Ma serve davvero un referendum?

Orgosolo è, non ostante tutto (non ostante, intendo, le sue non risolte contraddizioni tra modelli morali comunitari e indigeriti modelli esterni), un luogo in cui, spesso, la politica riacquista il suo etimo di arte di governo della polis, della città-stato. E in cui, dunque, i partiti veri sono quelli che rappresentano interessi materiali o immateriali, soluzioni alternative. Le disamistades politiche esterne allora spariscono, finti avversari si ritrovano uniti e finti amici si dividono su scelte di civiltà.
Sarà poi l’altra politica, quella che si vede in televisione e che è propagandata dai suoi rappresentanti locali, a “normalizzare” le cose. Nel 1969, per l’epica lotta di Pratobello, tutto il paese si trasformò in partito della difesa del territorio. L’idea della contestazione contro l’esercito nacque da un gruppo di intellettuali di sinistra, fu ritenuta giusta da tutti e tutti la trasformarono in azione politica. Alle elezioni successive, questo vero partito si sfasciò, vinse la Dc e si ricompose il sistema delle disamistades. Gli stessi uomini che si guardarono in cagnesco per tre lustri oggi amministrano insieme il paese, non perché così ha voluto la polis, ma perché così hanno voluto i responsabili statali delle disamistades politiche.
Ma oggi, come nel 1969, c’è ancora un problema di assalto al territorio e di difesa collettiva di esso: la formazione dei partiti della polis si dimostra ancora una volta diversa da quella dettata dall’esterno. Così è successo l’altra sera nella nuova agorà del paese, non più Piazza del popolo ma il modernissimo auditorium comunale, poltroncine blu, efficiente impianto di amplificazione, schermo gigante e episcopio. Il consiglio comunale, la sua maggioranza di pidiessini e popolari e la sua opposizione di sardisti e comunisti, al confronto con centinaia di persone che li avevano votati per rappresentarli negli atti di governo del comune, inteso come sezione territoriale dello stato italiano, non nel governo della polis, della città-stato di Orgosolo. Una consapevolezza reciproca, sia dei rappresentanti sia dei rappresentati. Tant’è che il sindaco Maria Antonia Podda ha tenuto a annunciare come prima cosa che il governo della polis sarebbe tornato, per gli atti conseguenti (adesione o non adesione al Parco del Gennargentu), a forme di democrazia diretta: ci sarà un referendum, preceduto da una campagna di informazione.
Ma è davvero, il referendum, il voto segreto, una formula giusta, rispettosa della democrazia diretta finora esercitata dalle assemblee di popolo? La questione l’ha posta una donna dell’agorà, Maria Luisa Pinna: in cose così il voto segreto sarebbe sbagliato, darebbe la possibilità di scagliare la pietra e nascondere la mano e insieme a questo l’opportunità di perseguire interessi non confessabili palesemente. I voti nell’agorà orgolese sono sempre stati palesi, espressione di interessi dichiarabili e dichiarati. Sarebbe stato difficile, oltre che di dubbia moralità, contrabbandare pubblicamente per interessi comunitari piccoli calcoli di bottega, come è invece possibile fare, e attuare, con il voto segreto.
Questione molto complessa, quella posta da Maria Luisa Pinna. Che non può essere liquidata, comunque, come attentato alla democrazia. Improponibile su larga scala e soprattutto quando si tratti di scegliere chi ti rappresenterà nel governo del comune, della provincia, della regione, dello stato, la democrazia diretta in un paese la cui popolazione sta nella platea di un concerto è davvero garantita dal voto segreto? Nel tempo dei referendum comunitari sul parco, mi sembra una domanda intrigante.