Periodico di Notizie Comunali e Culturali del Centro Occitano di Cultura "Detto Dalmastro" Edizione online

Monsignor Enelio Franzoni 











Pagine in movimento
il Castelmagno
La BAIO de S. Manh
Don Enelio Franzoni
Un Racconto
Dagli Stai Uniti
Monica Garnerone
Rescountrar Castelmagno
Capodanno a Castelmagno

 

Centro occitano di Cultura "detto Dalmastro"

 
 
La drammatica testimonianza apparsa nel 1997 a Bologna
Il diario di Mons. Franzoni dal "Gulag" Russo


  Monsignor Enelio Franzoni è cittadino onorario di Castelmagno per le benemerenze acquisite quando negli anni 70 ha promosso per diversi anni la trasferta estiva dei giovani della sua parrocchia di Santa Maria delle Grazie di Bologna nel nostro paese dove hanno prestato preziosa assistenza e lavoro manuale.
Il nostro illustre concittadino, che ha 89 anni e vive nella Casa del clero di Bologna, è stato cappellano militare durante la campagna di Russia. Nella tragica ritirata del gennaio 1943 monsignor Enelio era rimasto il solo a occuparsi dei feriti gravi e intrasportabili di un ospedale da campo.
Non ha abbandonato un solo momento gli sventurati fino a quando sono arrivati i soldati russi che lo hanno fatto prigioniero.
Internato in un campo della Russia centrale ha dovuto sopportare inaudite angherie, umiliazioni e sofferenze al pari di tutti gli altri prigionieri italiani. Ha visto morire centinaia e centinaia di nostri connazionali. Benché i russi gli avessero concesso la liberazione ancor prima della fine della guerra, mosignor Franzoni volle rimanere in prigionia fino a quando anche l'ultimo soldato recluso fu rimpatriato: era l'agosto 1946, quindici mesi dopo la pace.
Per il suo straordinario impegno di solidarietà, a monsignor Franzoni è stata conferita la Medaglia d'Oro al valor militare "Sono l'unico insignito che non ha mai imbracciato un'arma, ha detto mosignor Franzoni".
Il nostro concittadino ha scritto un diario sulla sua partecipazione alla campagna di Russia e la successiva prigionia nei gulag, pubblicato nel 1977 sul bollettino parrochiale di Bologna.
Per gentile concessione lo riportiamo a puntate su La Vous.

Caposaldo "Venere"

