della sanità e dell’istruzione.

Hanno partecipato le organizzazioni studentesche e l’Associazione delle famiglie ungheresi, che a gran voce sottolineano come gli aumenti colpiscono le famiglie a basso reddito e i pensionati.

 

Ancora su lunedì sera. Alcune Tv private ungheresi avrebbero trasmesso le immagini di migliaia di trattori di contadini in marcia per bloccare le strade a Budapest, con l’intenzione di impedire l’accesso alla città nel corso delle notti successive, per le quali si prevedono occupazioni e picchetti.

Nelle città di Eger, Debrecen e Miskolc la protesta c’è, forte come a Budapest.

Dunque anche altre zone del paese si sono mobilitate.

Nella capitale i dimostranti hanno scandito lo slogan “ ’56, ’56 ” , in riferimento all’anno dell’intervento armato sovietico, sventolando bandiere nazionali bucate, a imitazione di quelle usate allora, con un buco al centro, al posto della stella rossa.


Le notizie che arrivano sulla giornata di martedì riferiscono di 200 manifestanti che, di fronte al parlamento, hanno deposto simbolicamente una bara ai piedi di Ferenc Rakoczi, capo della rivolta ungherese contro gli Asburgo nel XVII sec.

Lo striscione nero, messo a ornamento del feretro, recitava “stiamo seppellendo il governo Gyurcsany”.

I parlamentari socialisti hanno espresso, compatti, il loro appoggio a Gyurcsany.

Il presidente dell’Ungheria, Laszlo Solyom, denuncia la “crisi morale” del paese dopo le rivelazioni del premier, ma respinge la richiesta di dimissioni.

 

21 settembre

(A Diogene si è spenta la lanterna )

 

Solito sfasamento di tempo e di informazione sui giornali.

Le notizie comunque continuano a circolare in qualche modo.

Basta spulciare, armati di una bella pazienza.

Anche in rete il tamburo battente sull’Ungheria è abbastanza affievolito.

Di questi tempi pure Diogene avrebbe avuto vita difficile:  anche solo a cercare la lanterna….

Hir Tv, l’emittente televisiva ungherese che ha seguito la mobilitazione di domenica e gli scontri di lunedì, ha sospeso le trasmissioni alle 19,35 di ieri per un allarme bomba.

Sempre ieri, attorno al palco allestito di fronte al parlamento, si sono riuniti diversi gruppi di manifestanti, anziani e giovani, teste rasate e musicisti, gente favorevole al cambiamento, persone che hanno voluto esprimere la loro rabbia nei confronti di esponenti socialisti che hanno finito per tradire l’essenza stessa del socialismo.

Questa gente si è alternata al microfono per esprimere il proprio dissenso, anche urlato, contro il governo.

La destra estrema ha tentato di prendere le redini del movimento, un’iniziativa che alcuni organi di stampa hanno cercato di far passare come certamente riuscita , credo per banalizzare e trattare in maniera affrettata quello che sta succedendo in Ungheria.

Se anche questa fosse una protesta animata e suscitata dell’estrema destra, e non lo è perché è il popolo ungherese, tutto, che ha occupato le piazze, a maggior ragione sarebbe urgente parlarne.

La mobilitazione è tuttavia composita.

E’ un popolo in movimento che chiede il rispetto dei principi della nazione e dello stato e dei diritti del cittadino.

 

( Topsy – turvy. Sottosopra. La piazza è sottosopra )

 

Oggi, allarme bomba in mattinata alla stazione Keleti, rivelatosi infondato.

In 10000 davanti al Parlamento, per chiedere le dimissioni del primo ministro.

Scontri nella notte tra mercoledì e giovedì. Intervento delle forze dell’ordine.

All’alba è tornata la calma nelle vie di Budapest.

200 i feriti negli scontri, di cui 140 poliziotti.

Alcune strade del centro sono transennate e sorvegliate a vista.

Chiusa l’area intorno alla televisione di stato, assaltata lunedì notte, come anche quella della radio pubblica.

In serata si era registrato l’ennesimo allarme bomba all’indirizzo di una tv privata, Rtl Klub.  Infondato, come finora è accaduto per tutti gli altri.

