GLI INCIPIT

Omero, ILIADE (IX o VII sec. a. C.; trad. di Vincenzo Monti)

 

   Cantami, o Diva, del Pelide Achille

l’ira funesta, che infiniti addusse

Lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco

Generose travolse alme d’eroi,

E di cani e d’augelli orrido pasto

Lor salme abbandonò (così di Giove

L’alto consiglio s’adempía), da quando

Primamente disgiunse aspra contesa

Il re de’ prodi Atride e il divo Achille.

   E qual de’ numi inimicolli? Il figlio

di Latona e di Giove. Irato al Sire,

destò quel Dio nel campo un feral morbo,

E la gente pería: colpa d’Atride,

Che fece a Crise sacerdote, oltraggio.

 

 

 

 

Virgilio, GEORGICHE (I sec. d. C.)

 

Quid faciat laetas segetas, quo sidere terram

vertere, Maecenas, ulmisque adiungere vitis

conveniat, quae cura boum, qui cultus habendo

sit pecori, apibus quanta experientia parcis,

hinc canere incipiam.

 

Che cosa faccia fecondi i campi, sotto quale stella

il suolo rivoltare, o Mecenate, e agli olmi legare le viti

convenga, quale la cura dei buoi, quale debba essere

l’allevamento delle greggi, quanta esperienza necessiti

per le api frugali, questo inizierò a cantare.

 

 

Virgilio, ENEIDE (I sec. d. C.; trad. di Annibal Caro)

 

   L’armi canto e ’l valor del grand’eroe

Che pria da Troia, per destino, ai liti

D’Italia e di Lavinio errando venne;

E quanto errò, quanto sofferse, in quanti

E di terra e di mar perigli incorse,

Come il traea l’insuperabil forza

Del cielo, e di Giunon l’ira tenace,

E con che dura e sanguinosa guerra

Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei

Ripose in Lazio, onde cotanto crebbe

Il nome de’ Latini e il regno d’Alba,

E le mura e l’imperio alto di Roma.

    Musa, tu che di ciò sai le cagioni,

Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta

Fece la Dea, ch’è pur donna e regina

Degli altri Dei, sí nequitosa ed empia

Contra un sí pio? Qual suo nume l’espose

Per tanti casi a tanti affanni? Ahi tanto

Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

 

 

 

Lucio Anneo Seneca, APOKOLOKYNTOSIS (I sec. d. C.)

 

Quid actum sit in caelo ante diem III idus Octobris anno novo, initio saeculi felicissimi, volo memoriae tradere, nihil nec offensae nec gratiae dabitur. haec ita vera. si quis quaesiverit unde sciam, primum, si noluero, non respondebo. quis coacturus est? ego scio me liberum factum, ex quo suum diem obiit ille, qui verum proverbium fecerat, aut regem aut fatuum nasci oportere. si libuerit respondere, dicam quod mihi in buccam venerit. quis umquam ab historico iuratores exegit? tamen si necesse fuerit auctorem producere, quaerito ab eo qui Drusillam euntem in caelum vidit: idem Claudium vidisse se dicet iter facientem non passibus aequis. velit nolit, necesse est illi omnia videre quae in caelo aguntur: Appiae viae curator est, qua scis et divum Augustum et Tiberium Caesarem ad deos isse. hunc si interrogaveris, soli narrabit: coram pluribus numquam verbum faciet. nam ex quo in senatu iuravit se Drusillam vidisse caelum ascendentem et illi pro tam bono nuntio nemo credidit, quod viderit verbis conceptis affirmavit se non indicaturum, etiam si in medio foro hominem occisum vidisset. ab hoc ego quae tum audivi certa clara affero, ita illum salvum et felicem habeam.

