Il marzo francese.
Diario di una
protesta nel disagio sociale dei nostri tempi.
Questo
diario vuole essere un documento dei fatti che dall’11 marzo 2006 hanno
cominciato a infiammare la Francia e a trovare posto nelle cronache di giornali
e telegiornali.
La
Francia è solo il punto di partenza per la riflessione sul precariato che con
sempre maggiore insistenza pretende di diventare il criterio di impostazione
delle nostre vite. Il che equivale ad abbassarsi ad una definizione dell’essere
umano, non come essere pensante, ma come merce di scambio e oggetto da relegare
in un ripostiglio, quando si stima che non serva.
Così i fatti francesi si accompagnano al resoconto di altri fatti europei e italiani che solo apparentemente possono sembrare scollati ma che con questi si intrecciano. In Italia peraltro il clima pre-elettorale, da mesi , ma con un’impennata nell’ultimo periodo a cui faccio riferimento nella mia cronaca, scarica tensioni e veleni assolutamente insalubri per un paese già sufficientemente sfiduciato.
La
storia ha bisogno di memoria, riflessione, e di annali da sfogliare per
ritrovarvi il dato che ha fatto nascere un avvenimento, il contesto in cui
qualcosa è successo, in cui è nata un’idea.
Quando
gli avvenimenti vengono sezionati, e i fatti che si consumano attorno a noi
sono volutamente tenuti separati, diventa difficile creare riflessione nella
gente, ed impossibile elaborare atteggiamenti critici.
Ed
è ancor più importante sottolinearlo in un momento storico in cui tutto quanto
sembra dover avvenire nella velocità,
ed ogni cosa viene affrettatamente accantonata.
Smarrire
il senso storico, significa perdere insegnamenti preziosi che potrebbero
aiutarci a migliorare il nostro vivere sociale.
Questo
mio breve diario di fatti e riflessioni possa quindi essere un piccolo
brandello di memoria nella confusione che ci assedia. E possa contribuire a far
nascere discussioni e la voglia del cambiamento.
11- 3 – ‘06
Sabato.
Non
ricordo precisamente, ma forse era la notte tra l’8 e il 9 marzo, quando mi
sono trovata ad ascoltare alla radio una breve cronaca della manifestazione
parigina contro un nuovo contratto di lavoro che estende a due anni la
possibilità di licenziamento senza giusta causa.
Poi
silenzio.
E’
di oggi la notizia della morte improvvisa di Milosevic presso il tribunale
dell’Aja; contemporaneamente vengono oggi trasmesse le immagini dell’irruzione
della polizia alla Sorbona di Parigi, occupata dagli studenti.
Due
fatti importanti, due pezzi di storia, la via del precariato in materia di lavoro,
ormai ben tracciata nell’ultimo decennio, e i segreti di tante guerre e tanto
sangue, sui quali l’ombra delle manovre statunitensi è tutt’altro che dissolta,
frettolosamente liquidati con la morte di chi è stato soprannominato il “boia”
dei Balcani.
Eventi
che riaffiorano parallelamente e ci riportano al flusso della storia, che
spesso ci troviamo a seppellire senza imparare a meditarla e interpretarla.
L’Europa
è nuovamente di fronte alle sue contraddizioni.
Di
là dall’Oceano si guarda all’America, al grande polo di attrazione che continua
ad esercitare sul continente, forzando le politiche interne dei paesi europei,
costringendoli a stare al passo, allineato, con una società statunitense
diventata sempre più schizofrenica e incoerente.
E
questo grande magnete, con le sue periodiche tempeste, non fa che intercettare e trascinare verso
l’alto i disagi delle persone a cui è stato ordinato, con sempre più vergognosa insistenza, e con un’accelerazione
inaudita negli ultimi due anni, di
adattare le loro vite al sistema incoerente e impazzito.
13-14 – 3 –‘06
Si
dichiara chiuso il processo a Milosevic.
La
Corte che lo ha presieduto si è sciolta, con una decisione piuttosto rapida,
provvedendo a mettere da parte gli incartamenti che si erano raccolti fino alla
notizia della morte del leader serbo.
In
Francia si rinnovano i cortei della protesta. Si dice che la contestazione vada
crescendo e che anche i licei si muovano verso l’occupazione, seguendo
l’esempio dell’università.
Di
nuovo studenti e lavoratori sono fianco a fianco.
Al
tg vengono diffuse le cifre dei tassi
di disoccupazione giovanile.
¼
dei giovani francesi non trova lavoro.
Nelle
banlieux, teatro recente di scontri, la disoccupazione raggiunge il 40% della
popolazione giovanile.
La
mancanza di lavoro si dimostra, ancora sotto i nostri occhi, la causa della
disgregazione sociale e lo spazio entro il quale si riaccende lo scontro.