Il presidente della repubblica chiarisce che non esiste alcun parallelo tra i fatti che si svolgono oggi e quelli dell’autunno del ’56.

Forse gli avvenimenti di questi giorni non entreranno nella storia, ma i giornali ungheresi sono pieni di articoli che seguono e commentano la vicenda, e di sicuro, tra le persone mobilitate, un ricordo forte del passato si è fatto nuovamente vivo. 

 

22 settembre

( My Body, this Paper, this Fire )

 

In ogni rivoluzione, in fondo, entra una visione del mondo che si ha voglia di portare nella realtà, dentro la propria vita e fuori, per condividerla con gli altri.

Accade così che si cominciano a tirar fuori pensieri e idee, si discute di un cambiamento possibile, e un giorno all’improvviso ci si ritrova per strada con quel pensiero e quell’idea attaccati addosso; sono entrati nei nostri corpi, sono dentro i nostri vestiti e si sono stampati sulla nostra pelle come sulle pagine di un libro che pensava di non servire più: abbandonato, aperto sopra un tavolo, qualcuno è tornato a sfogliarlo.

E’ fuoco che ha acceso la nostra riflessione e ora nutre la nostra azione.

Secondo la leggenda il poeta ungherese Sándor Petofi avrebbe scatenato la rivoluzione del 1848 con la lettura di una sua poesia.

Non è un caso che il 25 marzo 1955 l’Organizzazione giovanile comunista fondi a Budapest il “circolo Petofi”, che avrà un ruolo fondamentale negli eventi del ’56.

La poesia ha un valore rivoluzionario.

Ci insegna a ricordare e sognare.

Il 1° settembre di quest’anno è scomparso a Budapest il poeta György Faludy, uomo leggendario nella resistenza ai regimi nazista e comunista.

E’ morto a 95 anni, dopo una vita spesa per la scrittura, cominciando a nove anni.

A chi tentò di farlo desistere dallo scrivere, visti gli scarsi risultati delle sue prime liriche, rispose: “Devo scrivere poesia. Per me è un bisogno fisico”.

Faludy era di origini ebree.

Nel 1941 emigrò in America, accettando l’invito rivolto da Roosvelt ad alcuni intellettuali ungheresi.

Alla fine della guerra scelse di tornare in Ungheria.

Il regime comunista controllava la vita culturale e spazzava via gli oppositori.

Nel campo dove molti furono torturati e uccisi, e lo stesso Faludy deportato, vennero organizzati dei corsi di letteratura per sua iniziativa.

Allora, ho pensato, che grande uomo era questo, che ha saputo costruire uno spazio di umanità all’inferno e ha guardato sempre, in ogni momento, anche nella più buia disperazione, alla salvezza che è dentro la creatività umana.

Creatività che sta ovunque, nella nostra mente.

Creatività che, a volte, tra le mani di qualche pazzo cercatore di stelle e alchimie, si mette a scolpire parole dappertutto.

Creatività della letteratura, infinita agorà dell’immaginazione.

Siamo corpi pensanti, siamo fuoco che brucia continuamente le carte delle nostre geografie.

Vogliamo vedere e scoprire e sentire.

Sentire, sentire.

Da domenica Budapest vede una folla riunirsi nella storica piazza Kossuth, di fronte al Parlamento,per chiedere le dimissioni del premier.

E’ passata così anche la quinta notte di proteste.

Il dissenso manifestato questa notte non ha dato luogo a incidenti, segno che la tensione si sta allentando.

Fidesz, il principale partito di opposizione, ha deciso di rimandare a dopo le elezioni amministrative ( 1°ottobre) la grande manifestazione prevista per sabato.

23 settembre

( Cabala )

 

Né rivolta, né rivoluzione.

E’ una grande protesta che a momenti guarda al passato.

Un dissenso ampio e sonoro che si è riversato nelle strade.

Siamo ancora qui, hanno detto gli Ungheresi.

L’Ungheria c’è.

L’Ungheria che per prima si è ribellata all’Unione Sovietica, lasciando per terra 25.000 morti, i propri morti.

Per prima ha messo davanti agli occhi del mondo le crepe del Muro di Berlino.

E’ stata fra i primi paesi dell’est europeo a entrare nell’UE.

