"LE PORTE DEL SILENZIO"

 

Silenzio, solitudine e sofferenza sono certamente delle dimensioni umane, forse cosmiche. Insieme ad altre. E di esse, come di tante, non si conosce perché, da dove, per dove. A meno che la strada non la indichi la fede.

Il silenzio, forse meno tragico della solitudine e della sofferenza, emana talvolta una voce che solo alcuni animi sensibili sanno cogliere, con particolari non comuni antenne. È la voce delle cose, piccole e grandi; la voce degli astri e degli spazi, della luce e del buio, la voce dei paesi abbandonati, degli edifici caduti, delle scale non più sudate, delle porte chiuse per sempre.

"Le porte del silenzio" è il titolo dell’ultimo libro su Badolato, scritto da Francesca Viscone, che badolatese è almeno a metà. L’Autrice, che vive a Filadelfia (VV), ci ha fatto il graditissimo omaggio di una copia, che abbiamo letto d’un fiato: novanta pagine di notevole interesse culturale. Ma non siamo riusciti -lo confessiamo- a definire con netta delimitazione il genere dell’opera. È un racconto? Tale potrebbe sembrare nello snodarsi delle immagini, tutte afferenti il nostro vecchio borgo: porte silenziose, scale in penombra, strade impossibili in ripida salita ed in discesa, balconi sulla stentata vita della poca e quasi eterea gente di passaggio, processioni lontane e impalpabili, familiari quasi evanescenti, un’infanzia lontana…Questi i protagonisti non sempre ben definiti del magico racconto. Che, però, potrebbe dirsi un’autobiografia, perché dalla prima all’ultima pagina la fa da padrone il ricordo, d’un passato che appartiene a chi scrive in parte in esclusiva, in parte in condivisione. Storia o antropologia? E potrebbe anche sembrare, giacché non mancano i riferimenti, anche forti, all’emigrazione, e all‘immigrazione; così come sono presenti le morti, i lutti, le sofferenze, i problemi di Minica, di Teresina, e don Lario…

Un libro, quello della professoressa Francesca Viscone, che, in uno stile or ossequioso delle regole or libero e sfuggente come spesso sfuggente è il pensiero cui tener dietro, un libro di cui osiamo dire che i protagonisti principali sono due: le porte chiuse e la mente che può varcare ogni confine. Magari per realizzare quel ritorno che, come sostiene l’Autrice nella presentazione, "non è mai fisico ma mentale e vuol dire identità nel riconoscimento delle proprie radici".

Vincenzo Squillacioti

Riprodurre la copertina del libro