L'ANGOLO

Tra buoni, cattivi e rinnovati maestri

( su Adriano  Sofri )

Questa lunga estate calda, espressione molto cara ai cinefili quanto ai piromani, ha riproposto all'attenzione una figura più o meno presente alla nostra memoria, quella del maestro, che non è, tuttavia, strettamente legata a vicissitudini scolastiche, ma rimanda a quella particolare e sui generis tipologia definita maestro di vita e di pensiero. È una figura-guida che mantiene l'allure pedagogica, declinandola nel diffondere paradigmi ideologici e suscitando emulazioni comportamentali. Questi maestri veicolano spesso un codice etico che non sempre coincide con la morale conclamata. Pertanto, in relazione alla legittimità sociale delle loro idee e alla conformità del loro intelletto, essi si suddividono, per lo più sommariamente, in buoni e in cattivi maestri. Sembra, inoltre, che dai primi si impari molto, dai secondi parecchio. E così finisce per appartenere solo al folklore del nostro immaginario quella figura del maestro come mediatore impeccabile della realtà, incorruttibile guida, magari un po' autoritaria, se non proprio autorevole, capace di condurci sulla retta via. Sui cattivi maestri del pensiero e dell'azione, la letteratura e la cronaca ce ne forniscono esempi copiosi. Alcuni tra essi che, ingenuamente ostili alle consuetudini, hanno immaginato di riformare la comunità, magari con la sola forza delle idee, sono finiti a bruciare su un rogo, altri più ravveduti hanno superato la fase rivoluzionaria riciclandosi in un conformismo tanto più attento di quanto un tempo disprezzavano, altri, teorici e fattori della violenza, hanno continuato ad avallare posizioni sovvertitrici, ritenendo la lotta insostituibile strumento di conquiste sociali e di progresso, taluni,inoltre, hanno intrapreso quella strada che conduce alla redenzione e che spesso coincide con un ripensamento critico delle proprie posizioni. Quest'ultimi, folgorati sulla via che conduce a Damasco, si adoperano efficacemente nella trasformazione di sé e degli altri, utilizzando quello stesso impegno e quella stessa determinazione, che avevano profuso nella loro dissidenza. Esistono, poi, coloro che rischiarati dalla razionalità o provati dagli eventi, intraprendono un lungo e peregrino viaggio, pagando, spesso, un fio, di cui l'esosità non è data conoscerla fino in fondo. Accedono, di conseguenza, al circolo dei redenti, affrancandosi da posizioni un tempo assolutistiche; nel migliore dei casi si aprono al dubbio, nel peggiore rincorrono un fondamentalismo che tende ad edificare, su un modello ispirato al più ortodosso del manicheismo, una barricata: al di qua i buoni, gli eletti; al di là i peggiori, i captives, prigionieri delle proprie ombre. Alcuni, infine, si trasformano o vengono trasformati in novelli maĭtre à penser, capaci di rilevare le storture della società, di denunciarne i mali e, nel contempo, di assurgere a guida in grado di far riflettere e di agevolare il pensiero positivo e quella pars construens, che pare si annidi in ciascun essere umano di buona volontà. Adriano Sofri, un leader ideologico del 68, militante nella sinistra extraparlamentare, direttore di "Lotta Continua", dalle cui pagine scaturiva il verbo che doveva contribuire a rinnovare la società dell'epoca, è stato condannato, in seguito alle rivelazioni di un pentito, a 22 anni di reclusione come mandante dell'omicidio del commissario Calabresi avvenuto nel 72. Sofri, dopo aver subìto un processo lungo e tortuoso, è in carcere dal 97. Dal luogo di reclusione, tuttavia, egli continua a scrivere e pubblicare articoli, collabora con quotidiani e settimanali, utilizza l'arte della parola con rara maestria per diffondere il suo verbo di coltissimo e acuto osservatore. Da anni la sua condizione interessa più o meno attivamente l'opinione pubblica. In molti si battono per la concessione della grazia a questo detenuto tanto speciale. Alcuni avallano a sua difesa motivazioni strettamente giudiziarie; in tanti sottolineano che Sofri è ormai un "ex" di quel periodo confuso, oscuro, anarcoide, che infiammò l'Italia tra gli anni 60 e 70. Sembrerebbe, pertanto, un redento e in quanto tale capace, adesso, di assurgere alla grazia o ad uno stato di grazia. Il suo essere, inoltre, un detenuto modello ( e non un modello di detenuto )lo rende diverso, il suo essere fine intellettuale, lo connota, in qualche modo, come un privilegiato. Sofri, tuttavia, è un atipico, non questua, continua a protestarsi innocente, pertanto, manca nella sua vicenda quel gesto di contrizione, quel mea culpa, capace di redimerlo, a parere di molti, totalmente. Come concedere, dunque, la grazia a chi non la chiede? E come attribuirla a chi si dichiara estraneo ai fatti? In entrambi i casi si correrebbe un rischio non indifferente per le istituzioni, delegittimando il corso ( imperfetto? deviato? giusto?) della giustizia ordinaria. E come attribuirla a chi, secondo alcuni, è stato negli anni 60 un ideologo che permetteva l'uso della parola anche nella sua valenza violenta, sovvertitrice? Si può essere dei cattivi maestri del pensiero, anche se non