Alcuni capitoli di

La Caccia

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“Dite un po’, zio, ma voi il mare l’avete mai conosciuto?” chiese inaspettatamente Zaime. Seduto su un masso, Zuanne Sanna passava il tempo intagliando un pezzetto di legna con un vecchio coltello a serramanico. Lontano il mare di Orosei luccicava e nella pianura fili di nebbia nascondevano in rapida successione ora case in rovina ora resti di ovili.
“Eccome. Quando avevo la tua età, ho fatto un sacco di tuffi laggiù” rispose, indicando il mare con un cenno della testa. “Da quelle parti ci sono coste davvero belle. Bèrchida, Biderrosa, Fuile de mare, Osala... E a quel che dicevano, al di là di quei monti, ci sono spiagge fra le più belle del mondo.”
“Sapete? Non arrivo nemmeno ad intuire che cosa si provi a fermarsi vicino al mare. Un giorno che ne avete voglia me lo racconterete, eh?” disse il giovane avvicinandosi alla roccia su cui si era seduto lo zio.
“Dici nulla. È come se mi chiedessi di raccontarti colori e profumi e sapori. Per uno come me, temo che sia proprio impossibile.”
Zaime prese da terra il libro che aveva preso con sé e, in silenzio, si mise a leggere. L’uomo lo guardò, di nascosto. Figlio della sorella, Gràssia, il ragazzo aveva diciotto anni e il privilegio raro di studiare. Molti suoi coetanei, come del resto la maggior parte dei giovani dell’Interno, erano assistiti o pensionati. Altri giravano le campagne e i monti, chi pascolando chi facendo il bandito e chi addestrandosi per La Caccia, allenandosi alla morte. Come la cosa sia cominciata, oggi lo si sa, anche grazie a Zuanne, Zaime e gli altri. Cominciò quando alla società Costa Smeralda diedero il permesso di costruire senza limiti. Lì fu fissata la coda di quel serpente di cemento che, strisciando lungo il mare, in venti anni a quello stesso punto tornò con il suo capo dopo centinaia di chilometri di case, reti elettroniche e guardie armate, per lo più sarde, e un corteo di muri eretti a separare quelli dell’Interno da quelli dell’Esterno.
A furia di scolpirlo, Zuanne aveva trasformato il pezzo di legno in bullinu, un giuoco che l’uomo aveva conosciuto nella sua infanzia.
“Zaime, di’ un po’, tu che stai studiando antropologia, sai che cos’è questo?”. Gli mostrò il pezzo di legno a due punte.
“E che ne so? Se mi chiedete qualcosa della Transilvania, è probabile che sappia dirvelo, ma se è roba di qua, nulla.”
“È un bullinu. Guarda un po’, vediamo se me ne ricordo.” Scese dalla roccia e posò per terra il gioco. Prese un bastone, ciò che restava del ramo, e picchiò forte su un’estremità del legno che si impennò volando in aria. Lo colpì subito con il bastone e facendolo volare a gran velocità saltando due lecci in filata.
“Un baseball selvatico; bello” sorrise Zaime. “Mai vista una cosa così”. Rimase un attimo pensieroso e chiese: “Zio, secondo voi, potrebbe essere considerato un’arma?”
“E chi lo sa? Perché?”
“Niente, così. Stavo pensando che se qualcuno, per La Caccia, riuscisse ad usarlo come si deve, potrebbe dargli qualche dispiacere a quelli lì” disse facendo con la testa un cenno verso l’Esterno.
“Dammi retta: lascia stare queste sciocchezze. Visto che hai la fortuna di studiare, pensa ai libri.”
“Tanto ce ne sono altri, vero, costretti alla Caccia”. Il giovane socchiuse gli occhi. Subito dopo, scuotendo la testa, mormorò: “Scusate”.
“Non è mia la colpa. Stesse a me, La Caccia l’abolirei oggi stesso. C’è un sacco di gente che spreca la vita. E perché, poi?”
Zaime si alzò, dopo aver piegato un angolo della pagina che stava leggendo. “Il perché lo sapete, zio Zuanne. Eppure, almeno lo facciamo sentire che all’Interno c’è ancora gente.”
“Piano, bello mio. Se almeno ci fossero davvero queste spinte. Non metterti in testa queste chimere. Stiamo scomparendo per dimostrare quanto siamo valorosi. Cento cinquanta mila morti e feriti in sei anni; ma te ne rendi conto? Quelli laggiù ci stanno comprando per un pezzo di pane pur di divertirsi.”
“Lo so che è una faccenda terribile. Eppure c’è qualche segnale che le cose stanno cambiando.”
“Sarebbe a dire?”
“Dicono che ora ci sono gruppi di ragazzi che hanno imparato ad addestrarsi in banda. Pare che non sia più come un tempo, quando la gente andava da sola alla Caccia, fidando solo nella sua forza e nella capacità di correre, di nascondersi, riconoscere gli odori e cose del genere. Dicono che ora partono naturalmente ognuno per conto suo, perché così impone la legge, ma una volta superato il confine si riuniscono in gruppo e tutti seguono un piano concordato. Se è vero quanto mi hanno raccontato, durante l’ultima Caccia, un gruppo di quindici ha perso solo due elementi e ha riportato a casa soldi e un mucchio di altra roba.” Le parole gli scivolavano alla svelta dalle labbra e per rafforzarle tambureggiava il palmo della mano sinistra con l’indice dell’altra.
“Sei un sognatore, Zaime” lo gelò lo zio.
“Deve essere per questo che le cose stanno andando così bene nell’Interno, perché ci siete voi, i realisti.”
“Ascoltami bene, tu. Guarda che sono i sogni che ci hanno ridotto così, accidentaccio. I sogni e la nostra incapacità di scendere dall’utopia ai fatti.”
“E allora?”
“E allora che?”
Zaime non si scompose per niente e insistette: “E allora, che cosa fare? Se non fosse per La Caccia, al mare non possiamo avvicinarci, su questi monti non possiamo andarci e ne lavorarci, visto che ormai li hanno trasformati tutti in riserve, e dato che questo non basta...”
“Lo so, accidenti. Ma che possiamo farci? Nulla. Siamo circa ottocento mila e loro cinque milioni e forse più. Se ci sparano una scorreggia ci annientano tutti quanti siamo e in più ci facciamo uccidere come cinghiali. Ma dobbiamo rassegnarci, ragazzo mio. Siamo come i pellerossa d’America. La nostra storia è arrivata al capolinea; pazienza.”
Ci fu un lungo momento di silenzio. Zaime tornò a sedersi nel masso sul quale aveva appoggiato il libro. Lo prese in mano, aprendolo e cercando di leggere. L’orologio che aveva Zuanne trillò tre volte: le tre del pomeriggio e stava per scadere il permesso che aveva ottenuto di stare sull’Ortobene. Entro mezz’ora dovevano nuovamente presentarsi all’ingresso del parco, giù, alla Solitudine. Da quando gli avevano diagnosticato un cancro al fegato, Zuanne saliva quasi ogni giorno al monte. A dire il vero, il responsabile dei parchi montani, Mario Brambilla, non l’aveva fatta lunga per concedere il permesso a lui e a un accompagnatore. Secondo il medico, quella passeggiata non serviva a guarire né a allungare l’esistenza, ma solo a viverla meglio, quel po’ di vita che gli restava. Diceva che più dell’aria valeva la psicologia.
