Cristianesimo e Islam nella storia
I
Anche
se si tratta di due religioni monoteiste che tra l'altro condividono, sia pure
in misura diversa, la tradizione ebraica - uno specialista come Samir Khalil
Samir sottolinea come prima di Maometto anche gli ebrei e i cristiani arabi
chiamassero il loro Dio con il nome di Allah - tra cristianesimo e islamismo le
differenze sono molte, e sono fondamentali.
Fin
dalle origini, vi era differenza tra cristiani e musulmani nel modo di
concepire la conversione e nell'uso della violenza.
Per
i cristiani la conversione doveva essere volontaria e individuale, ottenuta
principalmente attraverso la predicazione e l'esempio, e in questo modo infatti
si realizz nei primi secoli la diffusione del cristianesimo. Ovviamente, va sin
d'ora riconosciuto che questa concezione del cristianesimo primitivo ha subito
in epoca posteriore un cambiamento, da collegarsi con il diffondersi, anche
nella cultura occidentale, di uno spirito d'intolleranza in materia di
religione (Inquisizione, guerre di religione...). Lo stesso Giovanni Paolo II
ha riconosciuto che, sotto questo profilo, i figli della Chiesa "non
possono non tornare con animo aperto al pentimento, all'acquiescenza
manifestata tra Medio Evo e prima et moderna a metodi di intolleranza"
(Tertio Millennio Adveniente, 35).
Da
parte musulmana, invece, sin dai primissimi tempi, e cio durante la vita di
Maometto, la conversione stata imposta con le armi. L'espansione e
l'estensione dell'area di influenza dell'islam sono infatti avvenute attraverso
le guerre con le trib che non accettavano pacificamente la conversione, e
questa andava di pari passo con la sottomissione all'autorit politica
islamica. L'islamismo, a differenza del cristianesimo, esprime un progetto
globale, al tempo stesso religioso, culturale, sociale e politico. Mentre
infatti il cristianesimo si diffuso nei primi tre secoli, nonostante le
persecuzioni e il martirio, in contrapposizione per molti aspetti al dominio
romano - e comunque introducendo una netta separazione della sfera spirituale
da quella politica - l'islam si imposto con la forza di una dominazione
politica.
Non
stupisce quindi che l'uso della violenza occupi un posto centrale nella
tradizione islamica, come rivela il ricorso frequente del termine jihad in moltissimi testi. Anche se alcuni studiosi, soprattutto
occidentali, sostengono che con jihad si deve intendere non necessariamente la
guerra, ma piuttosto la lotta spirituale, lo sforzo interiore, ancora Samir
Khalil Samir ha chiarito che l'uso di questo termine nella tradizione islamica
- compreso quello che ne viene fatto oggi - sostanzialmente univoco, e indica
la guerra in nome di Dio per diffondere l'islam, che un obbligo per i
musulmani maschi adulti. Chi sostiene dunque che l'accezione di jihad come guerra santa costituisce una sorta di deviazione dalla vera
tradizione islamica non dice la verit, e la storia mostra come purtroppo la
violenza abbia caratterizzato l'islamismo fin dalle origini, e come sia stato
lo stesso Maometto a organizzare e a condurre sistematicamente le razzie nei
confronti delle trib che non volevano convertirsi e accettare il suo dominio,
sottomettendo in questo modo, una dopo l'altra, le trib arabe. Naturalmente,
bisogna anche dire che all'epoca di Maometto le guerre facevano parte della
cultura beduina e che nessuno vi trovava nulla di riprovevole.
Anche
la versione che oggi i musulmani - seguiti in questo da molti storici
occidentali - cercano di accreditare sulle crociate, non risponde alla realt
storica.
Secondo
questa rappresentazione i cristiani occidentali si sarebbero presentati come
invasori in un paese pacifico e rispettoso delle religioni diverse - cio la
Terrasanta, che allora faceva parte della Siria - utilizzando motivi religiosi
per mascherare pretese imperialiste e interessi economici.
L'idea
delle crociate nacque invece soprattutto come reazione alle misure che il
califfo Fatimide al-Hakim bi-Amr Allah prese contro i cristiani di Egitto e di
Siria. Nel 1008 Al-Hakim abol la festivit delle Palme e l'anno successivo
ordin di punire i cristiani e di requisire ogni loro bene. Nello stesso 1009
saccheggi e fece demolire la chiesa che al Cairo era dedicata a Maria e non
imped la profanazione dei sepolcri cristiani che la circondavano e il sacco di
altre chiese della citt. Nello stesso anno si ebbe quello che fu sicuramente
l'episodio pi grave: la distruzione a Gerusalemme della basilica costantiniana
della Resurrezione, conosciuta come il Santo Sepolcro. Le cronache del tempo
dicono che egli aveva ordinato "di farvi sparire qualsiasi simbolo di fede
cristiana e di provvedere a portar via ogni reliquia ed oggetto di
venerazione". La basilica quindi fu completamente abbattuta, e Ibn Abi
Zahir cerc in ogni modo di rimuovere il sepolcro di Cristo e di farne sparire
ogni traccia.
