|
Monsignor
Enelio Franzoni è cittadino onorario
di Castelmagno per le benemerenze acquisite quando
negli anni 70 ha promosso per diversi anni la trasferta
estiva dei giovani della sua parrocchia di Santa
Maria delle Grazie di Bologna nel nostro paese dove
hanno prestato preziosa assistenza e lavoro manuale.
Il nostro illustre concittadino, che ha 89 anni
e vive nella Casa del clero di Bologna, è
stato cappellano militare durante la campagna di
Russia. Nella tragica ritirata del gennaio 1943
monsignor Enelio era rimasto il solo a occuparsi
dei feriti gravi e intrasportabili di un ospedale
da campo.
Non ha abbandonato un solo momento gli sventurati
fino a quando sono arrivati i soldati russi che
lo hanno fatto prigioniero.
Internato in un campo della Russia centrale ha dovuto
sopportare inaudite angherie, umiliazioni e sofferenze
al pari di tutti gli altri prigionieri italiani.
Ha visto morire centinaia e centinaia di nostri
connazionali. Benché i russi gli avessero
concesso la liberazione ancor prima della fine della
guerra, mosignor Franzoni volle rimanere in prigionia
fino a quando anche l'ultimo soldato recluso fu
rimpatriato: era l'agosto 1946, quindici mesi dopo
la pace.
Per il suo straordinario impegno di solidarietà,
a monsignor Franzoni è stata conferita la
Medaglia d'Oro al valor militare "Sono l'unico
insignito che non ha mai imbracciato un'arma, ha
detto mosignor Franzoni".
Il nostro concittadino ha scritto un diario sulla
sua partecipazione alla campagna di Russia e la
successiva prigionia nei gulag, pubblicato nel 1977
sul bollettino parrochiale di Bologna.
Per gentile concessione lo riportiamo a puntate
su La Vous. |
Caposaldo
"Venere"
Quando si dice la Prima Messa é comune usanza
stampare un santino; anch'io l'ho fatto per la mia prima
Messa; lo ricordo benissimo; diceva così: "Il
sacrificio della mia vita che con quello del tuo Figlio
da me richiedi, o Dio, salga gradito al tuo cospetto
e concedi che ogni giorno te l'abbia ad offrire con
la generosità di quest'oggi".
"Ogni giorno" e quindi anche il 16 dicembre
1942, quando "il sacrificio della vita" mi
si presentò non più in una tal romantica
prospettiva bella ad accarezzarsi specialmente nel fervore
del primo altare, ma in un'urgenza violenta, improvvisa.
Quando si cerca di vivere nella fede, si fanno a volte
strane preghiere che quasi non si riconoscono come proprie;
ma poi, alla luce di quello che accade, ci si accorge
che erano quanto mai pertinenti ed allora si ringrazia
il Signore perché ce le ha suggerite.
Dai primi di novembre mi trovavo cappellano di collegamento
al Comando della Divisione "Pasubio". I cappellani
di collegamento erano un'idea del cappellano capo Mons.
Pintonello; dovevano servire il Quartier generale, i
reparti divisionali e collegare e provvisoriamente sostituire
i circa 20 cappellani in forza alla Divisione. A Millerovo
avevo lasciato il mio 837 O.d.C. che era in procinto
di ricevere gli avvicendamenti; tutti sarebbero rimpatriati
in forza del diritto di chi aveva già passato
un inverno in Russia; anche io avrei dovuto seguire
la loro sorte ma Mons. Pintonello mi aveva persuaso
a rinunciare all'avvicendamento. "Ti trasferisco
al Comando della Pasubio ed appena passato il Natale,
ti mando in licenza in Italia".
Raggiunsi Kantemirowka dopo un viaggio un po' fortunoso;
congedatomi dal mio attendente Giovanni Crucianelli,
mi trovai nella nuova sede a Malevanni. Celebravo la
domenica in un'aula delle scuole dove aveva preso stanza
il Quartier Generale; mi diede fraterna ospitalità
il ten. Ennio Corte. Durante la settimana mi portavo
ai reparti divisionali che, essendo piccole entità
non potevano avere un proprio cappellano, quando venni
a sapere che il 79° ftr. [79° Reggimento Fanteria
- n.d.R.] mancava del cappellano che era stato avvicendato.
Caricai il mio altarino da campo su una slitta e mi
portai all' "Olimpo", il caposaldo dove era
intanato il Comando del I Btg. del 79; dico "intanato"
perché il mammellone da cui si dominava il fiume,
il Don, non presentava esteriormente nessuna struttura;
sede del Comando, alloggi dei soldati, tutto era interrato.