 

Che cosa sia accaduto in cielo il giorno terzo delle idi di Ottobre - un anno nuovo, un inizio di età felicissime - voglio tramandarlo alla memoria. Senza nessuna offesa e senza nessuna accondiscendenza. Quanto racconterò è vero. Se qualcuno mi chiederà come lo so, prima cosa: se non voglio, non risponderò. Chi potrà costringermi? So di essere divenuto libero da quando è defunto colui che aveva reso vero il proverbio “o si nasce re o si nasce stolto”. Se m’aggraderà di rispondere dirò quello che mi verrà alla bocca. Chi mai da uno storico ha preteso delle dichiarazioni giurate? Tuttavia, se sarà necessario produrre un testimone, si chiami colui che vide Drusilla andare in cielo: affermerà di aver visto Claudio fare il medesimo viaggio a passi disuguali (l’imperatore aveva problemi di deambulazione; n. d. t.). Voglia o non voglia è impossibile per lui non vedere tutto ciò che accade in cielo: è l’amministratore della Via Appia, strada dalla quale sai che sono andati agli dèi il divino Augusto e Tiberio Cesare. Se quest’uomo interrogherai, lo dirà a te soltanto: davanti alla gente non dirà una sola parola. Infatti, da quando in senato giurò di aver visto Drusilla salire al cielo e nessuno prestò fede a un sì buon annuncio, con solenni parole affermò che non avrebbe detto più niente su quanto vedesse in seguito, nemmeno se fosse un uomo ucciso in mezzo al foro. Quanto da lui udii è certo e lampante, ed io lo riferisco, che possa lui esser sano e felice!

 

 

 

 

Aurelio Agostino, Le Confessioni (397-398)

 

Magnus es, domine, et laudabilis valde: magna virtus tua et sapientiae tuae non est numerus. Et laudare te vult homo, aliqua portio creaturae tuae, et homo circumferens mortalitatem suam, circumferens testimonium peccati sui et testimonium, quia superbis resistis. Et tamen laudare te vult homo, aliqua portio creaturae tuae, tu excitas, ut laudare te delectet, quia fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te. Da mihi, domine, scire et intellegere, utrum sit prius invocare te an laudare te et scire te prius sit invocare te. Sed quis te invocat nesciens te? Aliud enim pro alio potest invocare nesciens. An potius invocaris, ut sciaris? Quomodo autem invocabunt, in quem non crediderunt? Aut quomodo credunt sine praedicante? Et laudabunt dominum qui requirunt eum. Quaerentes enim inveniunt eum et invenientes laudabunt eum.

 

Grande sei, o Signore, e sommamente lodabile: grande è la tua potenza e infinita la tua sapienza. E lodarti vuole l’uomo, piccola parte della tua creazione, l’uomo che in sé porta la sua mortalità, la testimonianza del suo peccato e la cognizione che tu resisti ai superbi. E tuttavia l’uomo, piccola parte della tua creazione, ti vuole lodare, e tu a ciò lo spingi, affinché gioisca nel lodarti, perché ci hai creati per te, ed è inquieto il cuore nostro finché in te non riposa. Concedimi, o Signore, di capire se debba venir prima l’invocarti o il lodarti. Ma chi t’invoca senza conoscerti? Chi non conosce potrebbe invocare una cosa per un’altra. E non s’invoca forse per conoscere? Ma come potranno invocare colui in cui non credono? E come potranno credere senza qualcuno che ti faccia conoscere? Loderanno il Signore coloro che lo cercano. Coloro che lo cercano infatti lo troveranno e, trovatolo, lo loderanno.

 

 

 

 

Dante Alighieri, La Divina Commedia (1306-1321)

 

   Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

   Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

   Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

   Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

 

 

 

 

 

Nicolò Machiavelli, DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO (1513-21).

 

Ancora per l’invida natura degli uomini sia sempre stato pericoloso il trovare modi ed ordini nuovi, quanto il cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a lodare le azioni d’altri, nondimeno, spinto da quel naturale desiderio, che fu sempre in me di operare senza alcun rispetto quelle cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via la quale non essendo stata per ancora da alcuno pesta, se la mi arrecherà fastidio e difficoltà, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente queste mie fatiche considerassero.

E se l’ingegno povero, la poca esperienza delle cose presenti, la debole notizia delle antiche, faranno questo mio conato difettivo e di non molta utilità, daranno almeno la via ad alcuno, che con più virtù, più discorso e giudizio, potrà a questa mia intenzione satisfare. Il che se non mi arrecherà lode, non mi dovrebbe partorire biasimo.