Oggi,
in molti ambienti intellettuali, si paria spesso della tolleranza religiosa
esercitata durante molti secoli da parte del potere politico islamico perch
mentre nei confronti delle popolazioni pagane valeva il detto "abbraccia
l'islam e avrai la vita salva" e i pagani che non si convertivano venivano
uccisi - i "popoli del libro", cio ebrei e cristiani, potevano
continuare a praticare il loro culto.
Nella
realt, la situazione era molto meno idilliaca: cristiani ed ebrei potevano
sopravvivere solo se accettavano il dominio politico musulmano e una situazione
di umiliazione, aggravata dall'obbligo di pagare imposte sempre pi pesanti.
Non c' da stupirsi, quindi, che la maggioranza dei cristiani, anche se non
costretti con la forza, a causa delle continue pressioni, economiche e sociali,
si siano convertiti all'islam, provocando la totale scomparsa di una
cristianit fiorente per oltre mezzo millennio come quella dell'Africa romana,
la terra di Tertulliano, san Cipriano, Ticonio e soprattutto sant'Agostino.
II
Ma
la differenza pi forte tra cristianesimo e islamismo a proposito di un tema
centrale come la concezione di essere umano.
Lo
dimostra il fatto che molti paesi islamici non hanno accettato la dichiarazione
dei diritti dell'uomo promulgata dalle Nazioni Unite nel 1948, o l'hanno fatto
con ia riserva di escludere le norme che contravvenivano alla legge coranica,
cio in pratica tutte. Dal punto di vista storico bisogna dunque riconoscere
che la dichiarazione dei diritti dell'uomo un frutto culturale del mondo
cristiano, anche se si tratta di norme "universali", in quanto valide
per tutti. Nella tradizione islamica, infatti, non esiste il concetto di
uguaglianza di tutti gli esseri umani, n di conseguenza quello di dignit di
ogni vita umana. La sharia fondata su una triplice disuguaglianza: tra uomo e
donna, tra musulmano e non musulmano, tra libero e schiavo. In sostanza
l'essere umano di sesso maschile viene considerato pienamente titolare di
diritti e di doveri solo in quanto appartenente alla comunit islamica: chi si
converte a un'altra religione o diventa ateo viene considerato un traditore,
passibile della pena di morte o, come minimo, della perdita di tutti i diritti.
La
pi irrevocabile di queste disuguaglianze quella tra uomo e donna, perch le
altre possono essere superate - lo schiavo con la liberazione, il non musulmano
con la conversione all'islam - mentre l'inferiorit della donna irrimediabile
in quanto stabilita da Dio stesso. Nella tradizione islamica il marito gode di
una autorit pressoch assoluta sulla moglie: mentre all'uomo consentita la
poligamia, la donna non pu avere pi di un marito, non pu sposare un uomo di
altra fede, pu essere ripudiata dal marito, non ha alcun diritto sulla prole
in caso di divorzio, penalizzata nella divisione ereditaria e dal punto di
vista giuridico la sua testimonianza vale la met di quella di un uomo.
Se
dunque l'islam implicava ed implica non solo un'adesione religiosa, ma tutto un
modo di vivere, sancito anche a livello politico - modo di vivere che
naturalmente comporta e prescrive come agire con gli altri popoli, come
comportarsi in questioni di guerra e di pace, come avere relazione con gli
stranieri - molto facile comprendere come la vittoria di Lepanto abbia
garantito all'Occidente la possibilit di sviluppare la sua cultura di rispetto
per l'essere umano, al quale viene garantita uguale dignit in ogni condizione.
Se
questa caratterizzazione dell'islam destinata in futuro a rimanere immutata,
come accaduto finora, non pu che risultare difficile la convivenza con
quanti non appartengono alla comunit musulmana: in un paese islamico, infatti,
il non musulmano si dovr sottomettere al sistema islamico, se non vuole vivere
in una situazione di sostanziale intolleranza.
Viceversa,
proprio a causa di questa concezione complessiva di religione e autorit
politica, il musulmano avr molte difficolt ad adattarsi alle leggi civili nei
paesi non islamici, ritenendole qualcosa di estraneo alla sua formazione e ai
dettami della sua religione. Bisogna forse chiedersi se le comprovate
difficolt di persone provenienti dal mondo islamico a integrarsi nella vita
sociale e culturale dell'Occidente non trovino una delle spiegazioni in questa
problematica.
Dobbiamo
poi anche riconoscere il diritto naturale di ogni societ di difendere la
propria identit culturale, religiosa e politica. Mi sembra che Pio V abbia
fatto proprio questo.
Walter Brandmiller