Quando si dice la Prima Messa é comune usanza stampare un santino; anch'io l'ho fatto per la mia prima Messa; lo ricordo benissimo; diceva così: "Il sacrificio della mia vita che con quello del tuo Figlio da me richiedi, o Dio, salga gradito al tuo cospetto e concedi che ogni giorno te l'abbia ad offrire con la generosità di quest'oggi".
"Ogni giorno" e quindi anche il 16 dicembre 1942, quando "il sacrificio della vita" mi si presentò non più in una tal romantica prospettiva bella ad accarezzarsi specialmente nel fervore del primo altare, ma in un'urgenza violenta, improvvisa. Quando si cerca di vivere nella fede, si fanno a volte strane preghiere che quasi non si riconoscono come proprie; ma poi, alla luce di quello che accade, ci si accorge che erano quanto mai pertinenti ed allora si ringrazia il Signore perché ce le ha suggerite.
Dai primi di novembre mi trovavo cappellano di collegamento al Comando della Divisione "Pasubio". I cappellani di collegamento erano un'idea del cappellano capo Mons. Pintonello; dovevano servire il Quartier generale, i reparti divisionali e collegare e provvisoriamente sostituire i circa 20 cappellani in forza alla Divisione. A Millerovo avevo lasciato il mio 837 O.d.C. che era in procinto di ricevere gli avvicendamenti; tutti sarebbero rimpatriati in forza del diritto di chi aveva già passato un inverno in Russia; anche io avrei dovuto seguire la loro sorte ma Mons. Pintonello mi aveva persuaso a rinunciare all'avvicendamento. "Ti trasferisco al Comando della Pasubio ed appena passato il Natale, ti mando in licenza in Italia".
Raggiunsi Kantemirowka dopo un viaggio un po' fortunoso; congedatomi dal mio attendente Giovanni Crucianelli, mi trovai nella nuova sede a Malevanni. Celebravo la domenica in un'aula delle scuole dove aveva preso stanza il Quartier Generale; mi diede fraterna ospitalità il ten. Ennio Corte. Durante la settimana mi portavo ai reparti divisionali che, essendo piccole entità non potevano avere un proprio cappellano, quando venni a sapere che il 79° ftr. [79° Reggimento Fanteria - n.d.R.] mancava del cappellano che era stato avvicendato.
Caricai il mio altarino da campo su una slitta e mi portai all' "Olimpo", il caposaldo dove era intanato il Comando del I Btg. del 79; dico "intanato" perché il mammellone da cui si dominava il fiume, il Don, non presentava esteriormente nessuna struttura; sede del Comando, alloggi dei soldati, tutto era interrato.
Pomeriggio del 15 dicembre. Un ufficiale di artiglieria si sta portando al comando della 3a compagnia, al caposaldo "Venere". "Prendimi con te; da un mese i soldati sul fiume non hanno visto il cappellano". L'ufficiale manovra agevolmente la camionetta, mentre mi fa notare le ferite che i mortai russi hanno inflitto al terreno. "Strano che oggi non sparino. Sono appena di là dal fiume".
Arrivati. L'ufficiale va subito in cerca del comandante del caposaldo. Presto ritorna. "Montano, non ti ho detto che c'é un cappellano con me". Il comandante, in tono un po' seccato: "Cosa viene a fare?!" Prima ancora di essere presentato gli compaio davanti "Scusa, ma da oltre un mese i ragazzi non hanno avuto la Messa; questa sera li vedo e domattina, all'ora che mi dirai tu, farò la Messa, poi me ne andrò."
Ora mi accompagnano giù per una scaletta; mi sembra di scendere in miniera. Distribuisco le sigarette, confesso: domattina troveremo un momento per la Messa. Una bella tazza di caffè e pane, poi a dormire. Montano si corica
vicino a me; si alza, sparisce, ritorna. "Che brutta notte, cappellano." Io non ne capisco niente; non sento uno sparo. "Ma perché una brutta notte?" "Perché non sparano. E' la prima notte che passiamo in silenzio. Quelli si preparano per qualcosa di serio".
Montano non si é sbagliato. E' ancora buio quando un fragore indiavolato di artiglieria scoppia tutt'all'intorno.
Che povero stratega sono io! adesso sto a preoccuparmi per i russi. Ma dove pretendono di arrivare?! non capiscono che é inutile bombardare, difesi, chiusi come siamo qua sotto! Già; Montano cerca a tutti i costi il collegamento con "Olimpo" ma ben presto la linea si interrompe. E' tanto lontano dal pensare che i russi l'abbiano già occupato; con l'idea di un guasto occasionale, manda staffette.""Tornate con ordini precisi. Ci dicano cosa dobbiamo fare". E le staffette non tornano.
Adesso tutto si fa chiaro; entriamo in ballo anche noi; anche il caposaldo "Zeta" non risponde più; anche "Marte"; ora i mortai ci pescano direttamente; ora siamo impegnati faccia a faccia con i Russi. Io mi sento in mano la valigetta del mio altarino; povero d. Enelio, a chi può interessare la tua Messa; sei capitato fuori tempo; ha ragione Montano.
Mi metto in un angolo dove filtra un po' di luce. Stendo l'altarino, apro il Messale; il 16 dicembre; festa di Sant'Eusebio Vescovo e martire; oggi c'é impegno anche per te. Voi, ragazzi, sapete rispondere alla Messa? La sezione di sanità? per adesso é impossibile raggiungerla. Siate bravi; vediamo di dirla questa Messa. In nomine Patris ... introibo ... ad Deum qui laetificat iuventutem meam. Dio mio, cosa fai dire a questi poveri figli; ma quale gioia; ma quale giovinezza! "Non ce la fai più? dove hai la ferita?! aspetta che finisca il Vangelo".
