Il Manifesto
11/05/2003
Elfriede Bruning
Nel 1933, tra marzo e luglio, i nazisti inscenarono
in una cinquantina di città roghi di libri. A Berlino il rogo «centrale»
avvenne il 10 maggio. Ne fu testimone anche Elfriede Brüning, allora 22enne,
giornalista comunista che lavorava ancora al suo primo romanzo. La scrittrice,
che ha ora 92 anni, era ieri all'Opera, accanto alla piazza del rogo che ora si
chiama Bebelplatz, per leggere un suo racconto su quella notte. Qui ne
pubblichiamo in parte il testo. La Lesung di Elfriede Brüning ha concluso la
«festa della letteratura», che ieri ha animato il viale Unter den Linden dalle
10 alle 22. Su un'interminabile stricia di carta i bambini hanno scritto «la
storia più lunga del mondo», mentre in monti punti del viale si leggevano brani
degli autori messi al bando dai nazisti. Letture pubbliche anche sulla
Bebelplatz, dove un'installazione di Micha Ullman ricorda dal 1995 il rogo dei
libri: attraverso una lastra di vetro al livello del selciato si vede nel
sottosuolo un vano quadrato inaccessibile, con le pareti coperte da librerie
vuote. (guido ambrosino)
Sono passati settant'anni da allora, il tempo d'una vita. Eppure ho davanti
agli occhi le immagini di quel giorno funesto, come se fosse ieri. Ero andata
anch'io sull'Opernplatz di Berlino, non per il gusto del sensazionale,
tantomeno con l'entusiasmo dei tanti curiosi intorno a me, venuti per assistere
all'orrendo spettacolo. Già da giorni la stampa aveva annunciato che oggi, 10
maggio 1933, ci sarebbe stato un grande rogo di libri, a conclusione della
campagna propagandistica «contro lo spirito antitedesco» organizzata
dall'associazione degli studenti. Manifestazioni analoghe erano state indette
in tutte le città universitarie. A Berlino la polizia e le SA (Sturmabteilung,
la milizia del partito) avevano chiuso preventivamente l'accesso alla piazza di
fronte alla Humboldt-Universität. Ma adesso la folla poté oltrepassare i
cordoni, spingersi avanti fino alla catasta di legna che si ergeva in un
riquadro al centro della piazza, illuminato a giorno dai riflettori. Quanti non
riuscirono a conquistare un posto in prima fila si aggrapparono alle sbarre che
proteggevano le finestre dei palazzi adiacenti, un po' appesi alle inferriate,
un po' seduti sui davanzali.
Una gigantesca croce uncinata decorava la tribuna su cui si susseguivano
giovanotti, studenti, tutti in uniforme delle SA. Gettavano nelle fiamme pile
di libri, presi da carri che ne portavano sempre di nuovi, pronunciando
invettive. «Contro il decadentismo e la corruzione dei costumi», declamava uno
che teneva in mano libri di Heinrich Mann e Erich Kästner; «Contro il
giornalismo antinazionale, di impronta democratico-giudaica», strillava un
altro all'indirizzo di autori come Georg Bernhard e Theodor Wolff.
A un tratto i ragazzotti si fecero da parte per far posto a un ometto esile,
Josef Goebbels, il ministro della propaganda in persona, appena sbarcato da
un'auto sopraggiunta a gran carriera. Era lui adesso a strillare sulla folla,
con la voce che minacciava di rovesciarsi in falsetto: «Getto alle fiamme i
libri degli ebrei e degli istigatori del popolo, di Heine, Brecht e
Feuchtwanger, di Thomas e Heinrich Mann...», finché la sua voce non fu
sopraffatta dalle urla della massa inneggiante.
Mi sentivo persa in quel bailamme, come se un'ondata mi stesse sommergendo:
solo a fatica riuscivo a resisterle, in piedi. Le fiamme del rogo salivano
sempre più alte. Larghi fasci di scintille serpeggiavano su per il cielo. Dense
nubi di fumo coprivano la piazza, avvolgendomi e togliendomi il respiro. La
banda musicale delle SA intonò «Popolo, alle armi» (Volk ans Gewehr), e tutti
quelli che mi attorniavano si unirono al coro, con voce tonante. Che ci facevo
là in mezzo? mi chiedevo disperata. Perché stavo lì?
