Rapporti di forza da cambiare

Che io abbia in mente, non mi pare si sia avuto nel passato un momento così acuto di conflitto tra Sardegna e governo italiano come quello che si è aperto intorno alla questione del Parco del Gennargentu. Ne intravedo tutte le ambiguità, prima fra le altre il tono concitato delle accuse contro il ministro dell’ambiente. Edo Ronchi si merita molte accuse, è vero. Ma non di essere il responsabile primo del perverso rapporto metropoli-colonia che regola le relazioni tra i governi italiani e sardi fin dall’inizio dell’esperienza autonomista e che non sarebbe affatto migliorato dall’uscita di scena di Ronchi.
Ma, ambiguità a parte, può trattarsi di una importante stagione di ricerca e di affermazione delle ragioni della nostra sovranità. È sintomatico e positivo che ciò avvenga intorno alle questioni della terra e del posto che essa occupa nella coscienza che abbiamo di essere popolo. Curiosamente (ma forse esemplarmente) a sollevare con più passione questo problema sono due schieramenti che fin nel nome portano la stigma metropolitana: Forza Italia e Rinnovamento Italiano.
Questo può voler significare due cose fra loro opposte (e vere entrambe): i partiti sono sempre più dei contenitori indifferenziati e scambiabili; gira e rigira la sardità (o più propriamente il sardismo) può davvero diventare una concezione capace di accomunare e di distinguere. Cosa che, del resto, su questo giornale vado sostenendo da quasi due lustri. Non so se per insufficienze soggettive o se per condizioni oggettive, fatto sta che la Sardegna è l’unica nazionalità storica europea a non avere un grande schieramento nazionalista. L’insieme dei movimenti sardisti non supera il dieci per cento dell’elettorato nel momento in cui più forte è quella coscienza che, comunque la si voglia definire, si rifà all’idea di nazione sarda.
Mai come oggi si sente parlare in giro di sovranità e di diritto all’autodeterminazione. In consiglio regionale mi è capitato di sentirlo in bocca a dirigenti di Alleanza nazionale. Dubito che tutti abbiano l’esatta percezione di quale portata abbiano i due concetti. E temo che se molti sono pronti a battersi per la sovranità degli arzanesi e dei fonnesi sui rispettivi territori, inorridirebbero all’idea che i sardi rivendicassero sovranità sulla loro terra. Che siano, per dire, favorevoli all’autodeterminazione degli orgolesi ma non a quella di tutti i sardi.
Ma non per tutti, oso immaginare, è così. Vorrei anche sperare che negli atti di Ronchi non si sia colta l’opera di un maleducato quanto l’esercizio di un rapporto di forza che va radicalmente cambiato. Partendo prima di tutto in questa parte del mare, unendoci - e anche dividendoci - intorno a concetti come sovranità e diritto all’autodeterminazione. Si può tentare ancora a lungo di convincere i sardi che i veri termini della questione politica stiano nella lotta fra la destra e la sinistra italiane o fra Polo e Ulivo. Ma non ci si può allora indignare se di tanto in tanto un Ronchi riporta alla realtà.

Pubblicato sull'Unione sarda il 1.6.98