Praefatio
Ho scritto questo diario, prendendo ispirazione dai fatti accaduti in Ungheria lo scorso settembre: la protesta di piazza contro il governo che ha mentito sul proprio operato.
Sono partita da Budapest, perché da lì è cominciata
un’importante mobilitazione per contestare una politica priva di senso morale,
lontana dai cittadini e da un’idea di rispetto dei diritti delle persone che
dovrebbe essere implicita in chi riveste un qualsiasi mandato di pubblica
utilità.
In Ungheria non si è protestato solo contro il capo
del governo, ma si è portata davanti alla classe politica, tutta,
l’insofferenza per la scarsa attenzione riservata ai problemi della gente,
all’incapacità da parte dei governanti di guardare oltre i loro singoli
interessi.
Dai concitati giorni dell’Ungheria, peraltro
scarsamente documentati su quasi tutta la stampa, ho puntato le lenti del mio
cannocchiale, curioso e polemico, su altri fatti di non minore importanza, che
ci hanno accompagnati nei mesi di ottobre e novembre, sconfinando fino alla
prima decade di dicembre.
Si tratta di cronaca ma anche di riflessioni dettate
da situazioni che hanno colpito la mia attenzione.
Così, il diario dell’Ungheria diventa il diario del
mondo.
Di sicuro incompleto, a tratti insufficiente a
salvare la concitazione dei fatti, della quotidianità che ci si appiccica
addosso e vorrebbe sommergerci.
E’ un tentativo di registrare qualche traccia di
noi, per non perdere la possibilità di riflettere, criticarci ed esercitare il
beneficio del dubbio, che di questi tempi finisce troppo spesso per essere
preceduto e soffocato dagli assoluti.
Credo che la nostra visione e considerazione della
realtà e dei fenomeni che intervengono nella nostra quotidianità, non possa che
avanzare attraverso il dubbio.
Il mio punto di vista, dubitante, la mia presenza
per così dire biografica tra le righe dell’attualità, diventano qui più
rilevanti che nel diario del marzo francese.
Ci tenevo ad accompagnare il lettore trasmettendo,
in questa occasione, qualcosa in più della mia percezione legata ai fatti
descritti.
Quasi che il momento della loro scoperta, il come e
il quando, essendo più che semplici circostanze, ma la manifestazione in me di
un preciso desiderio di conoscenza,
volesse legarsi al lettore e suscitare in lui, attraverso una condivisione sul
piano di una partecipazione più intima ed emotiva, una curiosità simile.
Mi accontento di dar vita in queste pagine a un
microcosmo in cui si intrecciano diversi temi, tutti nati da una radice comune:
il desiderio di fare un po’ di luce, prima che tutto sia silenziosamente
inghiottito nel buio. Dall’indifferenza.
Forse il mio tentativo non fa che prolungare di poco
una dissolvenza a cui sono destinate tutte le cose che accadono attorno a noi.
Tuttavia rimanere immobili a guardare, passivi, ad
aspettare di essere completamente irradiati dalla follia della dimenticanza,
come fosse una tappa obbligata per poter sopravvivere, è un compromesso al
quale non mi sento di poter scendere.
L’idea è la stessa che ha ispirato il mio precedente
lavoro.
Anche se forse in questo caso è più improprio
parlare di diario.
La successione degli eventi, qui, è meno serrata,
pur se solo in apparenza: le pause, gli intervalli di tempo diventano il
momento della riflessione e della confessione autobiografica.
Questo genere a metà strada fra la cronaca e
l’apologo, destinato a un messaggio per lo più sconcertante e paradossale, un
non messaggio che non vuole indicare
nessun punto di vista, fa il verso ai tempi da cui trae ispirazione, per
suscitare in noi l’attenzione necessaria a osservarli.
Si tratta di far parlare i fatti e farli dialogare
tra loro attraverso il loro accostamento.
Accade che cose apparentemente lontane e diverse si
scoprono affini e figlie degli stessi problemi. Propongo uno sguardo per cercare
di capire cosa sta succedendo alle nostre vite.
Come già detto, affronto la materia con qualche
innovazione.
Sono comparsi dei titoli che vogliono essere non
tanto riassuntivi delle singole parti trattate, quanto avere la funzione di
porsi come nota esterna, prima dell’immersione del lettore nella cronaca dei
fatti.
Ho cercato così di creare due spartiti che possano
richiamarsi reciprocamente nella testa del lettore, ma senza forzarlo a nessuna
interpretazione.
Solo se lui vorrà saprà collegare o scollegare le
due cose.
Ho analizzato un periodo più lungo rispetto al marzo
francese.
Del resto, la differenza tra le due proteste, per
natura e durata, ha finito per indirizzarmi nella ricerca di soluzioni nuove,
ispirandomi diversamente anche nell’approccio con gli avvenimenti da inserire
nella narrazione.
Stavolta non ho accompagnato la protesta di un
popolo dell’Europa con la cronaca delle vicende italiane.
Per la Francia la cosa era dettata dall’avvicinarsi
del nostro sofferto turno elettorale.
Qui, invece, mi sono volta all’esterno, e sono
tornata in Italia soltanto nella parte finale del diario e per una apertura
necessaria sulla vergognosa condizione di Napoli.
Nel nostro paese l’atmosfera, purtroppo, continua ad
essere pesante e avvelenata.
Le recenti polemiche sulla finanziaria, per toni ed
esasperazione, ci riportano quasi allo scontro pre-elettorale.
Sul tutto grava un’ipotesi, ancora non verificata,
di brogli elettorali da parte del centro destra. O di entrambe le coalizioni,
con reciproco tacito assenso.
Tutto questo richiederebbe un diario a parte.
Come anche la ricostruzione del processo a Saddam
Hussein, portato avanti da un tribunale fantoccio al soldo degli Americani, e
che senza alcuna remora ne ha firmato la condanna a morte.
L’esecuzione della condanna è avvenuta proprio
mentre lavoravo alla rilettura del diario, e mi ha fatto riflettere per diversi
giorni sull’opportunità di riaprirlo.