“Dobbiamo andare?” chiese Zaime.
“Sì. E anche oggi hai fatto la tua buona azione” disse lo zio, prendendo il coltello a serramanico dalla roccia. Lo chiuse e se lo mise in tasca.
“La buona azione la state facendo voi: salire qui al monte è una soddisfazione che neppure immaginate”. Zaime si alzò e si avvicinò allo zio, aiutandolo a scendere in una piccola scarpata vicino alla strada che avevano percorso qualche ora prima. “Mi si affacciano pensieri che in città non riesco a governare. Vedere Corrasi, Supramonte, Gennargentu e laggiù il mare è come impadronirmi nuovamente di una cosa che ci hanno rubato.”
“Di nuovo? Ma è un chiodo fisso, il tuo.”
“Perché, non è forse vero?”
“E con questo? Ora che sai la verità, pensi che ci si siano rimedi?”
“Cambierà” fece Zaime. “Vedrete che cambierà.”
“Sarei davvero stupito, e non poco, se dovessi vederlo con i miei occhi” scherzò Zuanne. “Andiamo” disse prima che il nipote, accorgendosi della gaffe, gli chiedesse scusa. “Abbiamo meno di mezz’ora per scendere alla Solitudine”.
Zuanne conosceva viottoli e sentieri come se la loro immagine si fosse fissata nella memoria con segni, colori e profumi indelebili. Da ragazzino saliva con i compagni di scuola e con il maestro passando lungo una via crucis antica quanto i tratturi dei pastori e dei caprai. Allora la strada asfaltata esisteva da più di cinquant’anni, ma era gran prova di valore per quei bambini salire e scendere riconoscendo i sentieri degli antichi, passando in mezzo ai boschi di lecci, alle pinete e alla macchia, seguendo le tracce sempre più labili in quelle piste secolari.* Si sentiva tranquillo e sereno come se davanti a sé ci fossero non cinque, al più sei, mesi solo da vivere, ma anni e anni. Il male aveva cominciato a progredire, ma non si faceva ancora sentire e così scendeva saltando come neppure Zaime ce la faceva. Rocce e alberi e luoghi misteriosi che avevano conosciuto gli antichi erano ancora lì, schierati come il tempo. Era un giorno di febbraio così calmo e tiepido che sembrava primavera: c’erano mandorli e peschi fioriti, una macchia bianca e rosa giù in basso, come molti anni prima. Un’immagine rapida come un lampo gli corse lungo i nervi della memoria: un bambino saltellante su uno spiazzo, allora lungo e largo tre volte lui e ora neppure una volta e mezzo la sua altezza. La tomba dei giganti lo chiamavano. Saltandogli sopra, si sentiva una suono grave e profondo, come se ci fossero lì sotto grandi caverne, luogo di tesori nascosti e di janas addormentate. Mistero allora e mistero in quel momento.
Zuanne fu preso dalla bramosia di fare qualcosa per lasciare in segno che in quei luoghi egli ci era passato, un segno duro a morire come il tempo, che fosse durato anche dopo la sua partenza, una cosa che non avrebbe potuto esistere senza il suo passaggio lì, senza la sua esistenza. In silenzio e spedito, Zaime gli stava dietro, incantato, a qualche passo di distanza. “Scommetto che mi capirebbe, con le idee che ha” gli venne da pensare a Zuanne. “Per dire, basterebbe di far rotolare quella grande pietra rotonda lassù sopra queste tombe e la natura non sarebbe più la stessa” si disse. E certo nei ricordi degli abitanti di Nuoro ancora per cent’anni sarebbe rimasto più questo fatto dell’aver lui tradotto in sardo “Le fleurs du mal”, per dire, o “Les mains sales”.

Millu su sero dèghidu, amigu de su crimenale,
crompit che a unu còmplitze, a s’ascuse, su chelu
si nche cuguzat a bellu a bellu che a un’alcova manna,
e s’òmine iscrètidu si mudat in una fera...

“Che razza di poeta, eh Zaime?” gli disse lo zio, fermandosi davanti a un enorme cespuglio di mirto.
“E che razza di lavoro sterile, il vostro. Neanche gli antropologi si ricorderanno che nel 2039, qualcuno finì di tradurre “I fiori del male” in una lingua moribonda. Se, almeno, fossero morte tutte le opere che uno traduce in sardo. I posteri, così, ricordando l’ucciso si sarebbero ricordati anche dell’uccisore” disse Zaime, cavando parole svelte una dopo l’altra come se per tutto il cammino altro non avesse pensato. Zuanne aveva fantasticato di legare a una roccia il suo veloce transito nel mondo; Zaime legava a una morte più grave l’esistenza di una memoria.
“Siamo proprio ben messi” uscì dalle labbra di Zuanne ciò che gli sembrava ben chiuso in mente.
“Perché?”
“No, così. Mah. Andiamo che mancano solo dieci minuti.”
Zuanne prese due foglioline di mirto e stropicciandole fra due dita ne ingoiò il profumo a pieni polmoni.
“Ma che state facendo? Lo sapete che è vietato?” lo richiamò Zaime.
“Che razza di ribelle. Non è che adesso mi denunci?” scoppiò a ridere Zuanne. “Andiamo, va’, che non se ne accorgerà nessuno.”
Uscendo dall’ingresso della Solitudine, due giovani li fermò, chiedendo il permesso. “Eh, signor Sanna, tre minuti di ritardo anche oggi, eh? Non ci costringa a far rapporto” disse in italiano uno dei due, quel che sembrava il più alto in grado. “Altrimenti...”
“Altrimenti ci metti un occhio ogni natica e il naso dove va va” inveì a denti stretti Zaime.
“Che cosa sta dicendo?” chiese l’altro giovane.
“Che avete ragione. Staremo più attenti domani” rispose nella stessa lingua Zuanne, preso da una voglia che non sapeva che fosse, se applaudire il nipote o dargli un pugno in testa.
Salvo qualche giorno di freddo ostile, l’aveva fatta ogni mattino la sua passeggiata al monte. Il dolore lo afferrava raramente ma gli sembrava quello stesso fastidio che, nei tempi passati, aveva provato l’indomani di una notte di sbronze. Una fitta al fegato che bisognava solo ignorare per levarsela di torno. Il medico lo aveva avvertito che agli inizi gli sarebbe sembrata acqua fresca. Ma non era l’inizio: se davvero doveva andarsene alla fine di luglio, mancavano solo cinque mesi, ormai.
