Il parco regionale della Corsica

Finito il tempo del turismo, la Corsica è tornata allo strabiliante fascino dei suoi monti brumosi. I villaggi sono nuovamente semideserti, restituiti agli abitanti dell’inverno. Paesi con dieci abitanti come Vizzavona, da cui inizia questo viaggio nel Parco naturale regionale della Corsica. “Qui una volta ci viveva molta gente” dice la direttrice di uno dei due alberghi sopravvissuti. “C’era la scuola e la posta. Adesso non c’è più niente. C’è solo la stazione e due alberghi. E non più più di dieci abitanti tutto l’anno”. Altrove, nei comuni del parco, le cose non vanno generalmente meglio. Se si toglie Corti, l’antica capitale corsa con i suoi seimila residenti, gli altri hanno una media di 90 abitanti a testa.
Nata nel 1972 con 42 comuni, la riserva corsa ne contava fino a pochi giorni fa 138. “Attualmente siamo in fase di rinnovo” dice il direttore del parco Joseph Filippi. “Ogni dieci anni i comuni devono rinnovare l’adesione sulla base di un progetto socio-economico”. Ed è quanto hanno finito di fare il 15 gennaio i 149 paesi compresi nel nuovo perimetro con un territorio che si estende su ben più di un terzo dell’isola. Ad oggi hanno aderito 127 paesi, ma - avvertono alla direzione del Parco in Ajaccio - ne mancano ancora 5 o 6, commissariati. “La consultazione su questo progetto” continua Filippi “sfocerà nell’approvazione di un decreto ministeriale che consentirà a tutti i comuni che hanno aderito di utilizzare l’etichetta e il marchio del parco naturale”.
Dopo i primi anni di diffidenza, insomma, gran parte dei paesi non frappongono più difficoltà a far parte del parco. Una delle spiegazioni è in quanto mi dice il direttore del parco, Filippi: “Il parco, benché retto dalla legge dello stato, ha dovuto conformarsi allo statuto speciale corso”. Jacques Leoni, direttore del settore sviluppo del parco, ha partecipato diverse volte ai dibattiti in Sardegna sul Parco del Gennargentu. Ha una sua idea del perché da noi esistano forti resistenze e in Corsica non più. “Da voi la volontà di difendere l’ambiente si scontra con un’altra volontà: non cedere a una visione centralista della difesa ambientale”.
Ma c’è un’altra ragione: la struttura economica della Corsica è assai più fragile di quella sarda. L’ottanta per cento di quel che vi si consuma proviene dall’esterno, prevalentemente dal continente francese. Nella graduatoria delle aziende, le prime otto sono commerciali, importatori e supermercati. E l’agricoltura che rende, quella nelle poche pianure, è in mano a stranieri, spesso coloni francesi cacciati dall’Algeria e dalla Tunisia.
Il parco naturale corso è, così, un’occasione economica unica. Ai primi posti fra i suoi obiettivi è quello di consentire la nascita di nuovi posti di lavoro. Alcuni li ha creati direttamente il parco. “Sono ottanta agenti” dice Joseph Filippi “funzionari incaricati di amministrare l’insieme delle competenze del parco. Ma ci sono importanti ripercussioni indotte in vari settori legati al parco”. Secondo uno studio della Cassa depositi e prestiti francese, oltre agli ottanta dipendenti, ci sono impieghi indiretti, destinati cioè a finire con la fine dei lavori pubblici e degli investimenti.
Ma ce ne sono degli indotti, circa 500, che potranno continuare a esistere anche se il parco dovesse scomparire, mi dice il responsabile del settore economico del parco, Jacques Leoni: “Questo vuol dire che si continuerà a far vivere qui 500 famiglie. Non poche se si pensa che la popolazione totale del parco è in tutto di ventimila persone”.
Uno degli ottanti funzionari del parco è Jean Paul Rocca Serra, sindaco di Rocca di Scopamena. Lo trovo nella Gite d’étape, l’alloggio di tappa, retto da Danielle e Henri Pastini, che in questa attività hanno creduto tanto da lasciare il lavoro in Francia e trasferirsi in questo villaggio con 120 abitanti nel centro dell’isola. Il giovane sindaco è raggiante, quando parla della sua gite, una delle cinque lungo il sentiero “Da mare a mare” che in cinque giorni di placide camminate porta da Portu Vechiu a Propià. “Il turismo porta ricchezza e per la prima volta da decenni a questa parte, il paese non vede diminuire i suoi abitanti” dice. Ci mostrerà poi un negozio per turisti, per così dire “municipalizzato”, affidato in gestione a una signora: “Anche questo è un posto di lavoro in più”.
Gli alloggi di tappa si trovano lungo le rendonnée, i sentieri che attraverso 1500 chilometri percorrono la Corsica. Migliaia di persone li battono da primavera ad autunno. Rendono qualcosa come 12 miliardi l’anno, più di un terzo dell’intero reddito del parco che è di circa 30 miliardi.
