Molte delle argomentazioni qui evidenziate vengono da un
bellissimo libro di storia politica, poco citato e precocemente fatto sparire
di circolazione, “L’università del dissenso”, Einaudi ,a cura di
Theodore Roszak, stampato proprio durante l’esperienza del ’68. Lungi dagli
entusiasmi gratuiti, si tratta invece
di una critica accorata ad una situazione di stallo politico e
culturale.
Sarebbe il caso di meditare nuovamente su simili considerazioni, perché i problemi dibattuti sono più che attuali e affatto risolti.
Vorrei
cominciare questa mia riflessione con le parole di Louis Kampf, un professore
americano contro corrente che, durante gli anni ’60-’70, insieme a pochi altri
colleghi, mantenne uno sguardo lucido nei confronti di quello che stava
succedendo nel mondo accademico del suo paese, rilevando la pesante
compromissione delle sfere più alte della cultura con la crescente aggressività
dell’imperialismo statunitense.
“Al congresso dell’anno scorso [ si tratta della
Modern Language Association ] mi sentii quasi sopraffatto dal pensiero del
Vietnam. Vedevo, al posto dei miei colleghi accademici, fantasmi di contadini
vietnamiti bruciati dal napalm.
C’era qualcuno, in tutto il congresso, che se ne
preoccupava? C’era qualcuno, fra coloro che in quel momento leggevano le loro
comunicazioni, che metteva il suo lavoro in rapporto a questo problema?
Qualcuno la cui umanità entrasse a far parte dell’abilità tecnica? A un certo
punto mi trovai immerso nella seguente fantasia: se tutti questi 15 mila
congressisti, infuriati per la carneficina che sta avvenendo nel Vietnam,
decidessero di occupare la Casa Bianca…….”
Il sistema americano, bisognoso di reclutare nel
minor tempo possibile persone che mostrassero di abbracciare in maniera
acritica le ideologie dominanti, aveva cominciato a costruire, con particolare
incremento nel secondo dopoguerra, la propria strategia di mercenariato, volto
all’accrescimento dei ranghi di un’élite dirigenziale che ratificasse senza
sollevare problemi e polemiche di natura sociale e morale, le decisioni
governative.
L’allettamento principale, attraverso cui lo Stato
si assicurava la collaborazione incondizionata dei soggetti reclutati, erano i soldi.
Le continue promesse di carriere, premi, avanzamenti,
vacanze a spese pubbliche, crearono una competizione esasperata tra chi faceva
parte o si accingeva a frequentare le roccaforti della cultura americana.
Le aspirazioni carrieristiche dei singoli distolsero
sempre più dai reali compiti critici della cultura e distrussero soprattutto i
legami tra gli uomini che detenevano un sapere alto rispetto alla media e che,
fino a un certo momento, avevano quantomeno tentato di interpretare i loro
rapporti alla luce se non di un attivismo sociale, almeno di un’idea di impegno
morale nei confronti della collettività.
I legami all’interno dei componenti dell’ élite
dirigenziale e dei corpi accademici
vennero destinati al mantenimento di vuoti formalismi e apparenze, ai quali i
singoli mostravano di adempiere entusiasticamente, ancora una volta per trarre
ulteriori vantaggi personali.
In questo rincorrersi di egoistiche aspettative,
l’impegno culturale militante andava a farsi benedire, le facoltà scientifiche
conoscevano tempi d’oro e fior di finanziamenti, perché da quelle ci si
attendeva l’innovazione, soprattutto a livello di tecnologie belliche, che
avrebbero guidato alla conquista del mondo e portato prosperità al paese,
mentre gli umanisti venivano tenuti in soffitta e guardati a vista.
Ci si doveva assicurare che non venissero fuori
delle teste calde, al modo dei philosophes francesi che tanto avevano insistito
sulla militanza delle lettere, e che
queste discipline fossero relegate in uno scantinato estetizzante, poco
visibile, ma ben lustro e accogliente, quanto bastava per tenere mansueti i
suoi abitatori.
E gli allettamenti monetari hanno funzionato davvero
bene anche in questa prospettiva.
Louis Kampf rilevava come l’evanescenza del mondo
accademico, comprato dai vertici dello Stato, costituiva un’enorme problema
politico, dal momento che la cultura rinunciava così ad una necessaria
dimensione di indipendenza e al proprio compito di discussione critica dei
problemi della società.
Theodore Roszak, altro grande nome della
retroguardia accademica americana, si è soffermato sul fenomeno della ricerca,
di come questa, ripiegata su se stessa e svuotata di molte finalità concrete,
aveva prodotto splendidi risultati specialistici, destinati ad arricchire molte
scaffalature di biblioteche. Ma sulla validità concreta e l’utilità delle tante
compilazioni c’era molto da questionare. Quante servivano a tenere i singoli
inchiodati alle sedie dei loro studi, impegnati in cose che irrimediabilmente
li avrebbero distolti dalla realtà effettuale?
Ora, è lecito avere opinioni diverse sull’utilità
della ricerca, e io personalmente che sono onnivora di letture e mi appassiono
talvolta ad argomenti fra loro del tutto diversi, posso anche credere che
magari a un certo punto a qualche studioso potrà servire di ripescare una dispensa sul comportamento olfattivo del ratto, o
un’improbabile equazione matematica che si riteneva inutile.
Ma il problema che pongono Kampf e Roszak riguarda
l’urgenza morale di un risveglio dal torpore in cui abbiamo sprofondato la
fattività e dunque la ricaduta concreta del nostro sapere.
Grido soprattutto allo scandalo che si consuma
attorno alle lettere, visto che molte delle problematiche dell’università
americana di 30-40 anni fa stanno ancora insolute sul tavolo dell’indifferenza.
A che serve lo studio della letteratura, se non si
trae dai suoi testi un insegnamento morale e non lo si trasmette alla
collettività? La funzione delle scienze umane pare arrestarsi di fronte a cavillose ricerche su nomi dimenticati e
sconosciuti delle lettere o assolvere al compito di far apparire un po’ meno
rozzi gli uomini di scienza o i praticanti delle recenti avanguardie
dell’avviamento professionale, quali sono i corsi di informatica umanistica o
scienze della pace, gli stage di marketing e strategie di vendita , gli
innumerevoli master venditori di finta cultura.
Che le università siano diventate in molti casi la
boutique di tante professioni mercenarie e degli avviamenti aziendali, ben
fornite di tutte le novità dettate dalle mode odierne, è un fenomeno evidente.
Si è senz’altro registrata negli ultimi anni una
preoccupante acutizzazione dei processi di svendita culturale , e si è
incrementata la rinuncia a formare persone consapevoli e dotate di una
coscienza critica.
Mi pare che gli appelli degli intellettuali qui
citati siano, oggi, tristemente disattesi.
Quando si rinuncia alla cultura e all’insegnamento
morale che racchiude, quando non ci si sofferma più ad analizzare i fenomeni, e
si perde contatto con gli strumenti che ci servono per questo, si butta via la
possibilità di criticare le nostre stesse azioni.
Ed è perciò, forse, che abbiamo una quantità
elevatissima di studi sui danni della deforestazione, ma stiamo cancellando
dalla faccia della terra le foreste primarie, come in Camerun e in Borneo.
E gli studenti all’università non bloccano le
lezioni o interrogano i professori sulle stragi del Libano, la guerra in Iraq,
il pericolo del terrorismo, ma pensano a quanti crediti stanno accumulando con
i corsi e gli esami.
Si svegli, chi può!
Agosto 2006