Zaime non gli aveva più parlato delle sue meditazioni. Nel passato, per il vero, parlava poco di tutto. Gli piaceva molto ascoltare lo zio che raccontava storie del tempo passato. Quando c’era, nelle narrazioni di Zuanne, qualcosa che gli stimolava la fantasia, si curvava su un quadernetto di appunti posato sulle ginocchia. Quelli di Zuanne erano ricordi, quasi mai cose precise: ricordi suoi e ricordi di storie sentite dai vecchi. Da quando, quarant’anni prima, intorno al 2000, i giornali di carta erano stati cambiati con quelli elettronici, memoria non ce n’era più. Adesso, gli archivi dei giornali si erano lentamente trasformati in polvere, perché la carta usata alla fine del secolo scorso aveva una durata al più di cinquant’anni. Allora li avevano microfilmati e trasportati negli archivi di Roma e di Milano. Solo due o tre caste nell’Interno li potevano consultare: i comandanti delle forze di polizia, gli alti gradi del governatorato e i capi militari. Questo riguardava le notizie del governatorato di Sardegna, per il resto censura non ce n’era e chiunque, con un terminale anche domestico, poteva sapere che cosa fosse successo un giorno qualsiasi anche del passato. Poteva conoscere tutti gli avvenimenti dovunque fossero capitati, da Washington a Torino a Mosca, dovunque fuorché in Sardegna. E per questo i racconti fatti da Zuanne al nipote non erano sicuri: ricordi e a volte anche labili. Quando s’accorgeva che la sua mente non riusciva a fissare un’immagine messa bene a fuoco e senza tremolii, raccomandava a Zaime: “Senti, questa non scriverla neppure”.
“Ma vi sembra giusto che non abbiamo una memoria?” disse Zaime un giorno che lo zio non ricordò una gran mole di fatti. Lo vedeva sulle spine, Zuanne. Zaime non osava tirare fuori tutto quello che gli rodeva dentro e lo zio non osava chiederglielo. E continuava, in quei momenti di svago, passeggiando nel monte, a raccontare storie grandi e piccole, neppure immaginando che cosa stava costruendo, così facendo.
“Il ventotto di questo mese compio gli anni, ve ne ricordate?” gli chiese un giorno.
C’era vento quel pomeriggio, vento corso, freddo e intenso e i due riposavano dietro le rovine di un vecchio albergo. E..T, si leggeva in una lapide caduta dall’alto. Di fronte a loro, il panorama bello e mesto di Corrasi e ai suoi piedi le case e i palazzi di Oliena. Conservava ancora il nome, ma ormai era solo un quartiere di Nuoro. Lontano, a destra, i paesi senza gente, quelle che si vedevano come Orgosolo e Fonni e quelle nascoste, Mamojada, Gavoi, Lodine e tutte le altre, uccise dal parco. Solo fantocci, ombre che passeggiavano aspettando di partire per le Città dei vecchi o di morire; case svuotate di gente viva e piene di memorie cupe, sottili, in equilibrio fra ricordi sconosciuti e difficili a conoscere. Piene anche di testimonianze che solo i vecchi potevano trasmettere se qualcuno li avesse potuti interrogare e che, in ogni caso, sarebbero stati racconti senza segni. E del resto che cosa avrebbero potuto raccontare, se i racconti non avevano storia? Esisteva soltanto ciò che era racchiuso nella grande mente dell’Unità centrale del governatorato, del Palazzo come lo chiamava la gente. E che cosa esistesse e che cosa no era deciso da chi immetteva le notizie nell’Unità.
“Potessi immetterle io” pensò Zuanne. Tremò, riflettendo a quanto, all’improvviso, gli era passato per la mente: pensieri che gli venivano direttamente dai tempi della giovinezza quando progettavano, lui e i suoi amici, tempi diversi da questo. Allora l’utopia si trascinava appresso molta gente che pensava, meditava, progettava o solo sognava.
“Adesso non vale nulla, neppure l’utopia più sfrenata, visto che non c’è niente da architettare” pensò. Ed era per questo che le idee venute ad impadronirsi della sua mente lo intimorivano. Mettersi in testa di cambiare una costruzione così esatta come quella che li circondava non era più un’utopia, era una pazzia.
“Mi state ascoltando?” chiese Zaime, strappando i fili dei suoi pensieri. “Il ventotto è il mio compleanno.”
“Ho sentito. Che cosa vorresti come regalo? Ci ha pensato?”
“Sì, zio Zuanne. Un regalo grande mi potete fare. Sareste disposto a tenere qualche conferenza a me e ad alcuni amici miei?”
“E su che cosa? Se mi togli dalla letteratura francese...”
“Sulla storia sarda” lo interruppe. “Quello che mi state raccontando in questi giorni.”
“Zaime, sai benissimo che non lo posso fare, che mi è vietato. Perché non lo chiedete ai vostri professori? Loro il permesso lo hanno” rispose, pur sapendo la risposta che, conoscendolo, avrebbe avuto dal nipote.
“Lo sappiamo a memoria quello che dicono e che possono dire” rispose, infatti. “Non è questo che vogliamo. Loro dicono che la politica prima della Fusione era solo chiacchiera, imbroglio, pettegolezzo. E dicono che un professore non può confondere la testa dei ragazzi con quella segatura.”
“Purtroppo non hanno tutti i torti, anche se, insomma, non è che le cose stiano proprio così” ammise.
“Visto? Posso anche sbagliarmi, eppure credo che qualcosa potremmo cambiarla, conoscendo quello che loro chiamano segatura.”
“Io storie ne so, ma non mi pare che abbia cambiato qualcosa, o no?”
“Perché siete solo e, scusate, non è che ne avete molta voglia di cambiare le cose” disse Zaime, la testa bassa per non guardare lo zio.
“Sarà come dici, ma io quello che chiedi non te lo posso dare” insistette Zuanne. “No ho alcuna voglia che mi caccino dall’università.”
Zaime stava per aggiungere qualcosa, ma fu vinto dall’imbarazzo; restò in silenzio, fissando Zuanne che, all’improvviso, fece un sorriso cupo: “Se dall’università non mi cacciano loro, ci penserà Essa, presto” disse a labbra strette.
“Zitto, non voglio neppure sentirne ragionamenti così. Avete ragione: non è giusto chiedervelo” disse il nipote.
“Niente affatto, non ho affatto ragione”. Rimase un momento in silenzio. L’idea di tornare in braccio all’utopia non gli sembrò improvvisamente così brutta, ora che Zaime gli stava offrendo strumenti per coltivarla, questa utopia. Anche se non era proprio esatto chiamare strumenti una banda di giovani, coetanei e amici del nipote: in realtà erano loro a considerarlo uno strumento. “D’accordo. Quando volete. Ma vorrei ricordati che se ci trovano complottando così, lo sai, ci sarà un castigo anche per voi.”
“Certo” rispose. E scoppiò a ridere come un bambino cui avessero fatto un grande regalo. “Ma non ci scopriranno, scommessa?”
“E tutta questa sicurezza da dove ti viene? Lo sai che c’è la galera per riunioni di questo genere senza il permesso del governatore?”
“E che cos’è che possiamo fare? Si farebbe prima a dire che cosa possiamo fare che a elencare che cos’è proibito. Eppure, sono così superbi, così sicuri di averci trasformati in un gregge, che ormai non stanno più facendo alcun controllo.” Zaime si sedette sui calcagni, mettendo un ginocchio in terra. Si guardò in giro e, a voce bassa, aggiunse: “Del resto non crederai che è la prima volta che ci riuniamo?”
“Ah no? Ma allora siete esperti rivoluzionari.”
“Non scherzate, zio Zuanne. Il coraggio c’è. È la conoscenza che ci manca. La nostra è davvero piccola” disse serio serio, come che quell’ironia dello zio lo avesse ferito malamente.