Questa esecuzione sommaria e quasi furtiva,
consumata nella fretta di tutti quanti volevano togliere di mezzo l’incomodo
dittatore e sperare così di dissolvere i tanti fantasmi che si agitavano
attorno a lui, sin dalla prima guerra del Golfo, è l’ennesima violazione dei
diritti umani e della verità storica.
La storia si fa ascoltando tutte le parti. Non si
può pretendere di ricostruire i fatti, facendo venir meno la voce di chi li ha
vissuti e provocati, fosse anche la voce più scomoda e immorale.
Il nostro atto violento di soppressione diventa
altrettanto grave e immorale.
Spero che per questi avvenimenti non manchi lo
spazio e l’impegno di chi ha voglia di fare chiarezza, attraverso la scrittura
e la discussione.
Per quanto riguarda il mio modesto resoconto di
bordo, spero che riesca almeno a fissare qualche piccolo frammento nella nostra
memoria interrotta.
Martedì 19 settembre
(Mitteleuropa)
Sono al mare, a Marina di Pisa.
Ho comprato poco prima il giornale alla stazione
degli autobus, dove ho preso a sfogliarlo con una certa frenesia, sotto un sole
ancora estivo.
Andavo avanti e indietro, in mezzo a gente per lo
più insonnolita, nella siesta immobile del primo pomeriggio.
Pochi altri, levando lo sguardo per brevi e
dissimulati momenti, sembravano chiedersi cosa avessi da cercare con tanta
impazienza.
Così è cominciato il mio viaggio in Ungheria.
Al suo arrivo, mi carico sull’autobus.
Sorrido alle spropositate dimensioni della mia
borsa, traboccante di libri e materiale di scrittura.
Ormai, i miei spostamenti, anche i più brevi,
somigliano al trasloco di una biblioteca da campo per scrittori ossessionati.
Continuo ad avere in testa la parola Mitteleuropa.
Sul giornale continuo a cercare notizie
dell’Ungheria.
Da lunedì notte circolano voci di scontri e
disordini.
Dopo la Francia, esplode il disagio della
popolazione in un altro paese del vecchio continente.
La primavera francese che aveva portato in piazza la
frustrazione dei giovani, che in quelle settimane si sono visti portati via la
prospettiva di un lavoro, e dunque delle loro vita, facendo eco
all’emarginazione urlata dagli abitanti delle banlieux, va di nuovo in scena
nell’autunno di Budapest.
L’onda lunga del dissenso, del disagio sociale,
dello scollamento tra potere politico e volontà popolare negli ultimi mesi non
si è mai arrestata.
Da marzo a oggi, ha continuato a manifestarsi la
dissociazione tra palazzi e vita quotidiana della gente.
In Francia picchetti e presidi sono andati avanti
fino ad agosto, più o meno nello stesso momento in cui sul Libano, durante la
sporca guerra di quest’estate, piovevano bombe al fosforo.
L’importante è tacere, tacere su tutto.
Tacere le ansie, le frustrazioni, le ingiustizie, le
ferite fisiche e morali della gente.
Dalle banlieux francesi, gli immigrati anche adesso
fanno sentire la protesta contro le dure leggi di Sarkozy, che prevedono
l’espulsione dei sans-papiers, perfino tra i minorenni che frequentano la
scuola.
Al loro fianco, soltanto gli studenti.
La crisi economica , infatti, spezza il fronte della
solidarietà sociale e riapre gli egoismi.
Dividere, creare tensione dall’interno, separare,
bandire l’umanità, bandire un’idea di compattezza e condivisione, esiliare i
pensieri, l’impulso al cambiamento; derubare, derubare, derubare beni, identità
: il tempo della vita.
Ecco cos’è la politica, oggi.
E il disagio, serpeggiando, riaffiora in Ungheria.
La parola Mitteleuropa continua a ronzarmi in testa,
Europa di mezzo, Europa di popoli migranti, mescolanza di lingue; storia di
imperi, scontri religiosi, incontro di culture, e poi ancora guerre,
deportazioni.
Praga magica
e le sue visioni, il Golem, gli Ebrei di Polonia e quelli di Ungheria; i
campi dei prigionieri, soldati , gente che ha venduto l’anima alla guerra, il
rosso e il nero, sangue, sangue, sangue dappertutto. E i binari di Auschwitz
dove si è fermata l’Europa.
Mitteleuropa, mitteleuropa!
Sul giornale nessuna traccia.
E’ ancora troppo presto per trovare un resoconto
stampato della prima notte dell’Ungheria.
Incontro con un turista berlinese.
Inaspettata conversazione.
Mi resta scolpita nella mente ogni frase.
Lo spirito dell’Europa si affaccia in me,
improvvisamente, attraverso le parole di uno sconosciuto visitatore.
Mitreißend geist. Mente trascinante.
L’anima seducente e tragica di Berlino, anima
lacerata, città divisa, esule dentro se stessa, esule in ogni strada, casa,
persona, sta lì, davanti ai miei occhi.
Vivo una deriva a est. Di là dal muro un est
dimenticato. Perché il muro c’è ancora, in mezzo a noi, terribile chimera su
cui è scesa la notte della storia.
E c’è un muro che ancora divide le nostre coscienze,
ci allontana dagli eventi e si moltiplica, si moltiplica insieme al nostro
essere disorientati, cresce con le nostre paure e diventa un labirinto di
ossessione in cui ci illudiamo che una parte della realtà, quella che sta
altrove e non vogliamo vedere, se ne resti fuori, fuori della nostra
riflessione, della quotidianità della vita. Fuori.
Così l’Ungheria è al di là del muro.
Confinata nel proprio isolamento, non sappiamo quel
che accade.
Non dividiamo l’inquietudine della gente che scende
in piazza a Budapest.
Le piazze d’Europa si riempiono di persone.
L’agorà raccoglie la protesta e minaccia di
crollare.
Potrà rinascere come luogo di crescita civile, dove
si coltiva il rispetto dell’essere umano, dove il popolo manifesta al potere la
propria presenza e la propria necessaria esistenza politica?
Potrà esserci ancora un centro di aggregazione, di
incontro, dove la parola, spesa in una nuova società, si riappropria di
un’intima natura comunicativa?
L’uomo di Berlino se ne è andato, in silenzio, con
la sua storia. In silenzio, come il suo arrivo.