Del resto, proprio quest’anno ricorrono i festeggiamenti per i cinquant’anni dalla rivoluzione del ’56.

E questo “6” inevitabilmente diventa ossessivo e si lega alla storia.

Pura casualità o cabala degli eventi che trama alle nostre spalle e fabbrica l’intreccio di incontri e azioni, necessario alla vita?

Tutto è già scritto, sui giornali e nella rete; ma le sensazioni di ognuno, le mille percezioni di queste giornate di dissenso potranno essere decifrate, diventare cronaca e storia?

O il loro impatto emotivo andrà perduto, dissolto dentro la globale frenesia e distrazione?

Tutto sembra essere tornato tranquillo, ma nei cuori e nella testa della gente la protesta cova, sotto ceneri calde.

Manca una settimana alle amministrative e un mese alle commemorazioni del ’56.

Attesa, ma anche coordinamento e organizzazione fra i comitati e i cittadini che sono scesi in piazza in questi giorni.

Il dissenso si aggira silenzioso in ogni strada.

 

“Still. Das land ist still. Noch.“

Silente. Silente è la terra. Ancora.  (Wolf Biermann)

 

24-25 settembre

( E l’aura fai son vir. Il vento fa il suo giro )

 

Il Fidesz annuncia di iniziare la battaglia politica in parlamento, chiedendo che il governo si dimetta e vengano indette nuove elezioni politiche.

La mancata formalizzazione delle proteste dei manifestanti era stata chiamata in causa proprio dal presidente del parlamento, lo scorso 22 settembre, come elemento che impediva di porre il problema delle dimissioni del governo.

Di qui la mossa dell’opposizione, in coincidenza e coordinamento con la nuova mobilitazione di piazza.

La formalizzazione delle richieste viene fatta da Fidesz il 25 settembre.

 

 

 

1° ottobre

( Satyricon, atto primo. Maschere serie )

 

Mattina. Amministrative in Ungheria. Alla luce delle ultime proteste queste elezioni rischiano di trasformarsi in un referendum sul premier contestato.

I seggi resteranno aperti dalle 6:00 alle 19:00.

19 le province chiamate al rinnovo dell’amministrazione, e 23 le città coinvolte nelle medesime operazioni.

 

Ore 20:12. Alla luce degli esiti elettorali, il presidente ungherese Solyom ha chiesto al parlamento di votare una mozione di censura contro Gyurcsany.

L’appello è trasmesso dalle televisioni dopo la chiusura dei seggi.

Delle 19 province chiamate al voto, 18 sono andate all’opposizione di centro-destra guidata da Viktor Orban, e 15 delle 23 città.

 

Ore 21:34. La gente torna in piazza per fare pressioni sulla destituzione di Gyrcsany dall’incarico di capo del governo.

L’opposizione ha fissato un ultimatum di 72 ore al governo per dimettersi.

 

Certo, che il principale partito di opposizione cerchi di cavalcare e prendere le redini della protesta, in modo da tradurne i risultati in politica, fa parte dell’avvicendamento dei poteri.

Ancora un volta però, mi sento di dire che chi sta in piazza non necessariamente è schierato con l’opposizione.

Si tratta di protestare, per chi crede ancora in un socialismo etico e popolare, contro la corruzione della politica, corruzione che ha finito per erodere i valori di solidarietà e umanità che dovrebbero essere alla base della vita, e a maggior ragione di coloro che rivestono incarichi pubblici.

 

 

6 ottobre

( Satyricon, atto secondo. Maschere buffe)

 

Ignorato l’appello del presidente della repubblica.

Ignorate le proteste della notte tra il 1° e il 2 ottobre.

L’ultimatum formulato dall’apposizione scade senza conseguenze.

Oggi il primo ministro ha chiesto e ottenuto la fiducia del parlamento.

Tutto come prima.

Niente come prima.

 

7 ottobre

( E cadde la speranza

In un lago di fango.

Cadde come il grido del mondo

Nella gelida notte

Senza pianto )

 

Uccisa a Mosca la giornalista Anna Politkovskaja.

Le hanno sparato alle spalle.

Il corpo è stato rinvenuto nell’ascensore di casa, insieme a una pistola da cui risultavano esplosi quattro colpi.

Anna scriveva per il quotidiano di opposizione “Novaya Gaseta”.