Zuanne la sua decisione l’aveva presa. Ma gli si stringeva il cuore per quel ragazzo a cui avrebbe dovuto dire di studiare, seriamente e con tranquillità, e che invece stava trascinando in un rischio senza sbocchi. Eppure, forse, meglio così. Per le idee che aveva in testa, meglio che cospirassero, lui e i suoi compagni, piuttosto che si iscrivessero alla Caccia.
“Dimmi un po’: e per quando dovrebbe essere?” gli chiese.
“Anche stasera, zio. Se potete” rispose, alzandosi di botto; e la faccia gli si accese di un rossore di contentezza.
Non l’avrebbe mai sospettato che a Nuoro ci fossero ancora case come quella che Zaime e i suoi compagni avevano trovato. Per quel che ne sapeva Zuanne, che dal suo quartiere non usciva mai, avrebbero dovuto esser tutte cadute a terra o trasformate in grattacieli; e invece, a quel che pareva, ce n’erano ancora. E già il fatto che avessero scelto quella casa persuase Zuanne che quei ragazzi non erano poi tanto imprudenti. Aveva quattro ingressi diversi da quattro vie diverse: due sbucavano in un grande cortile e due direttamente in casa. Il che consentiva di non entrare tutti quanti dallo stesso ingresso.
Nella cucina, all’entrata di Zuanne e di Zaime, c’erano già dieci giovani. Presentandoglieli, Zaime si limitò a dire il loro nome e la loro occupazione. Seppe così che fra di loro c’erano sei studenti, un pastore, due disoccupati e una sarta. Nella stanza c’era un tavolo, lungo almeno tre metri, fatto di legna che doveva essere o di olivastro o di ginepro. E denunciava una maestosità che solo i secoli sanno dare. Gli “alunni”, chiacchierando a voce bassa ma con allegria, si erano messi a sedere intorno al tavolo, lasciando il capo a Zuanne. Nessuno aveva fogli, né quaderni né penna. Guardandosi intorno, Zuanne stava ritornando in mente perché quella cucina gli fosse familiare, conosciuta, visitata chissà quanti anni prima. Rimirando la scena, gli occhi si erano fermati, e non una volta solo, sulla ragazza che gli sedeva davanti.
“Com’è che si chiama?” cercò di ricordare. Anche lei lo guardava, voltando gli occhi perché non incontrassero quelli del professore.
La cucina era quella del “Museo de su Connotu”, aperto nel 1998 e chiuso ventottanni dopo, passati un paio di giorni dalla Fusione perfetta. Oltre al tavolo, una piattiera piena di polvere, casseruole e pentole di rame e un camino che forse non aveva conosciuto il fuoco da anni e anni: non c’era nient’altro a ricordare che cosa ci fosse lì un tempo.
Senza fretta, uno a uno i giovani avevano smesso il loro conversare. “Annedda. Quella ragazza si chiama Annedda” il ricordo tornò all’improvviso. Lei lo stava guardando, ora con occhi fissi, mettendolo in imbarazzo: provava un desiderio che gli sembrava storia passata e che non aveva più sentito con le donne che in quegli ultimi anni lo avevano amato. “To’, eccolo qui: sesso e rivoluzione” pensò, e l’allusione traversandogli la mente come un lampo gli accese un sorriso. La ragazza, pensando che il sorriso fosse per lei, lo ricambiò, rimescolandogli il sangue.
“Bene, zio Zuanne, vogliamo cominciare?” chiese improvvisamente Zaime. E restituì senno allo zio.
“Mettiamo fuoco, allora” disse questi. “Che dite? volete che racconti io le poche cose che so o mi chiedete voi le cose che vi interessano?”
“Raccontate voi” rispose Annedda. Il maestro si guardò in tondo e tutti fecero di sì. Il racconto durò un paio d’ore, a salti e con molte cose dimenticate. Fu come se Zuanne avesse capito solo allora: all’improvviso li si era liberata la mente e aveva visto chiaramente che cosa significasse l’aver negato documenti e testimonianze. Accidenti, se era ben pensata la cosa. Anche se ai più vecchi come lui non avevano potuto cancellare la memoria, i ricordi non coltivati e non trasmessi si stavano facendo sempre più deboli. Qualcosa la ricordava (e non poca, come si accorse parlando) e malgrado ciò la certezza si faceva evanescente. Chi, per caso, avesse ascoltato uno che raccontava in quella maniera avrebbe pensato che si trattava di favole inventate, come quelle della mamma del sole o della mosca folle. I giovani lo avevano guardato meravigliati quando aveva raccontato che i nuraghi erano costruzioni fatte dai sardi migliaia di anni prima e non edifici fatti il secolo scorso da gente che cercava di inventare per la Sardegna una storia che mai era esistita.
“Questa poi” esclamò una ragazza “Ma se fosse così, non ci sarebbero forse libri o almeno qualche scritto?”
“Eccome se ce n’erano, ma al tempo della Fusione se li portarono all’altra parte del mare, insieme agli archivi. Allora io avevo venticinque ventisei anni e ricordo come fosse oggi lo scandalo che successe quando qualcuno affermò che quei libri erano stati scritti per intossicare la gente. E quanti ne imprigionarono e esiliarono di sovversivi che affermavano che in realtà erano i fusionisti a raccontare balle.”
Zuanne fece un pausa, pensieroso. Lo assalivano i ricordi, insieme all’insulto velenoso che gli avevano gettato addosso i suoi compagni di allora, il giorno che aveva accettato di entrare nell’amministrazione dopo aver giurato fedeltà alla Fusione. Nella cucina si era fatto un silenzio profondo. Raccontare di quella sua debolezza non era il caso, sarebbe stato come togliere fiducia a quei ragazzi. Forse un altro giorno, quando avessero potuto capire le chimere sue e di quelli come lui. Erano entrati nell’amministrazione confidando che i tempi cambiassero in fretta e che il cambiamento lo si poteva ottenere standovi dentro.
“Ricordo un amico, mio coetaneo, Antoni Pala si chiamava, un ragazzo di Orune che allora era un paese per conto suo. In un pozzo aveva trovato bottoni e brandelli di vesti etrusche. Questo voleva dire che quel pozzo lo avevano costruito almeno al tempo degli etruschi. Lo incriminarono accusandolo di aver rubato quei reperti da un qualche museo per nasconderli dentro il pozzo. E avevano persino scoperto da dove li aveva rubati. Il direttore del Museo di Cagliari confermò.”
“Diamine, non l’avrei mai creduto che la memoria storica fosse pericolosa fino a questo punto” esclamò Annedda Lizos.
Zuanne le lanciò un’occhiata e lei gliela restituì, aprendosi in un riso allegro. “Dica, professore, le vorrei fare una proposta” gli disse. “Sarebbe possibile pubblicare queste storie che ci sta raccontando?”
“Il danno sarebbe poco. Se pensate che abbia senso quel che vi ho detto e che possa servire a qualche cosa, io non sono contrario” gli uscì, subito pentendosi della prodezza fatta solo per stupire quella ragazza;
“Se ha senso, dite? Ci avete fatto affacciare a un mondo mai intuito né conosciuto” disse la sarta che stava seduta accanto al nipote. Fu allora che Zuanne si rese conto che i due si tenevano per mano.
“E però, ragazzi miei, c’è un ma; per dirvela chiara, io tempo e voglia di mettermi a scrivere non ne ho...”