Quanta storia dentro questa città. E quante persone
si sono trovate lì a scambiare la loro vita con la storia. Ingombrante,
difficile, dura, la storia, prima ancora che diventasse storia.
Resto senza notizie ad est.
Il giornale non parla di nulla.
Oggi c’è uno strano spirito del tempo che non si fa
conoscere.
Mitteleuropa.
20 settembre
(Oppio per oppio)
Sono i giorni delle contestazioni islamiche al discorso
di Ratisbona, fatto dal papa.
Manifestazioni violente come quelle che erano
seguite alla pubblicazione delle vignette ritenute blasfeme, tra gennaio e
febbraio scorsi.
Lo scontro di civiltà, il clima da crociate che
sembra essere diventato una condizione permanente, (mal)celato sotto la
parvenza di un dialogo che finisce per gettare le basi dello scontro, la
confusione culturale, voluta, strumentalizzata, dettata da indifferenza o da un
compiaciuto quanto folle interesse, l’assolutismo e il relativismo mescolati e
uniti, lo sradicamento e la rilettura delle origini della nostra civiltà e del
nostro pensiero. Tutto questo entra prepotentemente nell’orizzonte di una fede
sempre più politica.
Ungheria.
Cominciano a circolare le prime notizie sugli
scontri di lunedì notte a Budapest.
Il primo ministro Ferenc Gyurcsany è accusato da una
registrazione, divulgata domenica da una stazione radio, di un discorso non
destinato al pubblico, in cui fa pesanti ammissioni sulle inadempienze gravi
del governo.
“Non abbiamo fatto niente negli ultimi quattro anni.
Non posso menzionare un solo passo di cui essere fiero”.
Queste le parole che Gyurcsany avrebbe pronunciato,
ammettendo di aver mentito prima delle elezioni di aprile.
La gente, scesa in piazza, ha chiesto le sue
dimissioni.
La risposta del governo è tutta nelle forze
dell’ordine; alla polizia è stato ordinato di usare ogni mezzo.
Il premier ha affermato che quella di lunedì è stata
“la notte più lunga e oscura” della storia dell’Ungheria dopo la caduta del
comunismo.
Coinvolti negli scontri elementi di estrema destra
del gruppo “64 province” che hanno occupato per alcune ore la sede della
televisione nazionale, al cui ingresso è stato appiccato un incendio, nel
momento del massimo disordine, quando la protesta è diventata incontrollabile,
e gli stessi manifestanti hanno dovuto desistere dall’intento di leggere un
appello in televisione.
Feriti tra i poliziotti e i manifestanti.
Sebbene la regia della protesta sia da attribuire al
leader di Jobik, formazione di estrema destra che aveva esortato gli Ungheresi
a riunirsi di fronte all’edificio dell’Mtv, non bisogna trascurare il
contributo di Fidesz, il principale partito dell’opposizione, il cui leader
aveva invitato la gente a ribellarsi a questo governo illegittimo e colpevole
di impoverire il paese.
La registrazione trasmessa dalla radio ha
contribuito a surriscaldare un clima affatto disteso.
La politica di austerità economica decisa
dall’esecutivo ha diffuso il malcontento nel paese.
Sabato scorso si è verificata una manifestazione di
4000 persone davanti al parlamento, contro l’aumento della pressione fiscale,
del costo della sanità e dell’istruzione.
Hanno partecipato le organizzazioni studentesche e
l’Associazione delle famiglie ungheresi, che a gran voce sottolineano come gli
aumenti colpiscono le famiglie a basso reddito e i pensionati.
Ancora su lunedì sera. Alcune Tv private ungheresi
avrebbero trasmesso le immagini di migliaia di trattori di contadini in marcia
per bloccare le strade a Budapest, con l’intenzione di impedire l’accesso alla
città nel corso delle notti successive, per le quali si prevedono occupazioni e
picchetti.
Nelle città di Eger, Debrecen e Miskolc la protesta
c’è, forte come a Budapest.
Dunque anche altre zone del paese si sono mobilitate.
Nella capitale i dimostranti hanno scandito lo
slogan “ ’56, ’56 ” , in riferimento all’anno dell’intervento armato sovietico,
sventolando bandiere nazionali bucate, a imitazione di quelle usate allora, con
un buco al centro, al posto della stella rossa.
Le notizie che arrivano sulla giornata di martedì
riferiscono di 200 manifestanti che, di fronte al parlamento, hanno deposto
simbolicamente una bara ai piedi di Ferenc Rakoczi, capo della rivolta
ungherese contro gli Asburgo nel XVII sec.
Lo striscione nero, messo a ornamento del feretro,
recitava “stiamo seppellendo il governo Gyurcsany”.
I parlamentari socialisti hanno espresso, compatti,
il loro appoggio a Gyurcsany.
Il presidente dell’Ungheria, Laszlo Solyom, denuncia la “crisi morale” del paese dopo le rivelazioni del premier, ma respinge la richiesta di dimissioni.
21 settembre
(A Diogene si è spenta la lanterna )
Solito sfasamento di tempo e di informazione sui
giornali.
Le notizie comunque continuano a circolare in
qualche modo.
Basta spulciare, armati di una bella pazienza.
Anche in rete il tamburo battente sull’Ungheria è
abbastanza affievolito.
Di questi tempi pure Diogene avrebbe avuto vita
difficile: anche solo a cercare la
lanterna….
Hir Tv, l’emittente televisiva ungherese che ha seguito
la mobilitazione di domenica e gli scontri di lunedì, ha sospeso le
trasmissioni alle 19,35 di ieri per un allarme bomba.
Sempre ieri, attorno al palco allestito di fronte al
parlamento, si sono riuniti diversi gruppi di manifestanti, anziani e giovani,
teste rasate e musicisti, gente favorevole al cambiamento, persone che hanno
voluto esprimere la loro rabbia nei confronti di esponenti socialisti che hanno
finito per tradire l’essenza stessa del socialismo.
Questa gente si è alternata al microfono per esprimere
il proprio dissenso, anche urlato, contro il governo.
La destra estrema ha tentato di prendere le redini
del movimento, un’iniziativa che alcuni organi di stampa hanno cercato di far
passare come certamente riuscita , credo per banalizzare e trattare in maniera
affrettata quello che sta succedendo in Ungheria.