Pomeriggio del 15 dicembre. Un ufficiale di artiglieria
si sta portando al comando della 3a compagnia, al caposaldo
"Venere". "Prendimi con te; da un mese
i soldati sul fiume non hanno visto il cappellano".
L'ufficiale manovra agevolmente la camionetta, mentre
mi fa notare le ferite che i mortai russi hanno inflitto
al terreno. "Strano che oggi non sparino. Sono
appena di là dal fiume".
Arrivati. L'ufficiale va subito in cerca del comandante
del caposaldo. Presto ritorna. "Montano, non ti
ho detto che c'é un cappellano con me".
Il comandante, in tono un po' seccato: "Cosa viene
a fare?!" Prima ancora di essere presentato gli
compaio davanti "Scusa, ma da oltre un mese i ragazzi
non hanno avuto la Messa; questa sera li vedo e domattina,
all'ora che mi dirai tu, farò la Messa, poi me
ne andrò."
Ora mi accompagnano giù per una scaletta; mi
sembra di scendere in miniera. Distribuisco le sigarette,
confesso: domattina troveremo un momento per la Messa.
Una bella tazza di caffè e pane, poi a dormire.
Montano si corica
vicino a me; si alza, sparisce, ritorna. "Che brutta
notte, cappellano." Io non ne capisco niente; non
sento uno sparo. "Ma perché una brutta notte?"
"Perché non sparano. E' la prima notte che
passiamo in silenzio. Quelli si preparano per qualcosa
di serio".
Montano non si é sbagliato. E' ancora buio quando
un fragore indiavolato di artiglieria scoppia tutt'all'intorno.
Che povero stratega sono io! adesso sto a preoccuparmi
per i russi. Ma dove pretendono di arrivare?! non capiscono
che é inutile bombardare, difesi, chiusi come
siamo qua sotto! Già; Montano cerca a tutti i
costi il collegamento con "Olimpo" ma ben
presto la linea si interrompe. E' tanto lontano dal
pensare che i russi l'abbiano già occupato; con
l'idea di un guasto occasionale, manda staffette.""Tornate
con ordini precisi. Ci dicano cosa dobbiamo fare".
E le staffette non tornano.
Adesso tutto si fa chiaro; entriamo in ballo anche noi;
anche il caposaldo "Zeta" non risponde più;
anche "Marte"; ora i mortai ci pescano direttamente;
ora siamo impegnati faccia a faccia con i Russi. Io
mi sento in mano la valigetta del mio altarino; povero
d. Enelio, a chi può interessare la tua Messa;
sei capitato fuori tempo; ha ragione Montano.
Mi metto in un angolo dove filtra un po' di luce. Stendo
l'altarino, apro il Messale; il 16 dicembre; festa di
Sant'Eusebio Vescovo e martire; oggi c'é impegno
anche per te. Voi, ragazzi, sapete rispondere alla Messa?
La sezione di sanità? per adesso é impossibile
raggiungerla. Siate bravi; vediamo di dirla questa Messa.
In nomine Patris ... introibo ... ad Deum qui laetificat
iuventutem meam. Dio mio, cosa fai dire a questi poveri
figli; ma quale gioia; ma quale giovinezza! "Non
ce la fai più? dove hai la ferita?! aspetta che
finisca il Vangelo".
"Cappellano ci sono altri feriti sul nel camminamento".
"Falli venire; stringetevi un po'; fate posto anche
a loro. Del cognac? sì che ce n'é; vedi
nella mia borraccia". Signore, oggi vedo che cosa
é la Messa. Il calice del tuo sangue e del nostro
sangue, la tua agonia e la tua morte insieme alla nostra
agonia e alla nostra morte. "Tu, per favore, vai
ad avvertire su nei camminamenti; forse uno alla volta
possono venire a prendere la Comunione".
Eccoli; di corsa arrivano, di corsa partono., con il
Corpo di Cristo, che li custodisce per la vita eterna.
la vita eterna: oggi sapremo cos'é; oggi, 16
dicembre 1942, festa di S. Eusebio Vescovo e martire.
Ricompongo il mio altare; tengo fuori la teca con le
particole rimaste e il vasetto dell'Olio Santo. Ad un
tratto mi compare davanti il Comandante, che si é
messo in perfetta divisa. A me che lo guardo meravigliato
dice: il nemico arriva: occorre accoglierlo con dignità.
Distrugge tutte le carte del Comando e mi dice: "Vieni,
non abbiamo altra scelta; di corsa ci portiamo sotto
quel costone e tentiamo di raggiungere il comando di
Battaglione". Io, gli dico, non posso venire. Perché?!