Contemporaneamente,
in Italia si assiste all’indecente spettacolo delle code degli immigrati per
ottenere la regolarizzazione.
Si
sono accampati fuori dagli uffici a partire dalla notte , hanno compilato delle
liste di ordine per gestire l’affluenza, si sono fatti guardiani e regolatori
l’uno dell’altro. Molti parlano un italiano stentato. Povera gente. E anche
particolarmente mite, per aver tollerato di passare una notte all’agghiaccio,
sorvegliare i loro compagni ed espungere dalle liste altri poveri disgraziati
come loro che non erano riusciti a mantenere la posizione in lista.
E
tutto pur di essere tra i 170.000 nuovi “regolarizzati”. E poi per quale
regolarizzazione….
Povera
gente. Quanta nuova schiavitù.
16 – 3 – ‘06
Oggi,
giovedì, nei tg serali sono trasmesse le immagini di un nuovo corteo
studentesco.
Si
parla di 60 – 70 mila partecipanti solo nella capitale.
Scontri
provocati in diverse città da esponenti dell’ala dura manifestante, staccatasi
dal corteo.
Le
forze dell’ordine intervengono.
Scontri
violenti anche nella capitale.
Arresti.
La
Sorbona continua ad essere presidiata dai poliziotti.
Il
governo dice di non volere lo scontro diretto.
Un
giornalista, commentando, dice che il tutto somiglia ad una festa di carnevale.
La
mia impressione non è così festaiola.
Quella
gente sta lì, in piazza, per rivendicare il proprio diritto al lavoro.
Sindacati,
pensionati, lavoratori, studenti liceali e universitari si sono dati
appuntamento per una grande manifestazione sabato 18 marzo.
Aspettiamo.
In
Italia, commemorazione di Moro con deposizione di corona.
Ipocrisia
rituale.
Perché,
mi chiedo, portano fiori all’uomo che non hanno salvato?
Scriveva
Aldo, pochi giorni prima di essere ucciso :
“Chiedo
che ai miei funerali non partecipino né autorità dello Stato né uomini di
partito.
Chiedo
di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni
perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore”.
17 – 3 – ‘06
A
Belgrado, allestita la camera ardente per Milosevic.
Il
pellegrinaggio silenzioso e composto del popolo serbo, di chi ancora sente di
rendergli omaggio.
Gli
Stati Uniti, all’indomani del pesante attacco iraqueno di Samara, continuano a
lanciare avvertimenti al governo iraniano.
Nella
notte continuano gli scontri in Francia.
Con
durezza, a Parigi. Trecento arresti.
Data
alle fiamme la libreria universitaria della Sorbona. Clima teso.
Anche
nel nostro paese l’atmosfera pre-elettorale è tutt’altro che distesa. Si
procede per dissimulazioni e sforzata diplomazia, ma i toni restano bassi e
sconcertanti.
Intanto,
sono di questi giorni le rivoltanti notizie sulla morte di bambini appena
infanti.
Nati
da poco, abbandonati, o vittime di inedia, in contesti di assoluto degrado
sociale e materiale.
Così,
nella progredita Italia i bambini muoiono di indifferenza. Figli di Nulla.
Non
si può parlare di episodi.
Giacché
anche una sola piccolissima vita, perduta in questo modo, rappresenta di per sé
una materia su cui interrogarsi profondamente, alla ricerca di immediate
soluzioni.
Circa
cinquanta anni fa, a Spine Sante, quartiere di Partinico, morì una bambina di
cinque mesi, che pesava 2 chili e 200 grammi.
Ennesima
vittima di stenti in quel luogo martoriato, dove tanto si predicava di Dio, e
continuamente si moriva nella criminale indifferenza; quale altra pretesa
poteva avere la povera gente: che si contentassero di vedere il Regno dei
Cieli!
Danilo
Dolci in questa occasione si raccolse, in digiuno, davanti al letto della
piccola.
E
a proposito di altre sue iniziative di protesta, tese a richiamare l’attenzione
della necessità di interventi sociali, bloccati negli anni della guerra fredda
e chiusi in una logica partitica e ideologica, è stato detto:
“Cos’
è mai accaduto perché questi uomini di cultura abbandonino il loro mondo di
meditazione e di creazione e vengano ad affondare i piedi nel fango della
Trazzera Vecchia?” (Dal processo a Danilo Dolci sui fatti di Partinico , 1956).
Allora
io, oggi, mi chiedo, di fronte al continuo scempio delle nostre vite, dove
siamo tutti noi?
Allarmanti
i dati diffusi sullo stato dell’economia del paese.