Se anche questa fosse una protesta animata e
suscitata dell’estrema destra, e non lo è perché è il popolo ungherese, tutto,
che ha occupato le piazze, a maggior ragione sarebbe urgente parlarne.
La mobilitazione è tuttavia composita.
E’ un popolo in movimento che chiede il rispetto dei principi della nazione e dello stato e dei diritti del cittadino.
( Topsy – turvy. Sottosopra. La piazza è
sottosopra )
Oggi, allarme bomba in mattinata alla stazione
Keleti, rivelatosi infondato.
In 10000 davanti al Parlamento, per chiedere le
dimissioni del primo ministro.
Scontri nella notte tra mercoledì e giovedì.
Intervento delle forze dell’ordine.
All’alba è tornata la calma nelle vie di Budapest.
200 i feriti negli scontri, di cui 140 poliziotti.
Alcune strade del centro sono transennate e
sorvegliate a vista.
Chiusa l’area intorno alla televisione di stato,
assaltata lunedì notte, come anche quella della radio pubblica.
In serata si era registrato l’ennesimo allarme bomba
all’indirizzo di una tv privata, Rtl Klub.
Infondato, come finora è accaduto per tutti gli altri.
Il presidente della repubblica chiarisce che non
esiste alcun parallelo tra i fatti che si svolgono oggi e quelli dell’autunno
del ’56.
Forse gli avvenimenti di questi giorni non entreranno nella storia, ma i giornali ungheresi sono pieni di articoli che seguono e commentano la vicenda, e di sicuro, tra le persone mobilitate, un ricordo forte del passato si è fatto nuovamente vivo.
22
settembre
( My
Body, this Paper, this Fire )
In ogni rivoluzione, in fondo, entra una visione del
mondo che si ha voglia di portare nella realtà, dentro la propria vita e fuori,
per condividerla con gli altri.
Accade così che si cominciano a tirar fuori pensieri
e idee, si discute di un cambiamento possibile, e un giorno all’improvviso ci
si ritrova per strada con quel pensiero e quell’idea attaccati addosso; sono
entrati nei nostri corpi, sono dentro i nostri vestiti e si sono stampati sulla
nostra pelle come sulle pagine di un libro che pensava di non servire più:
abbandonato, aperto sopra un tavolo, qualcuno è tornato a sfogliarlo.
E’ fuoco che ha acceso la nostra riflessione e ora
nutre la nostra azione.
Secondo la leggenda il poeta ungherese Sándor Petofi
avrebbe scatenato la rivoluzione del 1848 con la lettura di una sua poesia.
Non è un caso che il 25 marzo 1955 l’Organizzazione
giovanile comunista fondi a Budapest il “circolo Petofi”, che avrà un ruolo
fondamentale negli eventi del ’56.
La poesia ha un valore rivoluzionario.
Ci insegna a ricordare e sognare.
Il 1° settembre di quest’anno è scomparso a Budapest
il poeta György Faludy, uomo leggendario nella resistenza ai regimi nazista e
comunista.
E’ morto a 95 anni, dopo una vita spesa per la
scrittura, cominciando a nove anni.
A chi tentò di farlo desistere dallo scrivere, visti
gli scarsi risultati delle sue prime liriche, rispose: “Devo scrivere poesia.
Per me è un bisogno fisico”.
Faludy era di origini ebree.
Nel 1941 emigrò in America, accettando l’invito
rivolto da Roosvelt ad alcuni intellettuali ungheresi.
Alla fine della guerra scelse di tornare in
Ungheria.
Il regime comunista controllava la vita culturale e
spazzava via gli oppositori.
Nel campo dove molti furono torturati e uccisi, e lo
stesso Faludy deportato, vennero organizzati dei corsi di letteratura per sua
iniziativa.
Allora, ho pensato, che grande uomo era questo, che
ha saputo costruire uno spazio di umanità all’inferno e ha guardato sempre, in
ogni momento, anche nella più buia disperazione, alla salvezza che è dentro la
creatività umana.
Creatività che sta ovunque, nella nostra mente.
Creatività che, a volte, tra le mani di qualche
pazzo cercatore di stelle e alchimie, si mette a scolpire parole dappertutto.
Creatività della letteratura, infinita agorà
dell’immaginazione.
Siamo corpi pensanti, siamo fuoco che brucia
continuamente le carte delle nostre geografie.
Vogliamo vedere e scoprire e sentire.
Sentire, sentire.
Da domenica Budapest vede una folla riunirsi nella
storica piazza Kossuth, di fronte al Parlamento,per chiedere le dimissioni del
premier.
E’ passata così anche la quinta notte di proteste.
Il dissenso manifestato questa notte non ha dato
luogo a incidenti, segno che la tensione si sta allentando.
Fidesz, il principale partito di opposizione, ha
deciso di rimandare a dopo le elezioni amministrative ( 1°ottobre) la grande
manifestazione prevista per sabato.
23 settembre
( Cabala )
Né rivolta, né rivoluzione.
E’ una grande protesta che a momenti guarda al
passato.
Un dissenso ampio e sonoro che si è riversato nelle
strade.
Siamo ancora qui, hanno detto gli Ungheresi.
L’Ungheria c’è.
L’Ungheria che per prima si è ribellata all’Unione
Sovietica, lasciando per terra 25.000 morti, i propri morti.
Per prima ha messo davanti agli occhi del mondo le
crepe del Muro di Berlino.
E’ stata fra i primi paesi dell’est europeo a
entrare nell’UE.
Del resto, proprio quest’anno ricorrono i
festeggiamenti per i cinquant’anni dalla rivoluzione del ’56.
E questo “6” inevitabilmente diventa ossessivo e si
lega alla storia.
Pura casualità o cabala degli eventi che trama alle
nostre spalle e fabbrica l’intreccio di incontri e azioni, necessario alla
vita?
Tutto è già scritto, sui giornali e nella rete; ma
le sensazioni di ognuno, le mille percezioni di queste giornate di dissenso
potranno essere decifrate, diventare cronaca e storia?
O il loro impatto emotivo andrà perduto, dissolto
dentro la globale frenesia e distrazione?