dell'azione e comunque riuscire ad eludere quel fio che porta alla probabile redenzione?E bastano le sue parole, un atto di dolore,per concorrere a chiudere un periodo tra i più oscuri della nostra Repubblica e a rischiarare un momento della storia tanto confuso che ben pochi si preoccupano di approfondire criticamente, setacciandone dalle indubbie innovazioni nel costume, nella mentalità, nelle strutture sociali quella parte irruenta, anarcoide, belligerante? Controverso è stato, inoltre, utilizzare la condizione intellettuale di Sofri come una sorta di passaporto privilegiato, perché tra aeree nubi dove vagare come aedi del potere, di qualunque potere, ad operatori di engagement a cornici estetizzanti, si ritorna, forse, a stabilire chi sia il maĭtre à penser, quale sia la sua vera funzione e se appartenga  in fondo ad una casta circoscritta. E chi non lo fosse? o non usufruisse della stessa pubblicizzazione? Forse la capacità di intelligěre preserva dall'errore o affranca da ogni eventuale errore commesso?Sono trascorsi trentunoanni dall'omicidio Calabresi. Adesso, l'uso del verbo in Sofri affascina per la sua limpidezza, per il suo valore assertivo. Le sue parole ora leggere, ora disincantate, ora amare hanno la straordinaria capacità di far riflettere. In un certo qual modo egli continua a veicolare una particolare arte della docenza, a trasmettere, sembrerebbe, cose buone e giuste. Sofri ammette che in quegli anni "furono scritte cose truci e feroci", ma continua a ribadire con granitica coerenza la sua estraneità all'omicidio. Tuttavia esiste un pentito che lo accusa, tuttavia si adduce, tra le motivazioni della condanna, la legittimazione della morte del commissario contenuta in un articolo non firmato e pubblicato da "Lotta Continua", in seguito al suicidio dell'anarchico Pinelli. Il decesso di quest'ultimo, "volato"dalla finestra durante  l'interrogatorio, veniva addebitato sia moralmente che effettualmente alle forze dell'ordine e contribuì ad esasperare il clima già incandescente di quegli anni. Bisognerebbe sicuramente operare una ricostruzione oggettiva e non edulcorata delle tante verità di quel periodo così confuso, sarebbe opportuno valutare che l'uso della parola non sempre era pacifico, che sconfinava nella violenza, sarebbe necessario appurare che le responsabilità morali, contestualizzate quanto esse possano essere, concorrono ad esacerbare un clima di tensione, sarebbe utile prendere atto che le posizioni anche legittime non devono sconfinare nell'istigazione all'odio, tuttavia bisognerebbe considerare che esiste comunque un confine impalpabile ma definito che separa e distingue radicalmente il legittimare un delitto ( per motivi ideologici? sentimentali? ) dall'autorizzarne l'esecuzione materiale. Se, inoltre, il monopolio del controllo della violenza appartiene per necessità di ordine sociale allo Stato, questo tuttavia non giustifica gli autoritarismi a cui si è tentati a cedere in un clima di tensione e che potrebbero giustificare quella  massima secondo cui "se per te l'asino non vola puoi sempre volare tu". La controversia se concedere o meno la grazia rimane di non  facile soluzione. Forse un atto di contrizione può  in un certo qual senso agevolare la presa di coscienza di responsabilità se non altro morale, tuttavia è un gesto che riguarda non solo l'ex leader di Lotta Continua, ma anche tanti altri protagonisti, anche istituzionali, della nostra storia repubblicana. Le liste di petizione alla grazia umana o divina di quanto, in tal caso, si allungherebbero?Tuttavia la giustizia non può risolversi in un rapporto privato con la propria coscienza, deve esplicitarsi all'interno di strutture democratiche le cui basi sono il diritto e la ragione.  Le parole suggestive, affascinanti, leggere e limpide, acute e assertive dovrebbero comunque abdicare di fronte alla necessità di una richiesta di grazia, una procedura a questo punto probabilmente non eludibile nemmeno a livello meramente intellettuale, perché Sofri é stato condannato in base ad un atto processuale, individuale quanto esso possa essere. Ma se egli fosse realmente non colpevole, allora, non questuare la libertà diverrebbe un gesto di assoluta coerenza in quanto significherebbe non barattare la propria innocenza con un comodo servilismo. Tuttavia la conclusione della "questione" si configurerebbe come un rebus che affonda le radici in quel terreno vischioso del cui prodest, fatto di impressioni, sentimentalismi, rancori e invidie, difficilissimo da risolvere. Per il resto, se si smarrisce del tutto la retta via, si può arrivare ad una qualche possibile redenzione. Se si ritiene, invece, di non averla smarrita del tutto si può considerare l'eventualità di aver in qualche modo subìto l'integralismo anche sentimentale delle proprie idee. Se, poi, per caso, per necessità o per virtù ci si trovi a passare sulla via che conduce a Damasco, o nei dintorni, si potrebbe essere soggetti ad una folgorazione che dovrebbe condurre ad un ravvedimento capace di illuminare anche gli anni più bui e ingentilire le parole più "truci e feroci".

donatella marinello