"Cappellano ci sono altri feriti sul nel camminamento". "Falli venire; stringetevi un po'; fate posto anche a loro. Del cognac? sì che ce n'é; vedi nella mia borraccia". Signore, oggi vedo che cosa é la Messa. Il calice del tuo sangue e del nostro sangue, la tua agonia e la tua morte insieme alla nostra agonia e alla nostra morte. "Tu, per favore, vai ad avvertire su nei camminamenti; forse uno alla volta possono venire a prendere la Comunione".
Eccoli; di corsa arrivano, di corsa partono., con il Corpo di Cristo, che li custodisce per la vita eterna. la vita eterna: oggi sapremo cos'é; oggi, 16 dicembre 1942, festa di S. Eusebio Vescovo e martire. Ricompongo il mio altare; tengo fuori la teca con le particole rimaste e il vasetto dell'Olio Santo. Ad un tratto mi compare davanti il Comandante, che si é messo in perfetta divisa. A me che lo guardo meravigliato dice: il nemico arriva: occorre accoglierlo con dignità. Distrugge tutte le carte del Comando e mi dice: "Vieni, non abbiamo altra scelta; di corsa ci portiamo sotto quel costone e tentiamo di raggiungere il comando di Battaglione". Io, gli dico, non posso venire. Perché?! Perché resto con questi! e indico i feriti. Ma non puoi far niente per loro! Sì, lo so, ma resto ugualmente con loro! Ma vi ammazzeranno tutti. Sì, lo capisco, ma preferisco così.
Che cosa curiosa! se tento di analizzare il motivo per cui scelsi di restare, non mi riesce di rispondere. La paura di avventurarmi in una corsa verso l'ignoto, impegnando Montano a difendermi, dato che io non avevo arma e non sapevo usarla e quindi impedendogli libertà di manovra? O era piuttosto la paura della morte incombente che mi portava a farmi schermo dietro quei poveri figli che ora guardavano a me come a un oracolo? già: io "mi difendevo" dietro loro e loro dietro di me? O una forza disperata che ci univa, nata in noi dopo quella Messa celebrata insieme? Certo, Cristo al mio posto sarebbe rimasto.
Dopo che Montano ha portato in salvo quelli ancora in grado di seguirlo, siamo rimasti in attesa. Noi non possiamo opporre alcuna resistenza; attendere dunque. Attendere chi? I tedeschi sono nella zona; chissà che non vengano a liberarci. Mi affaccio fuori un momento; pallottole si intrecciano a fior di terra; poi silenzio, mi affaccio ancora: un correre concitato sulle nostre teste; sono arrivati finalmente; ecco un tedesco, l'elmetto lo dice; non esito a gridare: "Ragazzi siamo liberi". Evito a stento una raffica di mitra; altro che tedeschi, sono i russi; non c'é più niente da fare. La somiglianza fra l'elmetto russo e quello tedesco mi ha ingannato. Ora che hanno visto dove siamo verranno a prenderci; noi non ci esponiamo.
Dopo il lancio di una bomba giù dalla scaletta contro il rifugio che ci rinchiude, sentiamo gridare in perfetto italiano: "Uscite fuori; hanno già catturato anche noi del caposaldo Zeta".
Sono all'aperto; mi sento intimare: "Ruki vièr!" ("Mani in alto").
Ho stampata ancora vivissima la prima ora della mia prigionia. Erano giovanissimi i soldati dell'Armata Rossa che ci avevano catturati, ma si sono comportati da veterani nella diligenza con cui ci hanno perquisiti. Dev'essere un rito istintivo ed antichissimo quello del vincitore che mette le mani addosso al vinto e lo spoglia di tutto; ma é un gesto che ti demolisce e ti avverte all'improvviso che tutto per te é cambiato, che non ti appartieni più; non c'é più niente in te che meriti rispetto e la tua vita dura fino a quando l'altro non sia stanco di giocare. Tua madre? Eccola lì sulla neve, e quando tu ti chini per raccoglierla una mano te la strappa via e te la straccia sotto agli occhi. Il tuo altarino da campo? Povero ingenuo! Come puoi pensare che te lo lascino?! E se fai il tentativo di raccogliere almeno il crocifisso, il calice, ti arriva una pedata maiuscola che ti rovescia per terra.
Ora, due occhi di bambino mi fissano e una domanda mi inchioda: "Skolko caputt?!" ("Quanti ne hai ammazzati oggi?!"). Il russo vuole che risponda subito e mi guarda fondo e non permette che io mentisca; il mitra in mano gli balla, puntato per eseguire la sentenza. "Quanti ne hai ammazzati oggi?!" E io ti guardo, soldatino dell' Armata rossa e mi é estremamente facile sostenere il tuo esame; se proprio volevi ammazzarmi, non dovevi farmi questa domanda, perché non ho ammazzato nessuno, né oggi, né ieri: "ià nisnàiu striliàt", io non so sparare, gli dico con la gioia di chi esce all'improvviso da un incubo. Senza volerlo mi hai messo in mano l'unica arma con cui posso difendermi; e tu ti accorgi che io sono sincero. Il soldatino é impacciato sotto il mio sguardo che gli dice:
- se vuoi essere coerente, non puoi sparare; io non ho ucciso e tu non puoi uccidermi -.
A toglierlo dall'imbarazzo sono i suoi amici che hanno scoperto in fondo a un camminamento del "Venere" la marmitta del rancio che il nostro cuciniere aveva regolarmente confezionato. Chiamano anche lui a dividere il bottino. Quando oggi leggo della "buona cucina italiana nel mondo", con un accostamento grottesco, rivedo quei soldati che si sono dimenticati di noi per correre a dividersi fino all'ultimo sorso il fumante minestrone del caposaldo "Venere".

( continua - 1 )



Copertina Dal Comun Dachapuiachabal Manifestazioni Chivaechiviene Rassegna stampa Proverbi Storie Lettere



LA VOUS DE CHASTELMANH
Redazione

P.za Caduti, 1 - 12020 Castelmagno (CN)
E-mail:
lavous_de_chastelmanh@hotmail.com