Tutto sembra essere tornato tranquillo, ma nei cuori
e nella testa della gente la protesta cova, sotto ceneri calde.
Manca una settimana alle amministrative e un mese
alle commemorazioni del ’56.
Attesa, ma anche coordinamento e organizzazione fra
i comitati e i cittadini che sono scesi in piazza in questi giorni.
Il dissenso si aggira silenzioso in ogni strada.
“Still. Das land ist
still. Noch.“
Silente. Silente è la terra. Ancora. (Wolf Biermann)
24-25 settembre
( E l’aura fai son vir. Il vento fa il suo giro )
Il Fidesz annuncia di iniziare la battaglia politica
in parlamento, chiedendo che il governo si dimetta e vengano indette nuove
elezioni politiche.
La mancata formalizzazione delle proteste dei
manifestanti era stata chiamata in causa proprio dal presidente del parlamento,
lo scorso 22 settembre, come elemento che impediva di porre il problema delle
dimissioni del governo.
Di qui la mossa dell’opposizione, in coincidenza e
coordinamento con la nuova mobilitazione di piazza.
La formalizzazione delle richieste viene fatta da
Fidesz il 25 settembre.
1° ottobre
( Satyricon, atto primo. Maschere serie )
Mattina. Amministrative in Ungheria. Alla luce delle
ultime proteste queste elezioni rischiano di trasformarsi in un referendum sul
premier contestato.
I seggi resteranno aperti dalle 6:00 alle 19:00.
19 le province chiamate al rinnovo
dell’amministrazione, e 23 le città coinvolte nelle medesime operazioni.
Ore 20:12. Alla luce degli esiti elettorali, il
presidente ungherese Solyom ha chiesto al parlamento di votare una mozione di
censura contro Gyurcsany.
L’appello è trasmesso dalle televisioni dopo la
chiusura dei seggi.
Delle 19 province chiamate al voto, 18 sono andate
all’opposizione di centro-destra guidata da Viktor Orban, e 15 delle 23 città.
Ore 21:34. La gente torna in piazza per fare
pressioni sulla destituzione di Gyrcsany dall’incarico di capo del governo.
L’opposizione ha fissato un ultimatum di 72 ore al
governo per dimettersi.
Certo, che il principale partito di opposizione
cerchi di cavalcare e prendere le redini della protesta, in modo da tradurne i
risultati in politica, fa parte dell’avvicendamento dei poteri.
Ancora un volta però, mi sento di dire che chi sta
in piazza non necessariamente è schierato con l’opposizione.
Si tratta di protestare, per chi crede ancora in un
socialismo etico e popolare, contro la corruzione della politica, corruzione
che ha finito per erodere i valori di solidarietà e umanità che dovrebbero
essere alla base della vita, e a maggior ragione di coloro che rivestono
incarichi pubblici.
6 ottobre
( Satyricon, atto secondo. Maschere buffe)
Ignorato l’appello del presidente della repubblica.
Ignorate le proteste della notte tra il 1° e il 2
ottobre.
L’ultimatum formulato dall’apposizione scade senza
conseguenze.
Oggi il primo ministro ha chiesto e ottenuto la
fiducia del parlamento.
Tutto come prima.
Niente come prima.
7 ottobre
( E cadde la speranza
In un lago di fango.
Cadde come il grido del mondo
Nella gelida notte
Senza pianto )
Uccisa a Mosca la giornalista Anna Politkovskaja.
Le hanno sparato alle spalle.
Il corpo è stato rinvenuto nell’ascensore di casa,
insieme a una pistola da cui risultavano esplosi quattro colpi.
Anna scriveva per il quotidiano di opposizione
“Novaya Gaseta”.
E’ indubbio che la sua penna risultasse scomoda alla
politica del Cremlino.
Nel settembre 2004, alla vigilia della sua partenza
per Beslan in Ossezia, dove era in corso il sequestro degli studenti nella
scuola numero 1, era rimasta vittima di un avvelenamento da lei attribuito ai
servizi segreti russi.
Nel suo ultimo articolo dal titolo “Ti chiamiamo
terrorista” denuncia l’uso della tortura nel programma antiterrorismo in
Cecenia.
L’attenzione di Anna per questo paese diventato
terra di nessuno, è uno dei contributi più importanti nella storia del
giornalismo degli ultimi anni.
La Cecenia è un posto di cui si parla poco e male.
Il Cremlino cerca, attraverso l’informazione
pilotata e corrotta, di occultare le nefandezze e i crimini di una guerra efferata.
Il controllo di questo paese, spogliato della
propria identità, è vitale per far affluire petrolio e denaro nelle tasche dei
nuovi ricchi russi.
I Ceceni muoiono sotto tortura, vivono in un paese
militarizzato e distrutto.
E l’unica cosa che la stampa russa di regime ha
saputo divulgare su quanto è accaduto laggiù negli ultimi mesi, è stata
l’elezione di miss Cecenia, ritratta sui giornali in una bella foto mentre
danza la lezghinka.
Almeno così, le mode della globalizzazione mettono
tutti d’accordo e scacciano gli incubi.
Anna è sempre stata in prima linea, scrivendo e
denunciando, interpretando il mestiere di giornalista sulla base di un’idea
coraggiosa di indipendenza dell’informazione, come pochi dei suoi colleghi
ormai fanno.
Fare inchieste sul campo, a quanto pare, è un gioco
pericoloso che si paga con le intimidazioni e , alla fine, con la vita.
Il potere agisce sempre de vi , attraverso la
forza, quando si sente assediato da verità
scomode.
E’ la storia di Socrate e la cicuta che si ripete da
secoli.
E noi, ancora una volta ci troviamo a dire : “Se
solo avessimo salvato questa voce”.
12 ottobre
( Un corpo, che si trova ad un certo livello,
possiede, rispetto al suolo, preso come piano di riferimento, un’energia
potenziale di posizione.)
Da
diverse settimane il silenzio è calato sul paese della rovina.
Che
succede in Libano?
Perché
nessuno parla più?
Forse
il concetto di guerra umanitaria è in fase di ristrutturazione?
I
nostri soldati, dislocati a Marakah, sono ancora privi di mensa, cucina e
telefoni, per chiamare in Italia. Si è inoltre scatenata tra loro
un’intossicazione alimentare dovuta alle pessime condizioni igieniche in cui si
trovano.