E’ indubbio che la sua penna risultasse scomoda alla politica del Cremlino.

Nel settembre 2004, alla vigilia della sua partenza per Beslan in Ossezia, dove era in corso il sequestro degli studenti nella scuola numero 1, era rimasta vittima di un avvelenamento da lei attribuito ai servizi segreti russi.

Nel suo ultimo articolo dal titolo “Ti chiamiamo terrorista” denuncia l’uso della tortura nel programma antiterrorismo in Cecenia.

L’attenzione di Anna per questo paese diventato terra di nessuno, è uno dei contributi più importanti nella storia del giornalismo degli ultimi anni.

La Cecenia è un posto di cui si parla poco e male.

Il Cremlino cerca, attraverso l’informazione pilotata e corrotta, di occultare le nefandezze  e i crimini di una guerra efferata.

Il controllo di questo paese, spogliato della propria identità, è vitale per far affluire petrolio e denaro nelle tasche dei nuovi ricchi russi.

I Ceceni muoiono sotto tortura, vivono in un paese militarizzato e distrutto.

E l’unica cosa che la stampa russa di regime ha saputo divulgare su quanto è accaduto laggiù negli ultimi mesi, è stata l’elezione di miss Cecenia, ritratta sui giornali in una bella foto mentre danza la lezghinka.

Almeno così, le mode della globalizzazione mettono tutti d’accordo e scacciano gli incubi.

 

Anna è sempre stata in prima linea, scrivendo e denunciando, interpretando il mestiere di giornalista sulla base di un’idea coraggiosa di indipendenza dell’informazione, come pochi dei suoi colleghi ormai fanno.

Fare inchieste sul campo, a quanto pare, è un gioco pericoloso che si paga con le intimidazioni e , alla fine, con la vita.

Il potere agisce sempre de vi , attraverso la forza, quando si sente assediato da verità

scomode.

E’ la storia di Socrate e la cicuta che si ripete da secoli.

E noi, ancora una volta ci troviamo a dire : “Se solo avessimo salvato questa voce”. 

12 ottobre

( Un corpo, che si trova ad un certo livello, possiede, rispetto al suolo, preso come piano di riferimento, un’energia potenziale di posizione.)

 

Libano.

Da diverse settimane il silenzio è calato sul paese della rovina.

Che succede in Libano?

Perché nessuno parla più? 

Forse il concetto di guerra umanitaria è in fase di ristrutturazione?

I nostri soldati, dislocati a Marakah, sono ancora privi di mensa, cucina e telefoni, per chiamare in Italia. Si è inoltre scatenata tra loro un’intossicazione alimentare dovuta alle pessime condizioni igieniche in cui si trovano.

A quanto pare la nostra logistica avrebbe bisogno di essere rivista.

Oggi, Romano Prodi è in visita lampo nel paese dove sono piovute bombe per tutta l’estate. A Beirut incontra il premier Sinora che loda l’impegno dell’Italia, anche se intossicata, e il presidente del parlamento Nabih Berri (hezbollah).

Intanto la vita continua.

Un’anziana donna di Yohmor che vive con una figlia cieca e un figlio handicappato, vedova, racconta di essere uscita una mattina a spazzare il terrazzo. Ha urtato una scatoletta di metallo ed è saltato tutto.

Conseguenze: un buco in testa, le mani spezzate, il ventre squarciato.

Bombe a grappolo. Tecnologia e scienza al passo coi tempi e coi poteri.

Giochi politici.

Si cade, si cade, si cade.

Energia potenziale.

Boom!

 

23 ottobre

( Musica Manush )

 

Sotto gli occhi dei rappresentanti di quasi tutti i paesi del mondo, in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’insurrezione di Budapest, sono riprese le manifestazioni contro il governo.

La capitale è divisa.

Da una parte, il rito dei festeggiamenti ufficiali in una blindata piazza Kossuth.

Dall’altra, l’assedio della protesta che si accende in piazza Deak e si allarga ad almeno tre punti della città.

Alcuni dimostranti si impossessano di un carro armato, esposto insieme ad altri esemplari per la parata.

Il tank procede per un centinaio di metri in direzione delle unità speciali anti-sommossa.