Scontro
tra il ministro dell’economia Tremonti e il governatore della Banca di Italia,
Mario Draghi , che denuncia la criticità della situazione economica italiana.
18 – 3 – ‘06
Sabato
18. Grande manifestazione.
Un
milione e mezzo scendono in piazza in tutta la Francia.
Cortei
in 150 città, tra cui Marsiglia, Rennes, Tolosa, Strasburgo, Lilla, Lione.
Giovani
anarchici e dell’estrema sinistra hanno cercato di dare fuoco alla porta del
Comune di Marsiglia.
A
Parigi 156 persone arrestate, mentre 24 persone, 7 agenti e 17 manifestanti,
risultano feriti.
Gli
incidenti sono scoppiati davanti alla Place de la Nation, quando la polizia ha
cercato di disperdere la folla.
500
studenti si sono diretti verso la Sorbona, al grido di “Liberate la Sorbona”.
Scontri
anche a Saint-Michel (sesto arrondissement).
A
questo si aggiunga la solita guerra di cifre sull’adesione effettiva alle
iniziative di protesta.
Contemporaneamente
va di scena “la questione dei Balcani”.
Esequie
di Slobodan Milosevic.
L’inumazione
è stata preceduta da una cerimonia cui hanno partecipato almeno 50 mila
persone, nel piazzale antistante il Parlamento di Serbia e Montenegro.
Quindi
la salma è stata traslata a Pozarevac, la sua città natale.
Le
spoglie interrate sotto l’albero di tiglio della sua abitazione di infanzia.
Assente
la vedova Mira Markovic ed i familiari più stretti.
Si
è scritto che Mira è stata per Milosevic ciò che Evita Duarte era per Juan
Peròn.
E
che per questo motivo era molto atteso il rientro in patria dal suo esilio
moscovita.
Ma
sulla Markovic grava un mandato di cattura per reati di regime.
Ed
è più che comprensibile la decisione di non tornare.
Venerdì
il referto dell’autopsia olandese sul corpo di Milosevic, non ha stemperato le
polemiche ( pure tenute in sordina secondo la prassi di una già rodata regia
dell’informazione omissiva).
I
medici hanno escluso che “si possa provare l’avvelenamento”.
Una
dichiarazione ambigua, che nega l’esistenza di prove dell’avvelenamento più che
l’avvelenamento stesso.
E
se Milosevic avesse avuto bisogno di cure e non gli fossero state fornite?
Nuove
ombre sulla storia della Serbia.
Un
paese indebolito, che a breve dovrà decidere sulla secessione del Montenegro
(referendum del 21 maggio), e che in autunno vedrà quella de iure , del Kosovo,
culla religiosa e storica.
Pare
che la morte di Milosevic, personaggio ingombrante e di cui ancora la storia
non ha elaborato un quadro completo, sia venuta a cadere in un momento cruciale
per le sorti della Serbia.
20 –3 –‘06
In
Francia si paventa lo sciopero generale.
I
sindacati alzano nuovamente il tono della protesta.
Chiedono
il ritiro immediato della legge.
Si
ribadisce l’ultimatum già espresso nella protesta di sabato.
La
Sorbona resta chiusa a tempo indeterminato.
84
sono le università francesi occupate o segnate da agitazioni: in ogni caso sede
di dibattito per la contestazione del nuovo contratto di lavoro.
Questa
situazione evidenzia un pericoloso scollamento tra le decisioni politiche e la
volontà popolare.
Le
due parti sono incomunicabili, nella maniera più allarmante.
21 – 3 – ‘06
Arriva
la notizia di un sindacalista in coma dopo gli scontri con la polizia alla
grande manifestazione del sabato scorso, a Parigi.
Si
chiama Cyril, ha 39 anni.
E’
stato travolto nel corso di una carica della polizia, che respingeva gli
anarco-autonomi alla fine della manifestazione.
Ma
ancora non c’è chiarezza sulla dinamica del suo ferimento.
L’idea
dello sciopero generale è stata accantonata.
Il
movimento studentesco sta cercando di elaborare nuove linee di protesta e
posizioni.
Gli
imprenditori hanno fatto sapere di essere disponibili a due modifiche del
contratto di primo impiego: riduzione del periodo di prova a un anno e obbligo
di fornire una motivazione al licenziamento.
I
ragazzi rivendicano alla fine del ciclo di studi il sacrosanto diritto ad un
posto di lavoro adeguato.
Italia.
Torino. Manifestazione contro la mafia nella giornata dedicata al ricordo delle
vittime di questa endemica piaga del nostro paese. Ed intanto, dalla Locride,
arriva la notizia dell’ennesima vittima, un uomo di ventotto anni, ucciso a colpi
di pistola.