A
quanto pare la nostra logistica avrebbe bisogno di essere rivista.
Oggi,
Romano Prodi è in visita lampo nel paese dove sono piovute bombe per tutta l’estate.
A Beirut incontra il premier Sinora che loda l’impegno dell’Italia, anche se
intossicata, e il presidente del parlamento Nabih Berri (hezbollah).
Intanto
la vita continua.
Un’anziana
donna di Yohmor che vive con una figlia cieca e un figlio handicappato, vedova,
racconta di essere uscita una mattina a spazzare il terrazzo. Ha urtato una
scatoletta di metallo ed è saltato tutto.
Conseguenze:
un buco in testa, le mani spezzate, il ventre squarciato.
Bombe
a grappolo. Tecnologia e scienza al passo coi tempi e coi poteri.
Giochi
politici.
Si
cade, si cade, si cade.
23 ottobre
( Musica Manush )
Sotto gli occhi dei rappresentanti di quasi tutti i
paesi del mondo, in occasione della celebrazione del cinquantesimo anniversario
dell’insurrezione di Budapest, sono riprese le manifestazioni contro il
governo.
La capitale è divisa.
Da una parte, il rito dei festeggiamenti ufficiali
in una blindata piazza Kossuth.
Dall’altra, l’assedio della protesta che si accende
in piazza Deak e si allarga ad almeno tre punti della città.
Alcuni dimostranti si impossessano di un carro
armato, esposto insieme ad altri esemplari per la parata.
Il tank procede per un centinaio di metri in
direzione delle unità speciali anti-sommossa.
Sopraffatti dai lacrimogeni gli occupanti sono
costretti ad abbandonare il mezzo.
Gli scontri, cominciati in mattinata, vanno avanti
per tutto il pomeriggio.
Le fonti parlano di 100.000 manifestanti a Budapest.
Il bilancio provvisorio della giornata è di 25
feriti e 40 arrestati.
24 ottobre
( Tutto si trasforma )
Bilancio definitivo.
160 feriti.131 arrestati.
Il Parlamento decide di aprire un dibattito sulle
responsabilità degli ultimi scontri.
I partiti di opposizione accusano la polizia di aver
volutamente provocato gli scontri.
Il Fidesz ha costituito un centro di documentazione
per la raccolta di notizie sulle persone vittime o testimoni di abusi, compiuti
dalla polizia, il 23 ottobre.
22 – 31 ottobre
( City lights. Luci della città )
Napoli.
Dodici omicidi in dieci giorni.
E’ guerra. La violenza esplode e ferisce a morte la
città.
Di nuovo si discute sulla possibilità di mandare i
militari a presidiarla.
Sono andata per la prima volta a Napoli a
diciassette anni.
Stesso problema: disagio, abbandono scolastico, disoccupazione.
E i tentacoli della camorra che sempre più avvolgono
cose e persone.
Ricordo le camionette che presidiavano il lungomare.
A distanza di anni, sotto i miei occhi scorrono le
stesse immagini.
La situazione è anzi peggiorata, come per ogni male
trascurato a cui non si rimedia per tempo.
La febbre di Napoli sale, cresce la malattia che
corrompe la città da dentro, e pure da fuori.
Troppi ,infatti, di quelli che stanno fuori e
dovrebbero decidere, fingono di non vederti, Napoli.
Napoli, quanto sei sola.
9 novembre
( Vietnam – Iraq. Sola andata )
Arrestata Cindy Sheehan.
Non è il suo primo arresto, da quando ha cominciato
la sua battaglia per il ritiro delle truppe dall’Iraq. Una campagna per la pace
che ha assunto sin dai suoi inizi i toni della dura contestazione alla politica
di Bush.
Casey, il figlio di Cindy, è morto nell’aprile del
2004, a migliaia di chilometri da casa, in un paese lontano dall’America nello
spazio e nella storia. E’ morto tra gente sconosciuta, per una delle tante guerre
del petrolio. Aveva 21 anni.
Nell’agosto del 2005, Cindy si è accampata per la
prima volta ai bordi della strada che porta al ranch della famiglia Bush, a
Crawford.
Passava tutto il giorno su una sedia, in attesa che
il presidente le inviasse qualcuno a comunicarle la sua disponibilità per un
colloquio.
Nessuno dello staff presidenziale si è fatto vivo.
Un consistente gruppo di pacifisti, per lo più
famiglie che hanno perso un figlio in Iraq, si sono invece mobilitati per
raggiungerla e far sentire la loro voce.
E’ nato così un accampamento spontaneo, chiamato
Camp Casey, nel quale sono state piantate delle croci bianche in memoria dei
“ragazzi” dell’Iraq.
Il 25 novembre 2005, in occasione del
Ringraziamento, Cindy è tornata a Crawford.
Mentre era sull’aereo che la stava portando in Texas
ha scritto una lettera aperta al presidente Bush.
Dal marzo 2003 al 2005, in due anni di guerra, 2100
soldati americani risultavano deceduti.
Durante il secondo Ringraziamento che Cindy ha
trascorso senza suo figlio, gli oltre 100 dimostranti che simpatizzano col
movimento pacifista hanno consumato un pranzo tradizionale iracheno: atto
simbolico per richiamare l’attenzione sui civili uccisi.
Il 6 marzo 2006 la Sheehan è stata arrestata a New
York, insieme ad altre tre pacifiste: Medea Benjamin, Missy Beattie, Patricia
Ackerman.
Le donne hanno organizzato un sit-in davanti alla
Missione americana presso l’ONU.
Volevano consegnare una petizione di 72000 firme per
chiedere la fine dell’occupazione Usa in Iraq.
Alla manifestazione era presente anche Ann Wright,
ex colonnello dell’esercito americano ed ex diplomatica, fra i testimoni della
protesta e dell’arresto.
Cindy è stata ferita: ha riportato un braccio
slogato e abrasioni alla testa per essere stata trascinata sull’asfalto.
Novembre 2006. A poche ore dalla sconfitta
elettorale dei repubblicani nelle elezioni a medio termine, davanti alla Casa
Bianca, si è tenuta un’altra manifestazione contro la guerra in Iraq.