“Zio Zuanne, se siete d’accordo a scrivere ci pensiamo noi. È tutto registrato qui” disse Zaime, mostrando il suo orologio.
“Delinquente che non sei altro” esclamò, scoppiando a ridere e mettendo di buon umore anche gli altri. “Ma che cosa sono, scherzi da fare a un povero zio?”
A tre a tre uscirono, dopo aver fissato il giorno del nuovo incontro. Per ultimi erano rimasti Zuanne, Zaime, Annedda e la sarta, Bissenta. La presenza di Annedda aveva messo in cuore a Zuanne una contentezza nuova; gli sembrava un peccato rompere quell’intesa silenziosa, mascherata dietro parole dette per prendere tempo. Annedda se l’aveva rimirata, studiandola da presso e più la guardava e più gli appariva graziosa. Alta, sottile, capelli e occhi neri, il viso ovale sembrava uno di quei dipinti di parole degli antichi mutos. Ma era la sua voce bassa e flemmatica che più gli suscitava pensieri piacevoli.
“Andiamo” disse all’improvviso Zaime. “Adesso gli amici dovrebbero essere abbastanza lontani e penso che potremmo uscire anche noi.” Aveva un’aria malandrina della creatura che sta per ricattare un grande, sapendo che lo ha in pugno e lo può corrompere a piacimento. Chi sa quante volte, prima che li chiudessero nella Città dei vecchi dell’Asinara, anche il babbo e la mamma avevano dovuto piegarsi a lui (“Io a tenere Gràssia ci rimango, ma domani...). L’espressione di Zaime era la sua di allora, cose conosciute.
“Se volete, adesso accompagniamo Annedda e Bissenta e magari voi potreste invitarci a cena” disse il nipote sorridendo “ma stanotte, a casa, potreste dirmi qual è la maniera più giusta per cominciare questo lavoro.”
Il sì gli uscì in un sospiro.

Il discorso più importante doveva essere quello che riguardava gli anni in cui Zuanne aveva conosciuto, o studiato quando ancora si poteva, e così fu. Giorni e mesi non ne ricordava poi molti e, a volte, neppure l’anno gli tornava in mente. La grande idea l’ebbe Tzitzitu Pirari, studente del secondo anno di storia moderna. “Zuanne, forse ti ricorderai qualche relazione tra fatti capitati qui nell’Interno e altri successi altrove, o no?” chiese l’ultima sera di quelle lezioni.
“Non ti capisco bene.”
“Poniamo, per esempio, che abbiano deciso di chiuderci le coste, si fa per dire, quando la Libia e la Francia si dichiararono guerra. Siccome chiunque lo voglia può trovare negli archivi tutto ciò che riguarda la storia internazionale, sapremo subito che quelle chiusure le hanno fatte, poniamo, nel 2004. Capito, ora?”
“Come no” rispose Zuanne. Era contento come una pasqua. Aumentavano le occasioni per incontrarsi e, dunque, per stare insieme a Annedda. “Torniamo al discorso che facevamo prima, sulle grandi manifestazioni che ci furono quando avevano sciolto il partito nazionalista. Vi avevo detto che avevano fatto votare anche i due milioni di forestieri che al tempo stavano sulle coste che ancora non erano state chiuse. E benché quel partito avesse più del cinquantotto per cento del voto dei sardi, non raggiunse il venti per cento del totale. E così ai forestieri toccò quasi il settanta per cento dei seggi nell’allora Assemblea sarda.”
“I sardi scesero allora in piazza, stavi dicendo, e ci furono morti e feriti a centinaia” continuò Annesa Frore, come se stesse ripetendo la lezione.
“Già. Ma dovevamo trovare la data seguendo l’idea di Tzitzitu. Eravamo, dunque, o alla fine di marzo o agli inizi di aprile del 2025, perché mi ricordo che Zaime era nato da appena qualche settimana.”
“Che razza di evento storico, accidenti” disse con aria molto seria Bissenta Pilisca, mettendo una mano nei capelli di Zaime e arruffandoglieli.
“Stai buona, che non è finita” continuò Zuanne che, socchiusi gli occhi, stava seguendo pensieri leggeri come la nebbia. “La data la possiamo stabilire perché mi ricordo che lo stesso giorno del massacro, a Milano avevano ucciso l’ingegnere capo di “Olbia 2”. E dunque si tratta di far girare in un computer gli articoli del “Corriere della Sera” dal 28 di febbraio alla fine di aprile di quell’anno. Era questo che intendevi, Tzitzitu?”
“Proprio così” confermò lui. “E adesso vediamo se ce la facciamo a tirarti fuori dalla mente altri ricordi.”
“Via.”
Dapprima uscì un qualcosa senza alcun ordine, perché ciascuno gli chiedeva ricordi saltando da pala in frasca. Ma anche così, il quadro che ne usciva fuori era interessante. Zuanne non ricordava tutte le “relazioni di avvenimenti”, come le chiamò Tzitzitu. Siccome, però, Zuanne ricordava la sequenza degli fatti, a tutti gli spazi vuoti di memoria mettevano un “più o meno” e il disegno storico non cambiava di molto.
“Che cosa dovremmo sapere dell’Esterno, ora che abbiamo un quadro dei tempi delle chiusure?” chiese Annesa.
“Secondo me” disse Totòi Frore, il pastore “sarebbe importante sapere perché hanno chiuso con barriere elettriche e muri anche i Campidani e il Cixerri, oltre alle marine.”
“E perché?” chiese Portolu Paùlis, un giovane disoccupato che passava gran parte del tempo ad ascoltare, in silenzio.
“Si dice che laggiù ci sono basi militari ovunque. Ma se fosse vero, dove ci starebbero i due milioni e più di abitanti? Non mi pare che basi militari e popolazioni possano andare a braccetto così.”
“Giusto” riconobbe Zuanne. “È probabile che non riusciremo mai a sapere come davvero stanno le cose. Ma qualcosa sì. Per dire, se ci mettessimo a studiare tutto il traffico che ci fu dai porti e dagli aeroporti di Terraferma, sono sicuro che qualche maneggio riusciremo a scoprirlo.”
“Direi di dividerci gli incarichi secondo la branca di studio di ciascuno di noi” intervenne Annesa.
“E perché?” s’inquietò Totòi, la faccia scura. “Che cosa sono, degli incapaci, quelli che non studiano? Cosa hanno il cervello mangiato da un tumore?”
Sentendo quelle parole, Annedda ebbe un tremito di rabbia e Zuanne si accorse così che lei sapeva. Fece finta di nulla e rispose: “Totòi, ha ragione Annesa. Poniamo che ci sia la polizia, e scommetto che c’è, controllando le linee telefoniche. Secondo te se lo chiederebbe o no a che cosa possono servire per esempio a un pastore tutti quei dati economici che ci servono? Per uno studente di economia, invece, tutto sarebbe regolare, non ti pare?”. Si voltò dalla parte di Mimiu Muscàu, che in quella facoltà studiava, e gli disse: “Mimiu, tocca a te. Hai capito che cosa devi chiedere al tuo terminale?”
Il giovane fece di sì con la testa. Due giorni dopo seppero da lui e da Tzitzitu che gli aveva dato una mano alcune cose interessanti.