Sopraffatti dai lacrimogeni gli occupanti sono costretti ad abbandonare il mezzo.

Gli scontri, cominciati in mattinata, vanno avanti per tutto il pomeriggio.

Le fonti parlano di 100.000 manifestanti a Budapest.

Il bilancio provvisorio della giornata è di 25 feriti e  40 arrestati.


 

24 ottobre

( Tutto si trasforma )

Bilancio definitivo.

160 feriti.131 arrestati.

Il Parlamento decide di aprire un dibattito sulle responsabilità degli ultimi scontri.

I partiti di opposizione accusano la polizia di aver volutamente provocato gli scontri.

Il Fidesz ha costituito un centro di documentazione per la raccolta di notizie sulle persone vittime o testimoni di abusi, compiuti dalla polizia, il 23 ottobre.

 

22 – 31 ottobre

( City lights. Luci della città )

 

Napoli.

Dodici omicidi in dieci giorni.

E’ guerra. La violenza esplode e ferisce a morte la città.

Di nuovo si discute sulla possibilità di mandare i militari a presidiarla.

Sono andata per la prima volta a Napoli a diciassette anni.

Stesso problema: disagio, abbandono scolastico, disoccupazione.

E i tentacoli della camorra che sempre più avvolgono cose e persone.

Ricordo le camionette che presidiavano il lungomare.

A distanza di anni, sotto i miei occhi scorrono le stesse immagini.

La situazione è anzi peggiorata, come per ogni male trascurato a cui non si rimedia per tempo.

La febbre di Napoli sale, cresce la malattia che corrompe la città da dentro, e pure da fuori.

Troppi ,infatti, di quelli che stanno fuori e dovrebbero decidere, fingono di non vederti, Napoli.

Napoli, quanto sei sola. 

 

9 novembre

( Vietnam – Iraq. Sola andata )

 

Arrestata Cindy Sheehan.

Non è il suo primo arresto, da quando ha cominciato la sua battaglia per il ritiro delle truppe dall’Iraq. Una campagna per la pace che ha assunto sin dai suoi inizi i toni della dura contestazione alla politica di Bush.

Casey, il figlio di Cindy, è morto nell’aprile del 2004, a migliaia di chilometri da casa, in un paese lontano dall’America nello spazio e nella storia. E’ morto tra gente sconosciuta, per una delle tante guerre del petrolio. Aveva 21 anni.

Nell’agosto del 2005, Cindy si è accampata per la prima volta ai bordi della strada che porta al ranch della famiglia Bush, a Crawford.

Passava tutto il giorno su una sedia, in attesa che il presidente le inviasse qualcuno a comunicarle la sua disponibilità per un colloquio.

Nessuno dello staff presidenziale si è fatto vivo.

Un consistente gruppo di pacifisti, per lo più famiglie che hanno perso un figlio in Iraq, si sono invece mobilitati per raggiungerla e far sentire la loro voce.

E’ nato così un accampamento spontaneo, chiamato Camp Casey, nel quale sono state piantate delle croci bianche in memoria dei “ragazzi” dell’Iraq.

Il 25 novembre 2005, in occasione del Ringraziamento, Cindy è tornata a Crawford.

Mentre era sull’aereo che la stava portando in Texas ha scritto una lettera aperta al presidente Bush.

Dal marzo 2003 al 2005, in due anni di guerra, 2100 soldati americani risultavano deceduti.

Durante il secondo Ringraziamento che Cindy ha trascorso senza suo figlio, gli oltre 100 dimostranti che simpatizzano col movimento pacifista hanno consumato un pranzo tradizionale iracheno: atto simbolico per richiamare l’attenzione sui civili uccisi.

Il 6 marzo 2006 la Sheehan è stata arrestata a New York, insieme ad altre tre pacifiste: Medea Benjamin, Missy Beattie, Patricia Ackerman.

Le donne hanno organizzato un sit-in davanti alla Missione americana presso l’ONU.

Volevano consegnare una petizione di 72000 firme per chiedere la fine dell’occupazione Usa in Iraq.

Alla manifestazione era presente anche Ann Wright, ex colonnello dell’esercito americano ed ex diplomatica, fra i testimoni della protesta e dell’arresto.