Si
ribadisce la necessità di dedicare attenzione e risorse alle politiche sociali,
attraverso le quali è possibile arginare i fenomeni di criminalità.
“Ahi
serva Italia “. La mafia, quando non si manifesta attraverso crimini di sangue,
è un fenomeno che si avvale di atti intimidatori, anche solo atteggiamenti,
tesi all’emarginazione, alla prevaricazione, all’imposizione.
In
ogni caso è violazione delle leggi dello stato di diritto.
E’
fondamentale quindi monitorare e rimuovere nel nostro paese tutti questi
atteggiamenti che purtroppo allignano, come un contagio ammorbante, in tanti,
troppi settori della società.
Rimosso
l’aspetto esplicitamente criminoso, amputato il braccio armato delle
organizzazioni, comminate le giuste pene agli esecutori, bisogna provvedere a
dissolvere una mafia ben più temibile.
Quella
che desidera trovare luogo dentro le nostre menti, approfittando della
trascuratezza con cui rischiamo di guardare al nostro vivere sociale e ai
legami tra noi e la collettività.
I
giovani che con giuste parole condannano la mafia e vanno alle manifestazioni,
sono un primo, forte segnale.
Ma
a quei ragazzi chiedo un altro impegno, perché alla loro partecipazione festosa
in quei cortei, alle loro importantissime parole, segua una vita coerente, di
costante riflessione e azione.
Devono
spingere quei ragazzi, e tutti noi con loro, perché si vadano a rimuovere le
cause della criminalità: il disagio, l’indigenza, il degrado, l’analfabetismo.
Contestiamo
quindi la mafia, ma anche la politica che colpevolmente e altrettanto
criminosamente non si occupa di risolvere le situazioni di marginalità sociale.
Temo,
infatti, che il nostro paese vada incontro ad una pericolosa frattura con la
sua popolazione giovanile.
Che
ne sarà dei tanti giovani avviati al precariato, indigenti, rifiutati dalla
scuola, o che comunque, anche quando siano stati “lasciati” a bordo della
scuola, si scopriranno ostracizzati dal diritto al lavoro? Perché mai come in
questi anni, sembrano essere saltate le cerniere dei meccanismi che “regolano”
(almeno nell’ottica dei benpensanti) la società. Così, anche i cosiddetti figli
di buona famiglia, non sono più immediatamente e naturalmente reclutati tra le
file della “dirigenza”.
Quanto
agli altri, ne sono tenuti ben lontani, ed anzi a loro è spesso preclusa una
partecipazione pure solo a settori ben più limitati, come sempre è stato
nell’ordine delle cose.
Magari
anche i ragazzi delle manifestazioni di oggi, a breve faranno questa triste
scoperta.
E
allora, mi auguro, che sentendosi traditi e banditi dal loro paese, non
rinneghino dentro di loro i valori che dimostrano oggi, scendendo in piazza.
Non li mettano da parte per gettarsi nella corrente, e inseguire carriere,
nella speranza di farsi strada prima di altri.
Questa
triste iniziazione che troppo spesso segna il passaggio rituale alla maturità
nei giovani occidentali, deve spezzarsi. E la speranza è tutta nei giovani.
Con
voce ancora più forte, esigano, esigiamo, i valori in cui crediamo dal paese
che ce li aveva promessi e che ci ha voltato le spalle.
E
siano quei ragazzi, siamo tutti, di nuovo, in piazza, per ricostruire dalle
fondamenta un paese che nella storia non ha ancora guardato negli occhi il
popolo e i suoi giovani, di ogni epoca, dall’unità d’ Italia e ancor prima,
fino ad oggi.
22 – 3- ‘06
Dalla Francia immagini di uno studente che consegna fiori ai poliziotti attraverso una barricata. Un gesto forte, che più di molte parole, riesce a spiegare come il movimento studentesco non voglia lo scontro con la polizia. In gioco c’è la libertà e il diritto al lavoro di tutti, anche dei figli di chi oggi è costretto a vestire l’uniforme e caricare i ragazzi delle manifestazioni.
Genova.
Blindata
come ai tempi del G8, si dice.
300
persone, giovani per lo più, fuori dal teatro Carlo Felice, dove si tiene un
comizio di Forza Italia.
Cresce
la tensione in attesa dell’intervento di Berlusconi.
Scontri.
Una ragazza, manifestante minorenne, riporta un doppio trauma cranico e
facciale.
Val
di Susa. Ancora problemi per la tav. E’ scontro fra le commissioni dei periti
che devono accertare il rischio amianto. “Non c’è amianto”, dicono i
responsabili nominati dal governo.
“L’amianto c’è”, ribatte il fronte degli esperti delle comunità.
I
carotaggi che devono far chiarezza si faranno o no?