Eppure sapevo che dovevo restare. Ero andata per un motivo preciso. Speravo che
anche altri dei nostri fossero venuti, per essere testimoni di questo oltraggio
alla cultura, su cui dovevamo cercare di informare la stampa estera. «Noi»
eravamo un gruppo di giovani autori, tutti all'inizio della loro pratica
letteraria. Facevamo parte della «Lega degli scrittori proletari
rivoluzionari», cui appartenevano autori già celebri come Johannes R. Becher,
Anna Seghers, Bert Brecht e Ludwig Renn. A febbraio, quando volevamo
incontrarci ancora una volta alla Enckestrasse, il nostro luogo di riunione,
trovammo l'edificio occupato dalle SA e dovemmo disperderci in fretta per non
essere arrestati, perché la «Lega» era stata vietata subito dopo l'avvento al
potere di Hitler. Il 27 febbraio c'era stato l'incendio del Reichstag. Da
allora si era scatenato l'inferno. I nazisti, che verosimilmente lo avevano
appiccato, accusarono dell'incendio i comunisti. Un comodo pretesto per
scatenare la caccia a tutti i comunisti, socialdemocratici, pacifisti, perfino
ai testimoni di Jehova. A migliaia vennero strappati dai loro letti, trascinati
nelle famigerate caserme delle SA e sottoposti a brutali sevizie (...).
Oggi, quel 10 maggio 1933, noi antifascisti eravamo ancora sotto lo choc dei
terribili eventi delle settimane precedenti. Tanti di noi erano già stati
arrestati: tra loro Ludwig Renn, Carl von Ossietzky, l'anarchico Erich Mühsam,
Hermann Duncker, il noto studioso marxista Klaus Neukrantz, Kurt Kleber e Egon
Erwin Kisch. Quest'ultimo i nazisti dovettero tuttavia rilasciarlo, in seguito
alle proteste cèche; fu espulso verso la Cecoslovacchia. Chi ne aveva la
possibilità aveva cercato di passare il confine per mettersi in salvo. A Praga
si erano già rifugiati Johannes R. Becher, Anna Seghers e Wieland Herzfelde.
A casa di Hans Schwalm, che coordinava il nostro gruppo, si erano susseguite
diverse perquisizioni. Schwalm evitava la sua abitazione e si teneva nascosto,
dopo aver distrutto tutte le carte compromettenti, portroppo anche le liste
degli iscritti. Da allora avevamo perso i contatti, ci sentivamo orfani,
lasciati ognuno a se stesso. Non conoscevo gli indirizzi dei miei amici. Come
rintracciarli se non per un incontro fortuito, magari in occasione dello
spettacolo di quel giorno?
Il rito si avvicinava alla conclusione. La banda taceva, anche il crepitìo
delle fiamme s'era attenuato. Dai quattro lati della piazza vennero avanti
carri dei pompieri. Scesero tirandosi dietro i tubi degli idranti, per spegnere
gli ultimi bagliori. Stavo cercando di farmi largo verso il viale Unter den
Linden, sbracciandomi per tagliare la folla davanti a me, quando sentii una
pressione sul braccio. Hans! «Ci sono anche gli altri», mi sussurrò. «Non li
hai visti?» Seguendo i suoi sguardi, li scoprii anch'io: laggiù Herta, la
bibliotecaria, col suo vestito azzurro, tre file dietro a lei Walter,
facilmente riconoscibile coi suoi ricci; alle sue spalle riconobbi Hans Eckel, il
nostro poeta, che arrotondava come lavavetri il miserabile sussidio di
disoccupazione; c'erano anche Werner Ilberg e molti altri. Come attratti da un
magnete erano tutti venuti per lo stesso mio motivo: ritrovarsi in questo
orribile momento. Perché tutti noi, che avevamo pubblicato poco e perciò non
apparivamo pericolosi agli occhi dei nazisti, eravamo decisi a restare in
Germania per continuare a scrivere, nonostante la messa al bando della nostra
Lega: racconti, commenti, satire sulla vita nel Terzo Reich. Testi che tuttavia
avremmo potuto pubblicare solo all'estero.
Hans riuscì a passar parola: «Domenica alle 10, alla stazione Heerstrasse della
ferrovia urbana. Portate qualcosa da mangiare, e magari il costume da bagno».
Così la domenica seguente andammo in gita sull'Havel, e ci accampammo sulla
riva come innocui «amici della natura». Fu il nostro ultimo incontro in grande
stile. A noi si era unita - senza che ne avessimo alcun sospetto - una spia,
che più tardi ci tradì alla Gestapo (...).
Col senno del poi, mi sembra che la sciagura inimmaginabile che il «Reich
millenario» avrebbe portato con sé ebbe il suo inizio quel 10 maggio 1933. Penso a Heinrich Heine. «E' stato solo un preludio», scrisse l'allora ventenne, commentando il
rogo di libri inscenato nel 1817 alla Wartburg dagli studenti delle
corporazioni patriottiche, decisi a eliminare scritti a loro avviso estranei
alla «cultura germanica». Heine aveva aggiunto: «Là, dove si bruciano i libri,
si finisce col bruciare anche gli uomini». Toccò ai nazisti, col loro delirio
razzista, realizzare la triste profezia di Heine.
(Traduzione di Guido Ambrosino)
Giovanni Villari