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Il decreto presidenziale che impone il parco del Gennargentu ha un merito: prova che il ministro dellambiente non scherzava affatto quando affermava due concetti fondamentali. Uno: la legge 394, istitutiva dei parchi dello stato, non si tocca. Due: un parco del Gennargentu che non contenga i territori dellOgliastra e di Orgosolo non si può fare.
Seguendo questi principi ha scritto le 40 cartelle che travolgono le infondate illusioni di amministratori regionali e comunali sulla possibilità che si rispettasse davvero il diritto di autodeterminazione delle comunità. Che poi la firma di Scalfaro istituisca davvero il parco o, come ha scritto ieri Michele Tatti, ne canti il requiem è tutto un altro discorso. Neppure molto interessante, oggi.
Quel che conta è scovare il regista sardo che, disegnando i falsi confini della grande riserva, ha ottenuto il duplice risultato di raggirare il principio della libera adesione al parco e di sollevare le popolazioni. Est comente chi mapant mortu unu fizu a tropeju mi ha detto una donna orgolesa. Sappiamo che tremendo risvolto ci sia dietro lapparente retorica della frase. Non lo sa certamente Ronchi e temo lo ignori anche il regista sardo delloperazione che un giorno o laltro andrà pure raccontata nei suoi dettagli e cifre.
Un regista che, tanto per esser chiari, non è Federico Palomba né Pasquale Onida il quale, avantieri a Roma, ha tentato inutilmente di rimediare al disastro, scontrandosi con chi crede che barbaricini e ogliastrini per un po brontoleranno, ma alla fine cederanno al parco imperiale. Se un consiglio potessi dare ai nostri due governanti, preparino una denuncia penale contro gli imbroglioni che hanno fatto firmare loro una cartografia diversa da quella pattuita.
Adesso da questa grave vicenda (in cui il malcostume si mescola con una proterva inconsapevolezza) bisogna pur uscire senza troppi danni, soprattutto per quelle comunità che vogliono far parte del parco. Ad esse bisogna assicurare quel rispettoso riguardo che altri non ha avuto per i paesi del no. Ma per uscirne, non resta altro se non che la Regione ritiri la propria firma dallintesa.
E lasci per sempre da parte lillusione di poter modificare la legge 394 in senso più rispettoso delle prerogative autonomiste. Ronchi è stato sempre onesto e lineare almeno in questo: chi vuole un parco nazionale si deve piegare a questa legge.
Sepolta, per quanto ci riguarda, la 394, il governo regionale si faccia promotore di un contratto sociale fra comuni, forze culturali e sociali, provincia per la definizione di un progetto di prosperità fondato sullambiente. È pur vero che questo comporterà la perdita di un pugno di miliardi statali, pochi del resto e incerti. Ma saranno sicuramente compensati dalle opportunità che possono dispensare la serenità dellesser protagonisti delle scelte e la consapevolezza di esser gestori di un bene sempre più raro nellEuropa industrializzata: la qualità dellambiente e della sua cultura.
Pubblicato sull'Unione sarda il 4.4.98
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