Cindy è stata ferita: ha riportato un braccio slogato e abrasioni alla testa per essere stata trascinata sull’asfalto.

Novembre 2006. A poche ore dalla sconfitta elettorale dei repubblicani nelle elezioni a medio termine, davanti alla Casa Bianca, si è tenuta un’altra manifestazione contro la guerra in Iraq.

Presenti 500 dimostranti che intendevano consegnare una nuova petizione per il ritiro dall’Iraq, sottoscritta da 80.000 persone.

Nel testo era inoltre espressa la contrarietà dei firmatari a un eventuale ricorso alla forza per risolvere la crisi nucleare con l’Iran.

Cindy è stata tratta in arresto nel momento in cui si è arrampicata sulla recinzione del parco della residenza presidenziale, per gridare slogan anti-militaristi.

Le hanno contestato il reato di interferenza nell’esercizio delle prerogative del governo.

“Mama put my guns in the ground
I can't shoot them anymore
That long black cloud is comin' down
I feel like
I'm knockin' on heaven's door

Knock, knock
Knockin' on heaven's door”

(Bob Dylan)


14 novembre

( ….e anch’io mi domandavo come,
in tanto sole nero, ancora non si vedesse,
dal muro, nessun messaggero.

Giorgio Caproni    )

Viaggio da La Hague (Francia) a Gorleben (Germania).
Ci vogliono 58 ore perché il treno delle scorie arrivi al capolinea.
Gorleben è il centro di raccolta nazionale delle scorie prodotte dalle centrali atomiche tedesche.
Si tratta di un hinterland occupato da comunità contadine. Ogni volta che sanno di un viaggio delle scorie, mettono in moto i loro trattori per bloccare i binari o si incatenano lungo il percorso. I trasporti di scorie quest’anno sono stati 10, con costi altissimi per la sicurezza.
In occasione dell’ultima tappa sono stati impiegati 16.000 poliziotti e spesi 20 milioni di euro circa. Per evitare che i 10.000 ambientalisti, francesi e tedeschi, presenti lungo il percorso, scatenassero incidenti gravi.
Nel novembre del 2004 l’ecologista francese Sébastien Briat perse la vita nel tentativo di bloccare uno di questo convogli.
L’ultimo treno del 2006 è arrivato, sì, a destinazione, ma con un grande ritardo e accompagnato da una contestazione durissima.

(On the other side…

Il potere non si nomina
Innominati
Un esercito di Innominati)

Bush dà ordine di riprendere l’addestramento di forze militari di 11 paesi in sudamerica e nei Caraibi, sospesi dal 2002.
I fantasmi di Fort Benning, in Georgia, riprendono vita.
In questo luogo generazioni di ufficiali sono state istruite sulle arti oscure dell’interrogazione persuasiva e su tecniche anti-insurrezionali.
Il golpe seduce ancora.    

20 novembre

( Mille volte l’immaginazione. Mille volte la rivoluzione )

“A Bucarest, il 22 dicembre del 1989, c’è stata la rivoluzione?”

E’ la domanda del film “A est di Bucarest” di Corneliu Porumboiu.

Otto minuti. Dalle 12:00 alle 12:08, ora della fuga in elicottero del dittatore CeauÅŸescu.

I Rumeni sono scesi in piazza prima o dopo?

Se in piazza c’era qualcuno prima che il tiranno se ne andasse, allora si potrebbe dire che la rivoluzione c’è stata…..

Mi ritrovo a seguire questo film in un accogliente cineclub, uno degli ultimi avamposti della cultura cinematografica non commerciale.

Cosa affatto scontata di questi tempi.

Non so dire quale emozione si prova a sentire il ticchettio del proiettore irrompere in un vicolo antico, nel cuore della città.

Somiglia a una pulsazione insistente e tenace.

Battito improvviso dell’immaginazione.


( Aleph )


Mentre aspetto il film, nell’atrio affollato di giornali, sono catturata da alcune foto di Cuba, società piena di contraddizioni, ma anche profondamente assediata da una globalizzazione e un capitalismo altrettanto contraddittori, che pretendono di imporre la loro regola ad ogni popolo in ogni angolo del mondo.

Mi colpisce l’immagine dell’interno di una fabbrica in cui un uomo ha davanti a sé un libro e sembra tenere una lezione.