 

 

 

 

Alessandro Tassoni, LA SECCHIA RAPITA (1615)

 

   Vorrei cantar quel memorando sdegno,

ch’infiammò già ne’ fieri petti umani,

un’infelice e vil secchia di legno,

che tolsero ai Petroni i Gemignani.

Febo, che mi raggiri entro lo ’ngegno

l’orribil guerra e gli accidenti strani,

tu, che sai poetar, servimi d’aio,

e tiemmi per le maniche del saio.

   E tu, nipote del rettor del mondo,

del generoso Carlo ultimo figlio,

ch’in giovinetta guancia e ’n capel biondo

copri canuto senno, alto consiglio;

se, da gli studi tuoi di maggior pondo,

volgi talor, per ricrearti, il ciglio,

vedrai, s’al cantar mio porgi l’orecchia,

Elena trasformarsi in una secchia.

 

 

 

 

Immanuel Kant - LA FORMA E I PRINCÌPI DEL MONDO SENSIBILE E DEL MONDO INTELLIGIBILE (dissertazione del 1770).

 

Sectio I - DE NOTIONE MUNDI GENERATIM

 

In composito substanziali, quemadmodum analysis non terminatur, nisi parte quae non est totum, h. e. SIMPLICI: ita synthesis nonnisi toto quod non est pars, i. e. MUNDO.

 

In hac conceptus substrati expositione praeter notas, quae pertinet ad distinctam cognitionem obiecti, etiam ad duplicem illius e mentis natura genesin aliquantulum respexi, quae quoniam, exempli instar, methodo in metaphysicis penitius perspiciendae inservire potest, mihi haud parum commendabilis esse videtur. Aliud enim est, datis partibus compositionem totius sibi concipere, per notionem abstractam intellectus, aliud, hanc notionem generalem, tanquam rationis quoddam problema, exsequi per facultatem cognoscendi sensitivam, h. e. in concreto eandem sibi repraesentare intuitu distincto. Prius fit per conceptum compositionis in genere, quatenus plura sub eo (respective erga se invicem) continentur, adeoque per ideas intellectus et universales; posterius nititur condicionibus temporis, quatenus, partem parti successive adiungendo, conceptus compositi est genetice i. e. per SYNTHESIN possibilis, et pertinet ad leges intuitus.

 

 

Sezione I - LA NOZIONE DEL MONDO IN GENERALE

 

In un composto sostanziale, l’analisi non ha termine se non in una parte che non è il tutto, cioè nel SEMPLICE: così la sintesi non ha fine se non in un tutto che non è una parte, cioè nel MONDO.

 

In questa esposizione del concetto in esame, oltre alle note che che sono pertinenti ad una distinta conoscenza dell’argomento, ho tenuto alquanto presente di esso anche la duplice genesi derivata dalla natura della mente, la quale, dato che può servire come esempio per una più profonda indagine sul metodo della metafisica, mi è sembrata degna di approfondimento. Altro è infatti, date delle parti, concepire la composizione del tutto per mezzo di una nozione astratta dell’intelletto, altro è costruire questa nozione generale come un problema da sottoporre alla ragione, per mezzo della facoltà sensitiva del conoscere, cioè rappresentarla in concreto con un’intuizione distinta. Il primo procedere avviene mediante il concetto di composizione in genere, in quanto più elementi sono in esso contenuti (in rapporto tra loro), e quindi per mezzo di idee universali dell’intelletto; il secondo si basa sulle condizioni del tempo, poiché, aggiungendo successivamente parte a parte, il concetto di composto è possibile geneticamente, ovvero per SINTESI, ed è relativo alle leggi dell’intuizione.

 

 

 

 

Carlo Goldoni, GL’INNAMORATI (1759).

 

Poche sono quelle Commedie, nelle quali non entrino innamorati, e in quasi tutte l’onesto amore è il principale movente della Comica azione. Questa Commedia adunque, che ha per titolo gl’Innamorati, dee rappresentare un amore più violento di tutti gli altri. Due persone che si amano fedelmente, perfettamente, dovrebbero esser felici, tanto più ch’io non figuro ostacoli che attraversino le loro brame, ma la pazza gelosia, che nella nostra Italia principalmente, è il flagello de’ cuori amanti, intorbida il bel sereno, e fa nascere le tempesta anche in mezzo alla calma. (...) Povera gioventù sconsigliata! Volersi tormentar per amore! Voler che il balsamo si converta in veleno? Pazzie, pazzie. Specchiatevi, o giovani, in questi Innamorati ch’io vi presento; ridete di loro, e non fate che si abbia a rider di voi.