Presenti 500 dimostranti che intendevano consegnare
una nuova petizione per il ritiro dall’Iraq, sottoscritta da 80.000 persone.
Nel testo era inoltre espressa la contrarietà dei
firmatari a un eventuale ricorso alla forza per risolvere la crisi nucleare con
l’Iran.
Cindy è stata tratta in arresto nel momento in cui
si è arrampicata sulla recinzione del parco della residenza presidenziale, per
gridare slogan anti-militaristi.
Le hanno contestato il reato di interferenza
nell’esercizio delle prerogative del governo.
“Mama put my guns in the ground
I can't shoot them anymore
That long black cloud is comin' down
I feel like
I'm knockin' on heaven's door
Knock, knock
Knockin' on heaven's door”
(Bob Dylan)
14 novembre
( ….e anch’io mi
domandavo come,
in tanto sole nero, ancora non si vedesse,
dal muro, nessun messaggero.
Giorgio
Caproni )
Viaggio da La Hague
(Francia) a Gorleben (Germania).
Ci vogliono 58 ore perché il treno delle scorie arrivi al capolinea.
Gorleben è il centro di raccolta nazionale delle scorie prodotte dalle centrali
atomiche tedesche.
Si tratta di un hinterland occupato da comunità contadine. Ogni volta che sanno
di un viaggio delle scorie, mettono in moto i loro trattori per bloccare i
binari o si incatenano lungo il percorso. I trasporti di scorie quest’anno sono
stati 10, con costi altissimi per la sicurezza.
In occasione dell’ultima tappa sono stati impiegati 16.000 poliziotti e spesi
20 milioni di euro circa. Per evitare che i 10.000 ambientalisti, francesi e
tedeschi, presenti lungo il percorso, scatenassero incidenti gravi.
Nel novembre del 2004 l’ecologista francese Sébastien Briat perse la vita nel
tentativo di bloccare uno di questo convogli.
L’ultimo treno del 2006 è arrivato, sì, a destinazione, ma con un grande
ritardo e accompagnato da una contestazione durissima.
(On the other side…
Il potere non si nomina
Innominati
Un esercito di Innominati)
Bush dà ordine di
riprendere l’addestramento di forze militari di 11 paesi in sudamerica e nei
Caraibi, sospesi dal 2002.
I fantasmi di Fort Benning, in Georgia, riprendono vita.
In questo luogo generazioni di ufficiali sono state istruite sulle arti oscure
dell’interrogazione persuasiva e su tecniche anti-insurrezionali.
Il golpe seduce ancora.
20 novembre
( Mille volte l’immaginazione. Mille volte la
rivoluzione )
“A Bucarest, il 22 dicembre del 1989, c’è stata la
rivoluzione?”
E’ la domanda del film “A est di Bucarest” di
Corneliu Porumboiu.
Otto minuti. Dalle 12:00 alle 12:08, ora della fuga
in elicottero del dittatore CeauÅŸescu.
I Rumeni sono scesi in piazza prima o dopo?
Se in piazza c’era qualcuno prima che il tiranno se
ne andasse, allora si potrebbe dire che la rivoluzione c’è stata…..
Mi ritrovo a seguire questo film in un accogliente
cineclub, uno degli ultimi avamposti della cultura cinematografica non
commerciale.
Cosa affatto scontata di questi tempi.
Non so dire quale emozione si prova a sentire il
ticchettio del proiettore irrompere in un vicolo antico, nel cuore della città.
Somiglia a una pulsazione insistente e tenace.
Battito improvviso dell’immaginazione.
( Aleph )
Mentre aspetto il film, nell’atrio affollato di
giornali, sono catturata da alcune foto di Cuba, società piena di
contraddizioni, ma anche profondamente assediata da una globalizzazione e un
capitalismo altrettanto contraddittori, che pretendono di imporre la loro
regola ad ogni popolo in ogni angolo del mondo.
Mi colpisce l’immagine dell’interno di una fabbrica
in cui un uomo ha davanti a sé un libro e sembra tenere una lezione.
Più sotto, la spiegazione di un gesto straordinario,
che avevo intuito come il frutto di un socialismo in cui ancora è possibile
credere.
Nelle fabbriche cubane, ogni giorno, per un’ora, un
lettore legge e commenta un romanzo o il giornale agli operai.
Un esempio di civiltà, che risalta ancora di più, se
messo al confronto con le attuali conseguenze del lavoro precario e della
gestione degli appalti, che causa gravi violazioni in materia di sicurezza ,
nelle società occidentali.
( Prométhée Allumer
de feu.
E Prometeo accese il fuoco )
In giro per biblioteche.
Altra mostra di foto che fanno il ritratto a queste
particolari stanze della riflessione.
Quante voci verrebbero fuori, se i libri potessero
raccogliere i nostri pensieri, la nostra curiosità di fronte al loro messaggio,
e una volta messo da parte tutto quello che sentiamo, cominciassero a parlare.
Nascerebbero altrettante biblioteche del pensiero.
Libri dai libri.
Voci di voci.
Canto e controcanto.
Ordine e Caos.
Regola e anarchia.
E la Censura e l’Indice finirebbero finalmente
inghiottiti nel catalogo infinito della nostra voglia di conoscenza.
“Be
not inhospitable with strangers
lets
they be angels in disguise”
Spunta una scritta sulla parete di una stanza molto
sobria, piena di libri, aperta su uno spazio verde.
Ho amato subito questo bel bianco e nero che mi fa
pensare a una piccola sala di lettura, in un paese di provincia, che mette le
sue poche risorse a disposizione della cultura.
Ecco, come in un paesino lontano e sconosciuto la
gente pensa ai libri, pensa a uno spazio di civiltà e di incontro, dove nessuna
porta resti chiusa per nessuno.
La cultura non può che unire ed essere
ospitale.
23 novembre
( Capita di inventare la storia.
Si inventano guerre.
Tutto si inventa.
Capita )
Il Libano è sempre più immerso nella crisi.
A Beirut, si celebrano i funerali del giovane
ministro dell’industria Pierre Gemayel, assassinato due giorni fa mentre era
alla guida della sua auto nella capitale.