Più sotto, la spiegazione di un gesto straordinario, che avevo intuito come il frutto di un socialismo in cui ancora è possibile credere.

Nelle fabbriche cubane, ogni giorno, per un’ora, un lettore legge e commenta un romanzo o il giornale agli operai.

Un esempio di civiltà, che risalta ancora di più, se messo al confronto con le attuali conseguenze del lavoro precario e della gestione degli appalti, che causa gravi violazioni in materia di sicurezza , nelle società occidentali.

 

( Prométhée Allumer de feu.

E Prometeo accese il fuoco )

 

In giro per biblioteche.

Altra mostra di foto che fanno il ritratto a queste particolari stanze della riflessione.

Quante voci verrebbero fuori, se i libri potessero raccogliere i nostri pensieri, la nostra curiosità di fronte al loro messaggio, e una volta messo da parte tutto quello che sentiamo, cominciassero a parlare.

Nascerebbero altrettante biblioteche del pensiero.

Libri dai libri.

Voci di voci.

Canto e controcanto.

Ordine e Caos.

Regola e anarchia.

E la Censura e l’Indice finirebbero finalmente inghiottiti nel catalogo infinito della nostra voglia di conoscenza.

“Be not inhospitable with strangers

lets they be angels in disguise”

Spunta una scritta sulla parete di una stanza molto sobria, piena di libri, aperta su uno spazio verde.

Ho amato subito questo bel bianco e nero che mi fa pensare a una piccola sala di lettura, in un paese di provincia, che mette le sue poche risorse a disposizione della cultura.

Ecco, come in un paesino lontano e sconosciuto la gente pensa ai libri, pensa a uno spazio di civiltà e di incontro, dove nessuna porta resti chiusa per nessuno.

La cultura non può che unire ed essere ospitale. 


23 novembre

( Capita di inventare la storia.

Si inventano guerre.

Tutto si inventa.

Capita )

 

Il Libano è sempre più immerso nella crisi.

A Beirut, si celebrano i funerali del giovane ministro dell’industria Pierre Gemayel, assassinato due giorni fa mentre era alla guida della sua auto nella capitale.

Ricorre oggi l’anniversario dell’indipendenza del Libano, ma tutte le manifestazioni sono state cancellate.

Il governo Siniora rischia l’incostituzionalità. Dei 24 ministri da cui è composto, 6 si sono dimessi (5 hezbollah, schieramento con cui peraltro si era detto di non voler trattare all’indomani del cessate il fuoco, e 1 cristiano ortodosso), e un settimo è venuto meno con l’uccisione di Gemayel.

Gli Stati Uniti ribadiscono il loro appoggio a Siniora.

L’America ha stanziato 10,5 milioni di dollari per gli “aiuti” militari, appena due settimane fa,  ma si pensa che voglia “investire” ancora.

I labirinti delle guerre inventate finiscono per inghiottire e smarrire i loro architetti.

Talvolta. Accade.

Davvero nessuno si ricorda da che parte è l’uscita?

 

Ah, ecco.

 

Qualcuno ha avanzato il dubbio che i labirinti di guerra abbiano un’ uscita.

 

(Dubito quin exire possimus…..

 Viaggio della concordia o della discordia? )


Istanbul.

Proteste dei militanti del “Partito della Grande Unione”, islamisti di estrema destra vicini ai Lupi Grigi, contro l’imminente visita del papa.

Occupazione di Santa Sofia da parte dei manifestanti.

Il partito della felicità (Saadet) promette per domenica 1 milione di persone in piazza. 

24 –25 novembre

( Rivoluzione industriale )

 

Due infortunati all’Ilva di Taranto, uno degli stabilimenti più rischiosi d’Italia, dove si registra una serie ininterrotta di morti e feriti.

Gli operai lavorano in condizioni di massima precarietà e insicurezza.

Ruda Slaka. Polonia. Esplosione in miniera.

Morti 23 operai.

Sabato 25. Esplosione in un oleificio a Campanello sul Clitunno, in provincia di Perugia. Morti 4 operai.

Lavoravano per una ditta di manutenzione degli impianti in appalto. 


 28 novembre – 1 dicembre

( Brekekex koàx koàx.