 

 

 

 

Vittorio Alfieri, VITA SCRITTA DA ESSO (1790).

 

Il parlare, e molto più lo scrivere di sè stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di sè stesso. Io dunque non voglio a questa mia Vita far precedere nè deboli scuse, nè false o illusorie ragioni, le quali non mi verrebbero a ogni modo punto credute da altri; e della mia futura veracità in questo mio scritto assai mal saggio darebbero. Io perciò ingenuamente confesso, che allo stendere la mia propria vita inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie più gagliardo d’ogni altra, l’amore di me medesimo; quel dono cioè, che la natura in maggiore o minor dose concede agli uomini tutti, ed in soverchia dose agli scrittori, principalissimamente poi ai poeti, od a quelli che tali si tengono. Ed è questo dono una preziosissima cosa; poiché da esso ogni alto operare dell’uomo proviene, allor quando all’amor di sè stesso congiunge una ragionata cognizione dei propri suoi mezzi, ed un illuminato trasporto pel vero ed il bello, che non son se non uno.  

 

 

 

 

Alessandro Manzoni, I PROMESSI SPOSI (1823).

 

Quel ramo del lago di Como , che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l’ossatura de’ due monti, e il lavoro dell’acque.  

 

 

 

Honoré De Balzac, EUGÉNIE GRANDET - chap. I, PHYSIONOMIES BOURGEOISES (1823).

 

Il se trouve dans certaines villes de province des maisons dont la vue inspire une mélancolie égale à celle que provoquent les cloîtres les plus sombres, les landes les plus ternes ou les ruines les plus tristes. Peut-être y a-t-il à la fois dans ces maisons et le silence du cloître, et l’aridité des landes, et les ossements des ruines; la vie et le mouvement y sont si tranquilles qu’un étranger les croirait inhabitées, s’il ne rencontrait tout à coup le regard pâle et froid d’une personne immobile dont la figure à demi monastique dépasse l’appui de la croisée, au bruit d’un pas inconnu. Ces principes de mélancolie existent dans la physionomie d’un logis situé à Saumur, au bout de la rue montueuse qui mène au chateau, par le haut de la ville. Cette rue, maintenant peu frequentée, chaude en été, froide en hiver, obscure en quelques endroits, est remarquable par la sonorité de son petit pavé caillouteux, toujours propre et sec, par l’étroitesse de sa voie tortueuse, par la paix de ses maisons, qui appartiennent à la vieille ville et que dominent les remparts.

Des habitations trois fois séculaires y sont encore solides, quoique construites en bois, et leurs divers aspects contribuent à l’originalité qui recommande cette partie de Saumur à l’attention des antiquaires et des artistes. 

 

 

 

Carlo Collodi, LE AVVENTURE DI PINOCCHIO (1880).

 

Come andò che maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino.

 

C’era una volta...

— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.

No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.

Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.

Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto; e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:

— Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.—

Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a disgrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile sottile, che disse raccomandandosi:

— Non mi picchiar tanto forte! —

Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!

 

 

 

Massimo D’Azeglio, ETTORE FIERAMOSCA (1833).

 

 

Al cadere d’una bella giornata d’aprile dell’anno 1503 la campana di San Domenico in Barletta sonava gli ultimi tocchi dell’avemaria. Sulla piazza vicina in riva al mare, luogo di ritrovo degli abitanti tranquilli che, nelle terricciuole dei climi meridionali specialmente, sogliono sulla sera essere insieme a barattar parole al sereno per riposarsi della faccende del giorno, stavano col fine medesimo dispersi in varj gruppi molti soldati spagnuoli ed italiani, alcuni passeggiando, altri fermi, o seduti, od appoggiati alle barche tirate a secco, delle quali era ingombra la spiaggia; e, com’è costume delle soldatesche d’ogni età e d’ogni nazione, il loro contegno era tale che pareva dire: il mondo è nostro. Di fatto, lasciato loro il campo migliore, si tenevano i terrazzani in disparte, dando così a questa loro burbanza tacita approvazione.