Queste
posizioni così polari non aiutano certo le persone di quei luoghi, che, scusate
tanto, gradirebbero non dover fare i conti con il cancro, in un prossimo
futuro.
Ancora
una volta non si può che registrare il clima di tensione e la cultura
dell’esasperazione, o per meglio dire coltura, perché cresce nelle piazze e
ovunque, come gli ortaggi nei campi.
E,
allo stesso modo delle primizie, viene coltivata dalla nostra irresponsabile e
dissennata classe dirigente; o solo distrattamente osservata, perché troppo è
riconoscere loro le attenzioni che un contadino riserva alla sua terra.
A
breve si troveranno a dover arare un campo di esasperati. Nel nostro paese i
cittadini non si sentono tutelati dallo stato, ed ogni volta che si prospetta
un intervento dall’alto, il clima diventa di scontro frontale e
incomunicabilità.
Sarebbe
opportuno risolvere questi atteggiamenti, il che significa rimuovere tanta,
troppa corruzione, e tentare una via più serena del progresso.
Altrimenti si corre il rischio di una frattura insanabile.
Frattura ed
esasperazione.
Queste mie parole
potrebbero essere tacciate come insensato allarmismo.
Forse si tratta di
fisiologici segnali di malcontento, come sempre ce ne sono stati , nella
storia.
Serpeggia sempre una
certa opposizione ai poteri.
Salvo che questa
opposizione non coinvolga quasi la totalità della popolazione di un paese,
tutto resta uguale.
Tuttavia, credo, ogni
segnale , ogni contrapposizione, è sempre il germe di una riflessione che prima
o poi tornerà fuori. E che magari ispirerà altri, in un futuro più o meno
vicino.
L’analisi dei fatti non
ha mai permesso di individuare un preciso discrimine tra normalità e punto di
rottura.
Magari qualcosa sta già
avvenendo, ma per il fatto di viverci immersi la nostra analisi non è
sufficientemente obiettiva.
Ne’ io mi auguro che si
arrivi a delle rotture disastrose e violente. Il nostro paese, ad esempio, ne
ha vissute sin troppe e non gli gioverebbero certo.
Però se continuiamo a
calpestare diritto e giustizia, se togliamo dignità alle persone,
continuamente, se non siamo disposti ad affermare che ci sono dei pesanti
squilibri da risolvere, non si può che ingigantire ed alimentare, in maniera
preoccupante, il fronte del dissenso, voltando le spalle a qualsiasi
riflessione ispirata da buon senso e razionalità.
24-
3 - ‘06
Francia. Laboratorio di
una scuola di chimica nell’alto Reno. Esplosione. Un morto.
Cause da accertare.
La polizia in tenuta
antisommossa fa cessare le
manifestazioni contro i brogli elettorali in Bielorussia.
Arresti.
La Bielorussia accusa
l’Europa di aver fatto pressioni per destabilizzare il paese.
28
– 3 –‘06
Francia.
Comincia la settimana che
è stata definita cruciale per le rivendicazioni sindacali e studentesche.
Martedì nero.
Organizzate 153
manifestazioni.
Trasporti in sciopero,
aerei, treni, metropolitane bloccati al 30 %.
Sindacati compatti.
I sindacati dicono tre
milioni in piazza in tutta la Francia.
Uffici e scuole chiuse.
Parigi. Chiusa la tour
Eiffel , 4000 poliziotti lungo il percorso della manifestazione,
700.000 in piazza, metà
secondo la polizia.
Secondo il sondaggio
Ipsos, condotto per LCI, diffuso in questi giorni, il 62 % dei Francesi si
dichiara solidale col movimento.
Intanto l’Italia
pre-lettorale appare sempre più divisa in due blocchi granitici che in comune
hanno la preoccupante tendenza al conservatorismo ideologico e ai favoritismi
di parte.
La mia sensazione è che
la percentuale dei votanti sarà molto vicina al numero di coloro che più o meno
direttamente traggono interesse dall’uno o dall’altro schieramento.
Sindacalisti, tesserati,
associazionismi protetti da partiti di destra o sinistra, insomma i clientes di
diversa natura.
Si tratta di una grande
moltitudine, ma crescente è pure il settore degli esclusi dalla partecipazione
politica e , quindi, da ogni rappresentatività.
Mi sento di poter dire
che, indipendentemente dallo schieramento che emergerà per il governo del
paese, comunque, si dovrà fare i conti col preoccupante consolidarsi di questo
polo nascente e crescente.
Nell’ultima settimana, in
Toscana, ci sono stati 6 morti sul lavoro.