Che poi, cosa sia ‘sto koàx….. )

Ieri. Nuova manifestazione a Istanbul contro la visita del papa.

I manifestanti non raggiungono il milione ma sono comunque una gran folla.

Sull’aereo che lo ha portato ad Ankara, il pontefice aveva precisato che non si trattava di un viaggio politico.

Il papa ha incontrato il gran Muftì turco (il capo degli imam turchi), colui che nel settembre scorso, all’epoca del discorso di Ratisbona, esigeva le scuse della Santa Sede.

Incontro particolarmente delicato. Del resto, per tutto questo viaggio, il papa avrà puntati addosso gli occhi dell’intero mondo musulmano.

Ogni sua parola, ogni suo gesto saranno passati al setaccio.

Erdogan ha ricevuto il papa nella sala dell’aeroporto, dopo tante smentite.

Una foto li ritrae insieme : alle loro spalle incombe il ritratto di Ataturk.

Erdogan sottolinea la necessaria e urgente “alleanza di civiltà”.


II giorno.

Messa ad Efeso in ricordo di don Santoro.

 

III giorno

Ratzinger da Bartolomeo I, il patriarca ortodosso di Costantinopoli.

Minacce di Al Quaeda, mentre la UE ferma parzialmente i negoziati di adesione della Turchia.

La popolazione di Istanbul lo accoglie in maniera apatica e indifferente.

Minuscola manifestazione di protesta vicino all’università.

La città, blindata, completamente chiusi al traffico interi quartieri.

Il papa entra nella moschea di Aya Sofia, ex basilica.

 

Ultimo giorno.

Nuovo incontro con Bartolomeo I.

Appare forte la volontà politica di ricomporre lo scisma d’oriente.

Dichiarazione congiunta.

“Basta uccidere in nome di Dio”.

 

2 dicembre

( Torniamo a Casa. )

 

Comizio della Casa delle libertà in piazza S. Giovanni, a Roma.

Schiaffo alla piazza del 1° maggio.

La propaganda è trasmessa in diretta dalla televisione.

Va in onda quasi a reti unificate. D’altra parte, si sa, è per dovere d’informazione.

Attacco anti-prodiano alla politica delle tasse.

Si spolverano le vecchie icone demagogiche: Solidarietà, Democrazia, Benessere.

Risuonano come in uno slogan, ammiccanti personificazioni di un reality televisivo che fa il verso a sé stesso.

Inquietante la definizione data da Silvio Berlusconi ai suoi militanti:

“Viva voi qui, oggi, missionari di libertà.”


 

9 dicembre

( Olocausto )

 

Mosca. Brucia un centro di recupero: morte 45 donne.

Chiusa a chiave l’unica uscita di sicurezza.

La maggior parte dei corpi sono stati ritrovati in prossimità della porta.

I fumi tossici sprigionati dall’incendio non hanno lasciato scampo alle pazienti.

La notizia, freddamente vergata e diffusa da un’ANSA metallica e distante, si perderà in meno di un attimo, nella Babele impazzita del mondo: le voci daranno l’assalto ad altre voci, la tragedia si ciberà della carne di un’altra tragedia.

Tuttavia, dietro la volontà di seppellire e nascondere, l’immagine violenta e ossessiva di questi poveri morti nell’estremo tentativo di salvarsi, rifiutati dalla vita che loro fino all’ultimo non hanno voluto rifiutare, non può essere ignorata.

Resta lì, sotto i nostri occhi.

Mucchio informe di membra scomposte, corpi ammassati, tumulo senza respiro e senza voce, a pochi metri dall’aria che li avrebbe salvati.

Il loro carnefice, la società dell’indifferenza e della miseria, ha avuto finalmente la meglio.

Gli assalti erano cominciati sin dalla loro nascita, ma ci sono voluti una porta chiusa e un incendio divampato nella notte anonima di una città tanto, troppo grande da lasciare spazio al dolore di tutti, per portarsele via.

Via, il fuoco se le è portate via.


Anche per quest’anno abbiamo il nostro olocausto.

 
E venne la notte

a soffocare occhi

senza pianto,

a spengere

l’ultima cenere

sulle ciglia

arse di gelida

luce,

ultimo riflesso

del mondo

 

Claudia Ciardi