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La vittoria (provvisoria) sul fondamentalismo del ministro dellAmbiente ha un babbo dalle molte facce. Quella delle comunità in primo luogo. Ma anche dei sindaci, del consiglio regionale passato e dellattuale governo sardo. Ha persino il volto di Legambiente che ha tirato il freno della vettura con cui pensava di aver imboccato unautostrada diritta. E ha anche il viso di quanti, ancora prima che il parlamento italiano approvasse nel dicembre 1991 la famigerata legge 394, si sono organizzati per studiare e sottopporre a critica la maniera con cui si voleva istituire sui monti del Gennargentu un parco statalista.
Ci sono, è vero, mosche cocchiere che dal corno in cui si trovano neppure riescono a misurare le dimensioni dei buoi che suppongono di dirigere. Ma est minutalla. Quale che sia il giudizio su questa battaglia decennale, è difficile non riconoscere che lattuale condivisione quasi generale delle ragioni del no ad un parco centralista, e per ciò stesso antisardo, è il risultato di un lento processo democratico con forti tensioni autonomiste. Chi dice che insieme al parco del Gennargentu si sta perdendo lultima occasione di sviluppo delle terre interne afferma qualcosa di profondamente sbagliato per tre ordini di ragioni.
Il primo e più evidente è che nessuno mai ha proposto un modello di sviluppo legato al parco neppure per timidi cenni. Il secondo è che valori come i diritti storici delle comunità, la loro autonomia, il sentimento di appartenenza alla terra non possono essere monetizzati. Il terzo è che il parco (qualsiasi parco, non solo quello inaccettabile della 394) è uno degli strumenti possibili di sviluppo con lambiente e intorno ad esso. Se vada bene o vada male è oggetto di una valutazione assai più complessa di quanto possa immaginare un club di illuministi, per non dire dei parchisti-leninisti che da anni ci angustiano.
La ragione che ai sei sindaci ogliastrini e al movimento di Alessio Pasella ha dato il commissario per gli usi civici è una vittoria del buon senso. Da anni, anche su questo giornale, vado personalmente sostenendo che una legge ordinaria non può prevalere su diritti collettivi di rilievo costituzionale. Del resto la preesistenza delle comunità alle strutture istituzionali che le governano è riconosciuta anche dalla legge 142. Il provvedimento del giudice Corradini non cancella, però, il rischio che Ronchi se la tenti. Il ministro, in fondo, ha a suo conforto decisioni assunte in Sardegna e poco conta che siano per lo più illegittime se non illegali. Le ha.
Non è, dunque, il caso che regione, sindaci e comunità dormano. Né che affidino solo alla magistratura la soluzione di un problema che è sempre stato e continua ad essere di ordine politico. Solo con il ritiro (o la sospensione sine die) del decreto di Scalfaro, manifestamente dannoso per la Sardegna disse il Consiglio regionale due anni fa, si possono fermare le tensioni. E questo può essere il frutto solo ed esclusivamente di una battaglia politica. Se unitaria ancora meglio.
Pubblicato sull'Unione sarda il 29.1.2000
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