Dal primo luglio e fino al 30 settembre del 2028, l’anno che avevano chiuso i Campidani e il Cixerri, dai porti peninsulari erano partiti verso Portoscuso e al porto di Sant’Antioco 276 navi cariche, in tutto, di 255.600 passeggeri, 42.642 elimobili e automobile, 1263 autotreni carichi di mobili, elettrodomestici e un sacco di altra roba.
Dagli aeroporti di Gemito, Venezia, Pisa e Napoli, negli stessi 92 giorni, erano partiti 329 aerei per l’aeroporto di San Zuanne Suergiu con 34.874 passeggeri a bordo.
Ai porti della penisola erano arrivati da Portoscuso e da Sant’Antioco 69.726 passeggeri e agli aeroporti ricordati 8.093 passeggeri. Il che significava che nell’Esterno erano rimasti 213.105 forestieri.
Ma la scoperta più importante fu un’altra: ogni giorno, in quei tempi, approdavano al porto di Genova navi partite da Portoscuso cariche di rame, bauxite e “altri materiali”. Una volta sola, proprio agli inizi, era citata la lista di tutti i minerali. Fra di essi c’era l’uranio. Notizie del genere, in quel mese di marzo, ne tirarono fuori a iosa. Raccogliendo informazioni in tutti i siti della Unità centrale visitabili da tutti, avevano finalmente disegnato il perimetro del Poligono, come all’inizio veniva con scarso buon gusto chiamato l’Interno. Non c’era studente delle medie che non sapesse che i vertici erano Ozieri, Irgoli, Lanusei, Fordongianus e Macomer. Benché non fosse proibito conoscere di preciso dove passavano le barriere elettroniche, nessuno lo ricordava, visto che mancavano libri e carte topografiche. Ai fini scolastici era sufficiente sapere che il Poligono (come ancora riportava qualche testo multimediale) era di 3.669 chilometri quadrati, che, per legge, potevano abitarvi al più ottocento mila persone e che i confini potevano essere superati solo per partecipare alla Caccia o quando veniva il tempo del ricovero nelle Città dei vecchi. Tanto bastava sapere e tanto si sapeva. Dalle statistiche avevano scoperto un’altra cosa importante: negli ultimi cinque anni, la polizia aveva denunciato 114 persone accusate di contrabbando tra Poligono e Esterno. E questo voleva dire che evidentemente le barriere elettroniche non erano così inviolabili come sembrava e come il Palazzo andava dicendo.
Tutte le informazioni che riuscivano a recuperare venivano registrate in microdischi ottici in tre copie. Una copia di ogni microdisco se l’era presa Totòi che l’aveva nascosta dalle parti di un villaggio nuragico di Paùle, nelle campagne di Galtellì. Questo lavoro nuovo li aveva convinti a mettere da parte, per il momento, l’idea di pubblicare quaderni di storia secondo le lezioni fatte da Zuanne Sanna.
“Mi sembra” disse loro un giorno “che il progetto si stia facendo più grosso di quello che avevamo fatto qualche settimana fa.”
“Che cosa vuoi dire, Zuanne?” chiese Annedda.
“Allora volevamo raccontare scampoli della nostra storia. Adesso cominciamo ad avere materiale per spiegare alla gente non solo quello che è successo, ma anche le cause, il perché è capitato.”
“Che cosa ne direste se rafforziamo questo nostro gruppo? Siamo solo dodici e il lavoro è davvero grande” propose Mimiu Muscàu.
“Secondo me, è ancora presto. E secondo te?” disse Zaime, fissando lo zio.
“È vero che è presto. Ma c’è una considerazione che va detta: quando cominceremo a uscire allo scoperto con cose fatte, allora sarà davvero difficile scansare gli infiltrati che il governatore ci vorrà regalare. Ci vorrebbe gente valida, almeno come voi.”
“Non è la gente valida che manca” esclamò Totòi, allargando le braccia.
“Al mercato? Un’enormità” scherzò Zuanne.
“Al mercato forse no, ma in campagna... per dire, tutti i latitanti che conosco io...”
“Come no. Via, Totòi, che fiducia possiamo avere in gente così?”
“E perché no? Già il fatto di essersi ribellati è una garanzia, no?”
“No, Totòi. Forse sono davvero ribelli, ma qual è il progetto che hanno in testa, se non quello di rapinare i funzionari del governatore? Prenderceli in casa, mi sembrerebbe di cogliere dei disgraziati, gente che sa un momento all’altro potrebbe cambiare bandiera in cambio di una promessa.”
“Quelli che frequentavo io, ti assicuro che non sono così. E c’è anche altra gente; per dire, quelli che si stanno addestrando alla Caccia e quelli che ne sono usciti vivi.”
“Può darsi che questi qualche affidamento in più lo possano dare. Ma ascoltate me” disse Zuanne. Fuori sembrava che si stesse aprendo il cielo. Dentro la cucina, il freddo si stava impadronendo dei corpi delle dodici persone. “Dio che freddo. Altro che primavera. Volevo farvi una proposta che mi è venuta in mente ora, ricordandomi cose lette da ragazzo come voi. Dovreste scegliervi ciascuno un amico, fidato naturalmente, in modo che nessuno, oltre noi, conosca più di tre persone...”
“Piano, piano. Come sarebbe?” chiese Annedda.
“Vi faccio un esempio. Io mi trovo tre compagni di mia fiducia. Nessuno di voi li conoscerà e ognuno di loro tre conosceranno solo me. Se la faccenda sarà bene organizzata, i miei tre compagni ne troveranno ciascuno altri tre e così via. Capito?”
“Capire ho capito, ma perché tutte queste storie?”
“Mettiamo che mi catturino e che mi costringano a parlare. Al massimo posso fare il nome di chi mi ha, diciamo così, arruolato, e dei tre che ho trovato io. E dunque...”
“Sapendo che ti hanno preso, i tuoi avrebbero tutto il tempo di nascondersi e tutti gli altri potrebbero stare sicuri” concluse Totòi.
“O al massimo potrebbero catturare cinque persone.”
Dei dodici che erano, solo cinque avevano parlato con loro amici, con molta attenzione. Anche Zuanne ci aveva pensato; e si era preparata mentalmente anche una lista di amici con cui nel passato avevano progettato grandi cose. Gente che, ora, aveva come lui un buon lavoro e che, per ottenerlo, avevano giurato fedeltà alla Fusione. Anch’essi, come Zuanne qualche settimana prima, avevano in mente un solo pensiero: dimenticare le stravaganze della gioventù.
“Zuanne, l’altro giorno stavi dicendo che bisogna mettere qualcosa nel contenitore che si siamo costruiti” disse Damiano. Era l’unico che ne capisse di informatica e che non si limitava a usare, come gli altri, i computer, ma sapeva programmarli. “Ebbene, mi sono venute in mente un paio di idee. Pensavo che potremmo trasmettere in televisione le cose che pensavamo di scrivere e pubblicare.”
“Magari, e come?” si infiammò Zaime.
“Ci sono due possibilità: una è trasmettere rubando canali in qualche satellite, ma oltre a essere pericolosa, perché ci prenderebbero subito, è anche molto complessa e costosa. L’altra è quella di usare i cavi ottici.”
“E come si potrebbe fare?”