Là dove era cominciato il nostro viaggio, a Vizzavona, passa u trenu di Bastia che, come dice una famosa corsicana, fatu è pa li signori. Oggi non è più così: li signori usano altri mezzi di trasporto. Ma per i sentieristi e per chi fa tracking è un mezzo comodo per arrivare in questa foresta straordinaria. Il paese era una volta ben frequentato da turisti medio alti, in grado di consentirsi vacanze in un albergo che, oggi invaso dai rovi, mostra ancora la sua fastosità.
Qui, il parco ha destinato un grande edificio alla Casa di a natura, dove soprattutto i più giovani trascorrono periodi di vacanza e di studio ambientale. Il che pone problemi ai due albergatori sopravvissuti. “Noi vogliamo lavorare con il parco, tentiamo” dice una di essi. “Ma fino ad ora non c’è molta gente che ci viene dal parco. Ne abbiamo che viene perché ama i sentieri, la montagna, questi luoghi”. Come mai, chiedo all’albergatrice, il parco non facilita il vostro lavoro? Punta l’indice sulla casa di a natura.
Ma il parco corso non è soltanto promozione turistica, oltre che salvaguardia della natura. Così ne descrive la filosofia il direttore Filippi: “Le competenze del parco riguardano cinque campi. Il primo è quello dello sviluppo economico: riuscire all’interno delle microregioni in azioni che siano in grado di generare attività economiche e di lavoro”. L’altro campo è quello dei sentieri, come abbiamo visto, e qui - dice Filippi - “il parco ha una competenza particolare rispetto agli altri parchi in Francia”. Il terzo campo riguarda il patrimonio faunistico e floristico e quello architettonico. “Noi siamo incaricati di censire e proteggere le specie che vivono nelle selve, piante e animali, e di preservare ciò che resta della ricchezza del patrimonio architettonico corso. L’altro campo, forse il più importante, è la sensibilizzazione e l’accoglienza del pubblico”. Il quinto campo di intervento è l’attività di comunicazione all’esterno.
La Corsica non è, ovviamente, solo natura splendida. I resti della sua storia sono ovunque. E i paesi sono testimoni di una vicenda umana fondamentalmente fatta di occupazioni straniere e solo da poco, sotto la spinta del movimento nazionalista, la Francia comincia a destinare risorse per la scoperta dell’antica cultura corsa. Attraverso il parco, promette, ad esempio, di restaurare le antiche chiese medioevali. Come la splendida cappella, oggi in rovina, di Santa Maria Sicchè, datata dell’anno mille, con il suo campanile a vela che ricorda quella sarda di Onanì.
Il sindaco di Rocca Scopamena, Jean Paul Rocca Serra mi accompagna a vedere uno dei primi restauri ottenuti attraverso il parco. È un antico mulino ad acqua che molti anni fa produceva olio. Adesso anche l’olio è importato dalla Francia e, del resto, non varrebbe più la pena mantenerlo in funzione per i centoventi abitanti rimasti nel paese. Il restauro non è del tutto finito, mancano i macchinari che appaiono arrugginiti. “Ma vogliamo rimetterlo in funzione” dice Rocca Serra “per far conoscere ai nostri giovani: non vogliamo che si dimentichi”. Tutto sommato, c’è la speranza che se non tutti, almeno i villaggi più grossi - e uno di centoventi abitanti lo è - riprendano a vivere.
Jacques Leoni, direttore del settore sviluppo del Parco è speranzoso: “In materia di popolazione, abbiamo vissuto ciò che hanno vissuto tutte le zone rurali. C’è stato un movimento di spopolamento verso le aree urbane. L’urbanizzato, all’inizio, era contentissimo di esserlo. Da qualche tempo a questa parte ha voglia di riscoprire le sue radici, i valori, la cultura e negli ultimi tre anni c’è una forte volontà di ritornare all’interno”.
Ci deve essere un segreto nell’adesione al parco di un popolo che, malgrado sia ridotto ai minimi termini (dei duecentoquaranta mila abitanti, meno della metà è corsa), mostra un attaccamento straordinario alla sua autonomia. Com’è che un popolo il quale non ha mai sopportato di esser comandato da fuori, esprimendo questa insopportazione con mezzi non sempre pacifici, accoglie una struttura come il parco, per quanto regionale sia? La spiegazione sta forse nel come questa struttura è fatta.
José Filippi, direttore del parco: La direzione politica è composta da un insieme di 220 partner istituzionali che costituiscono un consorzio misto: i comuni, i due dipartimenti corsi e l’amministrazione regionale. I 220 eleggono un ufficio politico di trenta membri cui delegano competenze e che ha al suo interno un esecutivo di quattro vicepresidenti e un presidente”.
Tutto insomma è fatto e eletto da corsi. E tutto si rinnova ogni dieci anni, con la possibilità per i comuni di uscirne se non c’è più convenienza. Forse la fine delle diffidenze, oltre al fatto che le popolazioni sono chiamate a decidere su progetti concreti, sta proprio in questo: che a decidere sono direttamente loro.

Pubblicato sull'Unione sarda il 20.2.1998