 

 

 

Antonio Fogazzaro, PICCOLO MONDO ANTICO (1895).

 

Soffiava sul lago una breva fredda, infuriata di voler cacciar le nubi grigie, pesanti sui cocuzzoli scuri delle montagne. Infatti, quando i Pasotti, scendendo da Albogasio Superiore, arrivarono a Casarico, non pioveva ancora. Le onde stramazzavano tuonando sulla riva, sconquassavan le barche incatenate, mostravano qua e là, sino all’opposta sponda austera del Doi, un lingueggiar di spume bianche. Ma giù a ponente, in fondo al lago, si vedeva un chiaro, un principio di calma, una stanchezza della breva; e dietro al cupo monte di Caprino usciva il primo fumo di pioggia. Pasotti, in soprabito nero di cerimonia, col cappello a staio in testa e la grossa mazza di bambù in mano, camminava nervoso per la riva, guardava di qua, guardava di là, si fermava a picchiar forte la mazza a terra, chiamando quell’asino di barcaiuolo che non compariva.

Il piccolo battello nero con i cuscini rossi, la tenda bianca e rossa, il sedile posticcio di parata piantato a traverso, i remi pronti e incrociati a poppa, si dibatteva, percosso dalle onde, fra due barconi carichi di carbone che oscillavano appena.

«Pin!» gridava Pasotti sempre più arrabbiato. «Pin!»

Non rispondeva che l’eguale, assiduo tuonar delle onde sulla riva, il cozzar delle barche fra loro.

 

 

 

Kahil Gibran, IL PROFETA (1921)

 

Almustafa, the chosen and the beloved, who was a dawn unto his own day, had waited twelve years in the city of Orphalese for his ship that was to return and bear him back to the isle of his birth.

   And in the twelfth year, on the seventh day of Ielool, the month of reaping, he climbed the hill without the city walls and looked seaward; and he beheld his ship coming with the mist.

   Then the gates of his heart were flung open, and his joy flew far over the sea. And he closed his eyes and prayed in the silences of his soul.

 

But as he descended the hill, a sadness came upon him, and he thought in his heart:

   How shall I go in peace and without sorrow? Nay, not without a wound in the spirit shall I leave this city.

   Long were the days of pain I have spent within its walls, and long were the nights of aloneness; and who can depart from his pain and his aloneness without regret?

   Too many fragments of the spirit have I scattered in these streets, and too many are the children of my longing that walk naked among these hills, and I cannot withdraw from them without a burden and an ache.

   It is not a garment I cast off this day, but a skin that I tear with my own hands.

   Nor is it a thought I leave behind me, but a heart made sweet with hunger and with thirst.

 

 

Almustafa, il preferito e l’amato, che fu come un’alba nel suo giorno, aveva atteso dodici anni nella città di Orphalese che la sua nave fosse di ritorno e lo riconducesse all’isola dove era nato.

   E nel dodicesimo anno, il settimo giorno di Ielool, il mese della mietitura, egli salì la collina fuori le mura della città e guardò verso il mare; e vide la sua nave che veniva tra la nebbia.

   Allora le porte del suo cuore si aprirono, e la sua gioia volò lontano sopra il mare. E chiuse i suoi occhi e pregò nei silenzi della sua anima.

 

Ma mentre discendeva dalla collina, una tristezza s’impadronì di lui, ed egli si disse nel suo cuore:

   Come andrò via in pace e senza pena? No, non senza una piaga nell’animo lascerò questa città.

   Lunghi furono i giorni di dolore che ho vissuto dentro le sue mura, e lunghe furono le notti di solitudine; e chi può staccarsi dal suo dolore e dalla sua solitudine senza rimpianto?

   Troppi frammenti dell’anima ho seminato in queste vie, e troppi sono i figli del mio desiderio che camminano nudi fra queste colline, ed io non posso separarmi da essi senza un peso e una sofferenza.

   Non è un vestito che mi tolgo, oggi, ma una pelle che strappo con le mie proprie mani.

   Né è un pensiero che mi lascio dietro, ma un cuore reso dolce dalla fame e dalla sete.