“Farei prima a farlo che a dirlo. Io conosco la pianta completa delle fibre ottiche sotterranee che partono e arrivano a Nuoro e so anche le frequenze usate dal governatore, perché su questo ci hanno fatto un corso.”
“E che importanza ha saperlo?” lo interrogò nuovamente Zaime.
“Accidenti se ne ha. Se troviamo, diciamo, unu piccolo trasmettitore portatile, lo potremmo connettere con la rete ogni volta che vogliamo: per fare un esempio, possiamo entrare in rete quando sta parlando Crapapelata, togliendogli la parola. Avendo con noi un programma di quattro o cinque minuti, tutti quelli che stanno guardando il governatore parlare vedranno e sentiranno quello che vogliamo noi. Che ne pensate?”
“Senti Damiano, io sono dell’idea che dovremmo saperne di più” disse Zuanne. “Per esempio, non scopriranno subito da dove stiamo trasmettendo?”
“Subito subito no. Come minimo avranno bisogno da dieci a dodici minuti. Noi avremmo almeno quattro minuti per fuggire, portandoci appresso il trasmettitore. E con un elimobile, quattro minuti fanno trentacinque chilometri e più.”
“Se è così, è davvero una gran cosa” consentì Zuanne. “Ma se la prima volta, che non se la aspettano, impiegheranno tutto quel tempo, poi avranno occhi e orecchia dappertutto. Che cosa gli costerà controllare tutte le linee?”
Damiano non si scompose e, con un sorriso sulle labbra, rispose: “Ci sono tremila cinquecento chilometri di linea e almeno il triplo di quel che chiamano “becchi in inserimento”: se non dispiegano polizia ovunque, non possono fare nulla. E forse neppure così.”
“Dimmi una cosa, Damiano” gli chiese Annesa. “Per quel che penso, nessuno di noi potrebbe parlare, visto che con l’impronta vocale che hanno di tutti, ci riconoscerebbero in un attimo.”
“Non è proprio così, Annesa. Loro lo dicono, ma non è così. Per dire, non l’hanno presa a tutti quelli che latitano da almeno dieci anni. E non lo hanno fatto neppure con chi disoccupato da molto tempo. Tu, Portolu, per esempio, da quando sei senza lavoro?”
“Saranno cinque anni. Sì, proprio cinque anni a luglio.”
“E allora scommetto che la tua impronta non ce l’hanno. Ma il discorso è un altro; dopo la prima trasmissione è probabile che vorranno completare il loro archivio. Per questo non sto pensando di fare trasmissioni in voce, per ora. La mia proposta è di cominciare a trasmettere pagine scritte. Le prime volte forse no, ma poco a poco vedrete che la gente se le stamperà con il videopress per potersele leggere in santa pace.”

La festa del compleanno, Zaime la organizzò alla fine di marzo. Lo zio aveva conservato ben nascosto fino ad allora il regalo che voleva fargli: un giornale che si stampava a Sassari quando era ancora bambino e che era sfuggito alle grandi perquisizioni seguite alla Fusione del Ventisei. Ma il regalo più grande lo fece il nipote a lui: per cena aveva invitato solo tre persone, la sua ragazza Bissenta, Zuanne e Annedda.
Uomo di quarantatrè anni, Zaime aveva tolto allo zio un quarto di secolo abbondante, più anni di quanti ne avesse Annedda. Trascorse tutta la mattina, guardando spesso l’orologio, temendo che Annedda non sarebbe venuta. Da quando Gràssia, la madre di Zaime, aveva saputo del suo male, di tutto aveva fatto perché il fratello abitasse con loro. E siccome a Zuanne non piaceva affatto stare da solo, adesso che sentiva sul collo l’alito di Essa, aveva accettato. Solo Zaime lo sapeva che cosa aveva detto alla madre e al padre, fatto sta che Gràssia e Antiogu li aveva allontanati di casa. Salutandolo, la sorella gli aveva fatto un sorriso enigmatico. Annedda arrivò puntuale, insieme a Bissenta. Aspettando che Zaime portasse il caffè, ancora seduti intorno al tavolo, Bissenta chiese, forse più a se stessa che agli altri: “Ma vi sembra giusto entrare così, a forza, in casa della gente?”
Zuanne ci mise un po’ per uscire dai suoi pensieri: “Giusto no, Bissenta. Ma tu pensi che uno che si difenda come facciamo noi possa permettersi il lusso di guardare che cos’è giusto e cosa giusto non è? Quel che ci hanno combinato è così complesso, intricato, grave che togliere un momento la parola a Degli Innocenti è una cosa fin troppo leggera: una goccia nel mare, temo.”
Aveva appena finito di parlare quando Zaime lo chiamò dalla cucina. Come fu entrato, il nipote chiuse la porta. “Zio Zuanne, sono in grande imbarazzo a dirtelo. Non perché mi sei zio, ma perché hai venticinque anni più di me” disse senza guardarlo, che era la sua maniera di superare i suoi disagi. “Ma te ne sei accorto o fai finta che Annedda è innamorata di te?”
Il suo primo impulso fu di strapazzarlo per la mancanza di rispetto e, invece, gli uscì: “E cosa credi? che sia cieco?”
“E allora?”
“E allora che cosa? Lo sai bene...”
“Che cosa sono queste commiserazioni? Zio, tu hai quarantatrè anni e io diciotto e malgrado ciò, per quel che stiamo facendo, vai a sapere a chi capiterà per primo, se a te o a me. Dopo che abbiamo preso il caffè, con Bissenta ci ritiriamo; eppure lo sappiamo entrambi che forse o l’una o l’altro potrebbe andarsene presto. E che cosa vuole dire?”
Il caffè che gorgogliava lo tolse dall’imbarazzo di rispondergli, perché quel ragazzo aveva ragione. Il fatto era che di ragioni gli sembrava di averne anche lui. Gli capitò di dirlo, mezz’ora dopo, ad Annedda. Inutilmente. Erano seduti, soli, nel salotto, quando, preso che ebbero il caffè tutti insieme, Zaime e Bissenta si allontanarono. Le stava parlando di Baudelaire, di Verlaine e degli altri poeti maledetti e Annedda sembrava ascoltarlo. Bruscamente lei gli chiese: “Che cosa pensiamo di fare, Zuanne?”.
“A che proposito?”
Annedda lo fissò e le si aprì l’espressione del viso per il sollievo di avere osato: “A proposito di noi, tu ed io” rispose indicando con un dito se stessa e l’uomo. “Se non sei cieco, spero ti sia accorto che mi piaci, che ti amo.”
“Anche io, Annedda. E molto.”
“E allora?”
“E allora è proprio perché ti voglio bene che ho resistito a dirtelo. Tu sai del male che mi sta consumando?”
“Certo. Lo sappiamo tutti.”
“Ebbene, mia dolce, mi sta facendo ammattire il pensiero di cominciare con te una storia che potrà durare cinque o sei mesi al massimo.”
Annedda disse che non era quello l’importante. L’indomani, a Gràssia, Antiogu e Zaime annunciarono la loro volontà di stare insieme. Gràssia scoppiò a piangere, in silenzio e senza darlo a vedere, e abbracciò Annedda per un lungo momento. Poi si gettò fra le braccia del fratello singhiozzando senza alcun ritegno.
“Belli miei, non mettetevi in testa di andarvene chissà dove, eh? Voi rimarrete qui” disse finalmente.