Ricorre oggi l’anniversario dell’indipendenza del
Libano, ma tutte le manifestazioni sono state cancellate.
Il governo Siniora rischia l’incostituzionalità. Dei
24 ministri da cui è composto, 6 si sono dimessi (5 hezbollah, schieramento con
cui peraltro si era detto di non voler trattare all’indomani del cessate il
fuoco, e 1 cristiano ortodosso), e un settimo è venuto meno con l’uccisione di
Gemayel.
Gli Stati Uniti ribadiscono il loro appoggio a
Siniora.
L’America ha stanziato 10,5 milioni di dollari per
gli “aiuti” militari, appena due settimane fa,
ma si pensa che voglia “investire” ancora.
I labirinti delle guerre inventate finiscono per
inghiottire e smarrire i loro architetti.
Talvolta. Accade.
Davvero nessuno si ricorda da che parte è l’uscita?
Ah, ecco.
Qualcuno ha avanzato il dubbio che i labirinti di
guerra abbiano un’ uscita.
Viaggio
della concordia o della discordia? )
Istanbul.
Proteste dei militanti del “Partito della Grande
Unione”, islamisti di estrema destra vicini ai Lupi Grigi, contro l’imminente
visita del papa.
Occupazione di Santa Sofia da parte dei
manifestanti.
Il partito della felicità (Saadet) promette per
domenica 1 milione di persone in piazza.
24 –25 novembre
( Rivoluzione industriale )
Due infortunati all’Ilva di Taranto, uno degli
stabilimenti più rischiosi d’Italia, dove si registra una serie ininterrotta di
morti e feriti.
Gli operai lavorano in condizioni di massima
precarietà e insicurezza.
Morti 23 operai.
Sabato 25. Esplosione in un oleificio a Campanello
sul Clitunno, in provincia di Perugia. Morti 4 operai.
Lavoravano per una ditta di manutenzione degli
impianti in appalto.
28 novembre – 1 dicembre
( Brekekex koàx koàx.
Che poi, cosa sia ‘sto koàx….. )
Ieri. Nuova manifestazione a Istanbul contro la
visita del papa.
I manifestanti non raggiungono il milione ma sono
comunque una gran folla.
Sull’aereo che lo ha portato ad Ankara, il pontefice
aveva precisato che non si trattava di un viaggio politico.
Il papa ha incontrato il gran Muftì turco (il capo
degli imam turchi), colui che nel settembre scorso, all’epoca del discorso di
Ratisbona, esigeva le scuse della Santa Sede.
Incontro particolarmente delicato. Del resto, per tutto questo viaggio, il papa avrà puntati addosso gli occhi dell’intero mondo musulmano.
Ogni sua parola, ogni suo gesto saranno passati al setaccio.
Erdogan ha ricevuto il papa nella sala
dell’aeroporto, dopo tante smentite.
Una foto li ritrae insieme : alle loro spalle
incombe il ritratto di Ataturk.
Erdogan sottolinea la necessaria e urgente “alleanza
di civiltà”.
II giorno.
Messa ad Efeso in ricordo di don Santoro.
III giorno
Ratzinger da Bartolomeo I, il patriarca ortodosso di
Costantinopoli.
Minacce di Al Quaeda, mentre la UE ferma
parzialmente i negoziati di adesione della Turchia.
La popolazione di Istanbul lo accoglie in maniera
apatica e indifferente.
Minuscola manifestazione di protesta vicino
all’università.
La città, blindata, completamente chiusi al traffico
interi quartieri.
Il papa entra nella moschea di Aya Sofia, ex
basilica.
Ultimo giorno.
Nuovo incontro con Bartolomeo I.
Appare forte la volontà politica di ricomporre lo
scisma d’oriente.
Dichiarazione congiunta.
“Basta uccidere in nome di Dio”.
2 dicembre
( Torniamo a Casa. )
Comizio della Casa delle libertà in piazza S.
Giovanni, a Roma.
Schiaffo alla piazza del 1° maggio.
La propaganda è trasmessa in diretta dalla
televisione.
Va in onda quasi a reti unificate. D’altra parte, si
sa, è per dovere d’informazione.
Attacco anti-prodiano alla politica delle tasse.
Si spolverano le vecchie icone demagogiche:
Solidarietà, Democrazia, Benessere.
Risuonano come in uno slogan, ammiccanti
personificazioni di un reality televisivo che fa il verso a sé stesso.
Inquietante la definizione data da Silvio Berlusconi
ai suoi militanti:
“Viva voi qui, oggi, missionari di libertà.”
9 dicembre
( Olocausto )
Mosca. Brucia un centro di recupero: morte 45 donne.
Chiusa a chiave l’unica uscita di sicurezza.
La maggior parte dei corpi sono stati ritrovati in
prossimità della porta.
I fumi tossici sprigionati dall’incendio non hanno
lasciato scampo alle pazienti.
La notizia, freddamente vergata e diffusa da un’ANSA
metallica e distante, si perderà in meno di un attimo, nella Babele impazzita
del mondo: le voci daranno l’assalto ad altre voci, la tragedia si ciberà della
carne di un’altra tragedia.
Tuttavia, dietro la volontà di seppellire e
nascondere, l’immagine violenta e ossessiva di questi poveri morti nell’estremo
tentativo di salvarsi, rifiutati dalla vita che loro fino all’ultimo non hanno
voluto rifiutare, non può essere ignorata.
Resta lì, sotto i nostri occhi.
Mucchio informe di membra scomposte, corpi
ammassati, tumulo senza respiro e senza voce, a pochi metri dall’aria che li
avrebbe salvati.
Il loro carnefice, la società dell’indifferenza e
della miseria, ha avuto finalmente la meglio.
Gli assalti erano cominciati sin dalla loro nascita,
ma ci sono voluti una porta chiusa e un incendio divampato nella notte anonima
di una città tanto, troppo grande da lasciare spazio al dolore di tutti, per
portarsele via.
Via, il fuoco se le è portate via.
Anche per quest’anno abbiamo il nostro olocausto.
a soffocare occhi
senza pianto,
a spengere
l’ultima cenere
sulle ciglia
arse di gelida
luce,
ultimo riflesso
del mondo
Claudia Ciardi