Indecentemente troppi ,
per una regione che vanta tanti primati in campo di assistenzialismo e tutela
dell’individuo, ma che puntualmente e brutalmente scopre le gravi
contraddizioni che la animano.
29
–3 – ‘06
Anche oggi, due morti sul
lavoro in Toscana.
Francia. Scontro tra il
primo ministro de Villepin e il ministro dell’interno Sarkozy sul Cpe.
I trasporti minacciano lo
sciopero per i prossimi giorni.
In Italia. La
Confindustria sostiene che la legge Biagi non si debba toccare.
Bisogna pensare ad
integrarla sugli ammortizzatori sociali, dicono.
Non è una contraddizione?
Quali tutele possiamo
aspettarci se si è deciso di andare in un tunnel di precarietà, mascherata
dall’uso suadente e leggiadro di una parola che suona come “flessibilità”?
30
- 3 – ‘06
Ultimatum all’Iran
dall’ONU perché si fermi sul nucleare.
Così il vertice riunito a
Berlino.
31
– 3 – ‘06
Mattina.
Chirac deve decidere se
promulgare la legge sul contratto di lavoro o meno.
Attesa per stasera.
Intanto blocchi stradali
di studenti alle stazioni di Marsiglia e Brest.
Si pensa ad una
manifestazione per il 4 aprile, ma tutto è legato alla posizione che Chirac
assumerà.
Sera.
Chirac appare su tutte le
reti nazionali e radiofoniche.
Promulga la legge ma
chiede al governo di rivederla immediatamente su due punti, diminuire il
periodo di prova a un anno e obbligo per l’azienda di fornire la causa di
licenziamento.
Dunque , in apparenza, si
cerca di tendere la mano alla protesta. O forse di frantumarne il fronte.
Si attende la reazione
dei sindacati.
1
– 4 - ‘06
Risposta al tentativo di
mediazione di Chirac.
Studenti e sindacati non
ci stanno.
Scontri nella notte tra
venerdì e sabato.
Gli studenti cercano di
forzare le barricate che la polizia ha tirato su davanti alla Sorbona.
Lancio di lacrimogeni da
parte delle forze dell’ordine.
L’appuntamento è per il 4
di aprile, per una nuova grande manifestazione di protesta.
2
– 4 – ‘06
Pietosamente Prodi cerca
di argomentare le tendenze del suo programma in una intervista pomeridiana
trasmessa da raitre.
Il guaio è che le
argomentazioni sono pressoché inesistenti.
Le risposte a specifiche
domande sulle soluzioni dei guai dell’economia italiana, sono vaghe, evasive,
incerte, contraddittorie.
Mi lascia un’impressione
di angoscia per il futuro del paese e di grande preoccupazione.
Non è chiaro come
risolverà il problema della casa e del precariato del lavoro.
Alla domanda su cosa
pensa delle proteste francesi e sulla necessità di cambiare la legge Biagi, è
nuovamente evasivo.
Dice che la legge
italiana va cambiata su diversi punti, ad esempio togliendo la varietà di
contratti precari che la legge prevede.
Ma l’atteggiamento è poco
convinto né convincente.
Pare che Prodi voglia
proporsi come mediatore, come personalità che si occupa di indirizzare le
decisioni e le soluzioni, presentate dalla coalizione.
Il compito che si vuole
dare mi sembra però molto difficile, in mezzo alle pesanti tensioni che agitano
l’Italia, e credo che sia ben al di sopra delle reali capacità e possibilità di
azione politica di cui dispone.
4
– 4 – ‘06
Italia. Ieri sera nuovo
confronto televisivo Prodi – Berlusconi.
Numeri da cartomanti.
Si gioca al rilancio.
Berlusconi propone
l’annullamento dell’ICI sulla prima casa.
Prodi sostiene che non è
una misura possibile.
Scioperi e manifestazioni in
Francia.
A Parigi trasporti bloccati.
383 arresti in tutto il
paese.
La mediazione di Sarkozy
non è ben accolta dall’opinione pubblica francese.
Si sostiene che in realtà
voglia fare gli stessi giochi di Villepin, ma sotto un’apparenza diversa.
Mentre la promulgazione
di Chirac viene paragonata al teatro dell’assurdo.
“Nombres des cartomanciennes”.
5 – 4 – ‘06
La legge voluta da
Villepin di fatto non esiste più.
I sindacati pensano a
ricompattare la protesta fino al voto della nuova legge.
Vorrebbero portare in
piazza più dei 3 milioni di manifestanti del 28 marzo.
In Italia sciopero di
trenitalia per la sicurezza del personale che lavora sui treni e la
riassunzione del personale “liquidato” per aver denunciato delle situazioni di
pericolo.
Scandalosi licenziamenti
“ad personam “ , miranti all’intimidazione.
