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La firma che Palomba e Ronchi hanno messo sulla carta che istituisce il Parco del Gennargentu ha un paio di meriti. Riconosce alle comunità il diritto a autodeterminarsi e mette fine alla ipocrisia di chi aveva giurato che mai e poi mai avrebbe aderito a un parco il cui governo non fosse stato in mano ai comuni.
Il riconoscimento del diritto di entrare nel parco o di starne fuori può apparire una ovvietà, ma così non è. E va riconosciuto a Pasquale Onida di aver posto il rispetto di questo principio come condizione ineludibile perché il processo di istituzione del parco potesse continuare. Il Ministero dellambiente ha lungamente resistito con la protervia di chi non riconosce poteri autonomi. Del resto, Ronchi si era battuto perché nel simulacro di riforma federalista della Costituzione, lambiente rimanesse competenza esclusiva dello Stato. E così era nella prima bozza della Bicamerale.
Protervia a parte, il Ministero sollevava, però, una questione non banale: non si può fare un parco del Gennargentu e del Golfo di Orosei senza il Gennargentu e senza le falesie di Baunei. E così invece sarà. Si tratterà di un parco attorno al Gennargentu e al golfo di Orosei. Un parco ricco di straordinaria bellezza, questo sì, ma tutto intorno alla montagna che gli dà il nome. Un parco che vende un nome che non gli appartiene: un mezzo imbroglio, insomma, per i visitatori. Ma anche una struttura che, vorrei sbagliarmi, rischia di creare brutte tensioni tra le comunità che non aderiscono e quanti allesterno per campare dovranno vendere i terreni che non appartengono al parco.
Già è di per sé imprevedibile la decisione di includere nella riserva i terreni demaniali regionali, anche quelli, penso al demanio di Orgosolo, che sono parte integrante dellidentità di paesi notoriamente contrari. Imprevedibile e contraddittoria rispetto al principio di autodeterminazione, se non altro perché, alla fine della storia, Orgosolo che si è sempre battuta fieramente contro questo parco vi sarà immersa a pieno titolo. Un atto di prepotenza destinato ad acuire i conflitti e a creare tensioni di cui non si sente certo necessità.
Il diritto delle comunità a entrare nel parco, al pari di quello a non entrarvi, è naturalmente sacrosanto e nessuno lo può legittimamente contestare. I comuni che hanno deciso in questo senso hanno nella volontà del governo e del parlamento di democratizzare la legge 394 una fiducia che altri non hanno. Saranno le vicende future a dire chi ha ragione. Ma, fatto il parco intorno al Gennargentu, ai comuni che ne stanno fuori si presentano ora due opportunità: ripensare la loro decisione o procedere ad un progetto autonomo di valorizzazione del Gennargentu, dei Supramonti e delle falesie del Golfo di Orosei.
La prima ipotesi è, allo stato attuale, quanto di più improponibile esista. La seconda, caldeggiata dai comitati di base contro la 394 (ai quali va comunque riconosciuto il merito di aver indotto la Regione a una maggiore considerazione della volontà popolare), è ormai ben più di una ipotesi. Le resiste solo la vischiosità tutta partitica di alcuni amministratori combattuti tra ragioni di schieramento e coscienza personale. Ma questa della progettazione di un piano integrato capace di coniugare sviluppo e tutela ambientale sul cuore del parco rimasto fuori del parco appare oggi lunica percorribile. Niente vieterà, poi, di consorziare le due riserve: quella statale e quella intercomunale.
Pubblicato sull'Unione sarda il 20.2.98
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