Le tradizioni e l’unità popolare
La memoria di un popolo si compone di tanti frammenti.
Un mosaico dove a volte è necessario tornare a limare le tessere
per trovare quell’insieme di incastri che consentano la composizione finale.
Un disegno che non si rassegna ad essere definitivo, ma cambia con
la provvisorietà della luce e il riflesso dell’immaginazione.
Forse, allora, si dovrebbe ragionare di più sulle tante memorie
che agiscono nella coscienza dei singoli, e dunque in quella collettiva,
appartenente a un popolo.
Scopriremmo certo come la percezione del tempo storico si è
insediato nel sentire quotidiano, e come questo cambi sotto l’impulso
dell’attualità vissuta e viceversa.
Nello stratificarsi sensibile di storia e presente, di paure e
aspettative che risalgono al passato e si ritrovano nella realtà vissuta, in
una sorta di doppio flusso, il richiamo alle tradizioni è un meccanismo potente
di regressione della memoria e , allo stesso tempo, significa la possibilità di
mettere in discussione le nostre identità interiori, offrendoci una lettura
meno angosciante del vivere attuale.
Ritrovare una tradizione, significa riscoprire lo spazio che
abbiamo attraversato e vissuto in un momento più o meno lontano e provare a
capire il tempo che ci ha separato o riavvicinato ai luoghi della nostra
memoria, che non sono soltanto fisici, inscritti nel paesaggio, ma
rappresentano anche gli strati coscienti di cui si compone la nostra vita.
Significa mettere in contatto il tempo della nostra percezione
interiore col tempo che scorre fuori di noi.
In Italia, dove le tradizioni sono molte e più che mai
frammentate, un lavoro di scavo alla ricerca di una comunicazione, che io credo
ancora possibile, tra questi due tempi perduti, è vitale non solo per la presa
di coscienza vera, da parte della gente, dell’identità poliedrica a cui
apparteniamo, ma anche per calarci, con una percezione nuova, dentro il senso
di una rapina culturale che si sta abbattendo un po’ dappertutto, non dico per
fermarla, ma per imporle un ritmo diverso che comporti l’assimilazione
piuttosto che l’oblio, il ripensamento anziché l’espulsione.
Le feste folkloriche sono un’occasione per assistere alla
riproposta di tradizioni, pezzi di vita contadina che sono alla base della
nostra storia.
Naturalmente la riproposta è un momento di rilettura e non una
identica trasposizione di usi e costumi della vita reale.
Già il fatto di renderli spettacolo implica una traslazione su un
piano che annulla la quinta essenziale della quotidianità in cui sono nati.
Tuttavia, il richiamo che si crea attorno alla riscoperta di una
musica o di una danza, può far nascere un ulteriore desiderio di ricerca
etnologica, fino alla ricognizione sul campo nel tentativo di ricostruire le
fasi di una tradizione.
E così è stato per diversi giovani che si sono avvicinati a questo
tipo di ricerche.
E’ bello pure vedere che sono proprio i giovani le leve di questo
movimento all’indietro, alla scoperta di tracce frammentarie di un’identità che
troppo precocemente ci si è rassegnati a dare per dispersa.
Durante le esibizioni della festa di Calabria a Pisa, nella quale,
tra le altre iniziative, un gruppo folklorico di riproposta porta sul palco,
allestito in piazza Carrara, le tradizioni legate a una zona di questa terra,
nasce spontanea la riflessione sull’impatto che questo spettacolo ha nei
confronti del pubblico presente.
Gli spettatori sono emigrati o studenti fuori sede che ben
volentieri accorrono alla ricerca di un pezzetto della vita che hanno lasciato
definitivamente o momentaneamente, ma anche Toscani che poco o nulla sanno dei
costumi delle popolane calabresi o delle musiche tradizionali di questa
regione.
L’incontro è piacevole e suggestivo.
Si raccoglie anche qualche critica da parte dei Calabresi presenti
che, per quello scarto che sopra si diceva tra rappresentazione e vissuto, non
riconoscono in scena l’autenticità del loro folklore.
Credo che in questa amarezza
agisca spesso, forte, il conflitto tra la perdita del passato, dovuto
alla separazione dai luoghi in cui si è nati, e il flusso della vita che si è
continuato a consumare altrove.
Una ferita su cui la nostra attenzione non si sofferma abbastanza,
ma che va invece tenuta ben presente quando ci incontriamo con chi, per
qualsiasi ragione, ha dovuto forzatamente lasciare la propria terra.
Così, criticare un’esibizione diventa anche il segno dell’
atteggiamento di qualcuno che cerca di ristabilire un confronto, un contatto
tra quei due tempi di passato e presente che agiscono in dimensioni proprie,
dentro di noi, e così spesso sono soggetti e frattura.
Per i Toscani presenti, invece, resta il senso della scoperta e
della vicinanza conquistata nei confronti di un patrimonio di tradizioni
taciuto, nascosto e che tanto, se più manifestamente chiamato in causa, ci
avrebbe permesso di progredire nella conquista di un’identità più certa, basata
sul contatto di quegli elementi di popolo che in Italia si trovano così
abbondanti, da nord a sud, e sono il vero volto etnico unitario del paese.
Capire infatti che la nostra è un’unità polisemantica , basata su
un patrimonio di cultura popolare multiforme, allargherebbe l’orizzonte del
nostro senso di appartenenza, magari rafforzandolo e sentendolo finalmente come
più autentico.
Un patrimonio che io considero ancora vitale, sebbene insidiato
dalle ondate livellanti della globalizzazione e minacciato attraverso le armi
di un isolamento teso a produrre il deserto attorno alla memoria e a chi vuol
tenerla viva.
Ed è per questo che quando vedo la bruciatura d’u’ ciucciu dietro
la facoltà di lettere, e osservo il danzatore che esegue i gesti di una mimica
antica sotto il modello di cartapesta dell’animale, penso che è possibile,
ancora, l’incontro tra quell’edificio così vicino, che pure troppo spesso
rappresenta una cultura percepita come lontana o anonima, e cioè l’università,
con la strada delle tante identità popolari che rivendicano un loro spazio
nella storia e nella memoria dell’Italia.
Claudia Ciardi, X 2006