8
– 4 – ‘06
Tremiamo per la grande
gasiera tra Pisa e Livorno, approvata dal Ministero dell’Interno già da diverso
tempo.
I comitati raccolgono le
firme contrarie all’impianto.
9
– 4 – ‘06
Giorno delle elezioni
legislative.
Compostamente gli
elettori vanno a votare.
Grande indecisione, ma
anche grande civiltà.
10
– 4 –‘06
Il senso di incertezza si
riflette anche sui risultati elettorali.
Vergognoso balletto di
cifre che si protrae fino alla notte.
Pure il Viminale sembra essere preda dello sconcerto
generale, e stenta nella diffusione dei dati.
Nessuno pensava che
Berlusconi tenesse.
Francia. Il governo cerca
la via d’uscita.
A breve dovrebbe essere pronto il nuovo testo da sottoporre ai sindacati per evitare che avvengano altre manifestazioni.
11-12
– 4 – ‘06
Chirac ha annunciato che
la legge sul primo impiego verrà sostituita “da un dispositivo per favorire
l’inserimento professionale dei giovani in difficoltà nel mondo del lavoro”.
Si parla di una vittoria
storica per gli studenti che restano però “vigili”.
Non c’è infatti ancora
chiarezza sulla proposta di sostituzione del Cpe che, nel progetto di Villepin,
doveva sancire l’istituzionalizzazione del precariato.
Se infatti questa
dissennata strategia della prevaricazione è andata fallita, e sebbene con
giusto criterio i portavoce dei movimenti studenteschi parlino della necessità
di riprendere corsi ed esami per non pregiudicare l’anno, resta l’attesa per
quali provvedimenti verranno presi e quale direzione prenderà la politica.
L’esecutivo guidato da
Villepin è stato rigettato dal 75% dei Francesi.
16
– 17 – 04 – ‘06
Grande bagarre attorno al
controllo delle schede incerte. Il loro numero viene drasticamente
ridimensionato.
Sulle prime si pensava di
controllarne 500.000 mila.
Poi la cifra si riduce a
25.000.
C’è molta incertezza sul
futuro del paese.
Il centro sinistra è costretto a fare i conti con un grande senso di precarietà e incertezza, pericolosamente alimentato dalla coalizione di centro-destra.
I due mesi di marzo e aprile sono stati caratterizzati da diverse incertezze politiche ed economiche per i paesi europei.
L’esito delle elezioni in Italia è tutt’altro che rassicurante, né si pone come liberatorio di una situazione precaria e disorientata che si protrae ormai dalla fine dello scorso anno, quando in un crescendo di toni avvelenati, si è inaugurata la fase più accesa di campagna elettorale.
Una campagna lunga, snervante e a tratti assolutamente incivile nei confronti dell’elettorato.
Si sa d’altra parte che il concetto di cives e il rispetto che gli si deve in quanto attore principale dello Stato in Italia ha sempre avuto una storia molto tormentata e stentata.
Nel paese regna una grande incertezza che viene a innestarsi su una situazione di conti pubblici disastrata. E’ inutile parlare di riparazioni. L’unico riparo è capire da che parte spariscono i soldi, chi se ne appropria indebitamente, insomma senza tanti giri di parole, chi ruba.
Ed è urgente, più che mai, perché il paese stavolta rischia davvero la bancarotta e la rottura.
Dall’altra parte si colloca la vicenda francese.
Sulla stampa di questo paese molto spazio è stato dedicato alle proteste contro la legalizzazione del precariato del lavoro , che Villepin, con la connivenza del suo entourage politico, avrebbe voluto mettere in atto. Ma è stato interessante vedere come questo argomento si intrecciasse col clima politico italiano e le riflessioni francesi sull’esito del nostro voto.
Il problema del precariato infatti c’è anche in Italia. Con la differenza che noi siamo rimasti in silenzio e abbiamo lasciato che la legge Biagi (per nulla diversa nell’ispirazione rispetto al Cpe che tanto ha fatto imbestialire i giovani francesi ) facesse il suo corso, mugugnando soltanto a denti stretti.
Noi siamo un popolo molto meno avvezzo a valerci di un confronto con le istituzioni, che prevede in certi casi anche la protesta aperta e la presa di distanza collettiva.
Gli Italiani sono abituati a protestare nel proprio intimo, proprio perché la nostra storia per secoli non ci ha mai permesso di fare serrate nazionali ( l’unità è stata tardiva e non è certo avvenuta col risorgimento, come si vuole continuare a dire).
Così scoordinati e lasciati a noi stessi, continuiamo a vivere in maniera traumatica questa disgregazione che spesso ci impedisce di dissentire in maniera costruttiva e immediata.