Perché resto con questi! e indico i feriti. Ma
non puoi far niente per loro! Sì, lo so, ma resto
ugualmente con loro! Ma vi ammazzeranno tutti. Sì,
lo capisco, ma preferisco così.
Che cosa curiosa! se tento di analizzare il motivo per
cui scelsi di restare, non mi riesce di rispondere.
La paura di avventurarmi in una corsa verso l'ignoto,
impegnando Montano a difendermi, dato che io non avevo
arma e non sapevo usarla e quindi impedendogli libertà
di manovra? O era piuttosto la paura della morte incombente
che mi portava a farmi schermo dietro quei poveri figli
che ora guardavano a me come a un oracolo? già:
io "mi difendevo" dietro loro e loro dietro
di me? O una forza disperata che ci univa, nata in noi
dopo quella Messa celebrata insieme? Certo, Cristo al
mio posto sarebbe rimasto.
Dopo che Montano ha portato in salvo quelli ancora in
grado di seguirlo, siamo rimasti in attesa. Noi non
possiamo opporre alcuna resistenza; attendere dunque.
Attendere chi? I tedeschi sono nella zona; chissà
che non vengano a liberarci. Mi affaccio fuori un momento;
pallottole si intrecciano a fior di terra; poi silenzio,
mi affaccio ancora: un correre concitato sulle nostre
teste; sono arrivati finalmente; ecco un tedesco, l'elmetto
lo dice; non esito a gridare: "Ragazzi siamo liberi".
Evito a stento una raffica di mitra; altro che tedeschi,
sono i russi; non c'é più niente da fare.
La somiglianza fra l'elmetto russo e quello tedesco
mi ha ingannato. Ora che hanno visto dove siamo verranno
a prenderci; noi non ci esponiamo.
Dopo il lancio di una bomba giù dalla scaletta
contro il rifugio che ci rinchiude, sentiamo gridare
in perfetto italiano: "Uscite fuori; hanno già
catturato anche noi del caposaldo Zeta".
Sono all'aperto; mi sento intimare: "Ruki vièr!"
("Mani in alto").
Ho stampata ancora vivissima la prima ora della mia
prigionia. Erano giovanissimi i soldati dell'Armata
Rossa che ci avevano catturati, ma si sono comportati
da veterani nella diligenza con cui ci hanno perquisiti.
Dev'essere un rito istintivo ed antichissimo quello
del vincitore che mette le mani addosso al vinto e lo
spoglia di tutto; ma é un gesto che ti demolisce
e ti avverte all'improvviso che tutto per te é
cambiato, che non ti appartieni più; non c'é
più niente in te che meriti rispetto e la tua
vita dura fino a quando l'altro non sia stanco di giocare.
Tua madre? Eccola lì sulla neve, e quando tu
ti chini per raccoglierla una mano te la strappa via
e te la straccia sotto agli occhi. Il tuo altarino da
campo? Povero ingenuo! Come puoi pensare che te lo lascino?!
E se fai il tentativo di raccogliere almeno il crocifisso,
il calice, ti arriva una pedata maiuscola che ti rovescia
per terra.
Ora, due occhi di bambino mi fissano e una domanda mi
inchioda: "Skolko caputt?!" ("Quanti
ne hai ammazzati oggi?!"). Il russo vuole che risponda
subito e mi guarda fondo e non permette che io mentisca;
il mitra in mano gli balla, puntato per eseguire la
sentenza. "Quanti ne hai ammazzati oggi?!"
E io ti guardo, soldatino dell' Armata rossa e mi é
estremamente facile sostenere il tuo esame; se proprio
volevi ammazzarmi, non dovevi farmi questa domanda,
perché non ho ammazzato nessuno, né oggi,
né ieri: "ià nisnàiu striliàt",
io non so sparare, gli dico con la gioia di chi esce
all'improvviso da un incubo. Senza volerlo mi hai messo
in mano l'unica arma con cui posso difendermi; e tu
ti accorgi che io sono sincero. Il soldatino é
impacciato sotto il mio sguardo che gli dice:
- se vuoi essere coerente, non puoi sparare; io non
ho ucciso e tu non puoi uccidermi -.
A toglierlo dall'imbarazzo sono i suoi amici che hanno
scoperto in fondo a un camminamento del "Venere"
la marmitta del rancio che il nostro cuciniere aveva
regolarmente confezionato. Chiamano anche lui a dividere
il bottino. Quando oggi leggo della "buona cucina
italiana nel mondo", con un accostamento grottesco,
rivedo quei soldati che si sono dimenticati di noi per
correre a dividersi fino all'ultimo sorso il fumante
minestrone del caposaldo "Venere".
( continua - 1 )
|