Quando ci muoviamo, la rottura è ormai irrimediabile e la ferita assolutamente incancrenita.
Per la Francia , le cose sono state diverse. La storia di questo popolo è del resto diversa.
Sono stati loro a mostrare all’Europa che era possibile infrangere le ingiustizie del feudalesimo.
Oggi, tanto si parla delle radici cristiane dell’Europa, ma sarebbe opportuno far cadere l’attenzione pure sulla grande stagione dell’illuminismo e quindi del movimento rivoluzionario che quelle idee ha messo in pratica.
Pare , anche se la situazione è rimasta incerta, che lo Stato francese abbia riconosciuto l’ostilità che la legge sul lavoro precario ha generato. Si è così annunciato che la legge verrà sostituita da un provvedimento secondo cui al giovane che deve inserirsi nel mondo del lavoro verrà fornita la dovuta assistenza e agevolazione.
E’ da vedere come tutto questo sarà tradotto nel concreto, ma sembra che si tratti comunque di una presa d’atto di civiltà importante.
La flessibilità non è in sé un male. Il male sta in come questa flessibilità si vuole gestirla. Se passando sopra le esigenze degli individui, ridotti a una population flottante di schiavi, oppure favorendoli nei cambiamenti della loro vita lavorativa.
Nella prima ipotesi il peso della flessibilità cade ingiustamente e completamente sull’individuo, nel secondo caso si sceglie invece una via più umana , normalizzata e partecipativa dell’inserimento della persona nella vita sociale del proprio paese.
Flessibilità dovrebbe voler dire investimento nei confronti dell’individuo, tutela da parte dello stato che mette in campo tutta una serie di misure di previdenza, formazione, incentivi per accompagnare il singolo nelle tappe della propria vita , non solo di lavoro.
Non credo che Villepin non dormirà nei prossimi mesi. In fin dei conti lui è stato solo lo specchietto delle allodole di un’intera classe politica intenzionata a far passare quelle idee ben amalgamate nel cpe. Ci ha messo la faccia, diciamo. L’unica cosa che gli rode è la stoccata che ha ricevuto nei confronti del proprio narcisismo politico e la compromissione del suo futuro elettorale.
Ma non credo che si possa parlare di isolamento, o del fatto che ha agito da solo.
Le decisioni politiche non sono mai un frutto solipsistico. C’è sempre la connivenza e l’appoggio di un folto gruppo affannato a rendersi vittorioso per spartirsi la torta dei festeggiamenti.
La collettività, in questo senso, è la grande esclusa.
Con le ombre e le incertezze che si agitano attorno a noi, si chiudono dunque questi due mesi di accesa polemica e scontro, sia in Francia, sia in Italia. E dunque si spalanca tutta la prospettiva di un futuro incerto e problematico.
Sul piano internazionale cresce la discussione sulla crisi energetica e l’impennata del costo del petrolio, e resta aperto il disastro sul fronte iracheno, un paese tutt’altro che pacificato, dove la capitale stessa continua a versare in un caos di incredibile ferocia.
Si rafforza la tensione tra Usa e Iran, per la volontà di quest’ultimo di portare avanti il programma di arricchimento dell’uranio.
Si comincia a parlare della situazione nepalese e di uno scontro civile durissimo che si è consumato negli ultimi dieci anni, in mezzo a comitive di turisti del trekking che hanno continuato ad aggirarsi per le campagne di un paese insanguinato.
Infine è di ieri sera l’attentato , con un bilancio momentaneo di 18 morti nella località turistica sul mar Rosso, Dahab.
Si chiude così questo mio resoconto, un asciutto e breve spaccato annalistico di un momento storico che richiede una grande attenzione per l’analisi dei fatti. Rischiamo infatti di avere una percezione storica frammentata e quasi di una rottura del tempo, come se il dilatarsi degli spazi e dei mezzi di comunicazione che cercano di darci notizia di quanto accade in quegli spazi, comportino una sfasatura metabolica nel soffermarsi della nostra attenzione per la comprensione di tutto quello che succede.
Perché ciò non si trasformi in una irrisolvibile dimenticanza, ho voluto soffermarmi su queste poche settimane che però si prospettavano come molto interessanti per la discussione di temi che decidono la sorte di tutti noi. Ed impostare una qualche riflessione che ci possa essere utile nel futuro, anche quello a noi immediatamente più vicino, per poterci meglio orientare nel caos di decisioni che comporteranno un acuirsi delle tensioni già in atto. E magari spingerci a diventare finalmente attori dei fatti che ci riguardano ed uscire dal nostro lunghissimo esilio.
Che questa data di liberazione possa davvero e compiutamente rappresentarla e rappresentarci.
Claudia Ciardi , 25 – 4 – ‘06