Il giorno dopo andarono insieme al Palazzo per comunicare alla polizia che la nuova casa di Annedda era la stessa in cui stava Zuanne. A loro fecero tutte quelle domande che solo le coppie non sposate sanno quanto grossolane e indelicate siano ma, alla fine, la polizia concesse loro un permesso per sei mesi. Nell’ufficio del direttore del parco, Zuanne restituì la scheda magnetica di Zaime e, esibendo il permesso della polizia appena ottenuto, fece sostituire il nome del nipote con quello di Annedda.

Va a sapere come aveva fatto, ma Damiano aveva inciso tutto quanto in un disco in modo che solo conoscendo una sequenza variabile di nove numeri e due lettere si potesse usarlo. Cercò anche di spiegare che due dei numeri erano variati dall’orologio interno del computer e che la posizione dei numeri cambiava di ora in ora, ma non riuscì a farsi capire.
“No è che sia una scoperta straordinaria” aggiunse. “A tutti i computer si può dare una chiave che solo se esatta gli può aprire la memoria. La mia è solo più complicata e sicura di altre. La maestria vera sarebbe un’altra: scoprire quale sia la chiave per entrare negli archivi del Palazzo. Ma ci riusciremo, un giorno o l’altro, vedrete.”
“E quel giorno?” chiese Zaime.
“Allora sapremo tutto ciò che ci serve. E non basta: se ce ne fosse la necessità, noi stessi potremmo inserirvi nuove informazioni, anche se, in questo momento, non saprei davvero che cosa metterci.”
In un paio di sere, Annedda e Zuanne corressero i testi che gli altri avevano scritto e lo dettero a Damiano perché lo registrasse nel suo disco.
Un giorno, Zaime, rosso in viso per la commozione, andò a incontrare Zuanne e Annedda all’uscita dal parco. Lì per lì non disse nulla. Seduti in macchina, dalla tasca del giubbotto tirò fuori un libretto con una copertina scura e senza titolo.
“Damiano...” disse, mostrandolo.
Zuanne lo sfogliò sotto lo sguardo di Annedda. Era il racconto fatto quelle sere nel loro rifugio, aggiornato con le ricerche del gruppo. Era stampato, lo si vedeva subito, con una di quelle vecchie stampanti laser del passato.
“E come...?” chiese Zuanne.
“Non l’ha detto” risposte Zaime allegramente. “Per ora ne ha stampato un migliaio di copie.
“Non sono molte per i trecento mila che stiamo a Nuoro, ma ci scommetto che qualcuno si sentirà prudere il sedere” disse Annedda. E piena di eccitazione, strinse il polso di Zuanne baciando Zaime sulle guance.
Dunque le cose cominciavano a muoversi. E con Essa che si avvicinava a passi lesti, Zuanne sentì prendersi dalla voglia di fare. Quella che una quarantina di giorni prima, quando aveva cominciato con i suoi racconti, gli era sembrata una follia senza capo né coda, prendeva ora i toni di un’utopia. Un’utopia nuova e affascinante.
“Non dico che li cacceremo, perché siamo pochi, deboli, disuniti e poveri in canna. Ma almeno a contrastarli in qualcosa, questo sì, ce la farete” disse a Annedda, una sera che erano rimasti soli nella loro stanza.
“Ce la faremo, amore mio. Ci saremo tutti quel giorno” lo corresse lei e l’abbracciò.
“Se servisse sperare... Davvero pensi che non mi piacerebbe andare oltre quella maledetta fine di luglio? Ma contro Essa le speranze valgono meno di nulla”. E per la prima volta da quando aveva saputo quale fosse la sua sorte, un umore acre gli chiuse la gola. “Mah. Malgrado ciò bisogna continuare. Senti un po’, mi è venuta poco fa in mente un’idea che forse...”
“Non te l’ho mai chiesto e se vuoi me ne sto zitta, ma... la cosa è davvero sicura?”
“Certo non è uno scherzo. Ho visto io stesso la radiografia: macchie nel fegato, una mezza dozzina.”
“E l’ologramma?”
“Anche quello, cuore mio. Ce ne è uno grande quanto un pugno, viscido e compatto. Ne ha voglia tu, non c’è nulla da fare. Però, non ne parliamo più, è meglio per te e anche per me.”
Cosa che non avevano mai fatto da quando stavano insieme, quella sera accesero la televisione. E dopo chissà quanto videro di nuovo Sua Eccellenza il governatore. E non rimpiansero di avere un vecchio televisore, uno di quelli con lo schermo.
“Almeno questa serpe di Crapapelata lo vediamo a una sola dimensione” disse Annedda mentre il televisore si riscaldava.
Il discorso di Degli Innocenti stava finendo, ma Zuanne e Annedda fecero in tempo a sentire qualcosa che li riguardava. Con il suo accento toscano, il governatore stava parlando di un “libercolo provocatorio messo in giro questi giorni in città. Vi sono contenute falsità, gravi menzogne che hanno il solo scopo di destabilizzare le istituzioni democratiche e di diseducare le giovani generazioni, per loro fortuna lontane dalle sciocche fantasticherie della fine del secolo scorso. Quanto a me, prometto a tutti i cittadini dell’Interno che niente sarà risparmiato per assicurare alla giustizia i criminali diffusori di notizie false e per infliggere loro la dovuta punizione”.
Come sempre, terminato il discorso del governatore, ci fu il referendum elettronico. La sera c’erano 5.764.764 persone presenti nell’Isola e di queste guardavano il programma, secondo il Videomisuratore, 3.620.271 ascoltatori. Rare erano le volte che le domande riguardassero questioni politiche e allora, normalmente, quelli che votavano contro Degli Innocenti non superavano la mezza dozzina. La gente si schierava e si divideva solo per le inezie. Come la volta, l’ultima cui Zuanne aveva assistito, che la signora Degli Innocenti doveva andare sulla penisola per il ballo del Presidente. Agli spettatori, la Tv aveva chiesto quale dei vestiti presentati fosse il più adatto a che fosse indossato dalla donna.
“Lo spegniamo?” chiese Zuanne.
“Aspetta un attimo, ho la sensazione che questo referendum ci riguardi” rispose lei.
In quel momento sentirono bussare. Entrò Zaime. “Avete sentito?” chiese, emozionato come un bambino davanti a una bella sorpresa.
“Solo all’ultimo” rispose Annedda. E vedendo che il giovane stava aprendo la bocca: “Aspetta, ce lo racconti dopo.”
“Ripetiamo dunque il primo quesito proposto da Sua Eccellenza” stava dicendo la presentatrice. “Se vi fosse capitato in mano il libercolo che cosa avreste fatto? A) Lo avrei bruciato subito; B) Lo avrei consegnato alla polizia; C) Prima di distruggerlo lo avrei letto; D) Lo avrei conservato. È chiaro? Infilate la vostra carta personale se avete scelto la prima soluzione.”
Dieci secondi dopo, i numeri cominciarono a correre fermandosi a 434.432 e accanto gli comparve un 18%. Alla seconda ipotesi dissero di sì 1.641.187 spettatori, il 68%; alla terza i sì furono 337.694, il 14 per cento.
“E adesso possono votare gli altri. Coloro i quali pensano che sia giusto si mettano in circolazione mistificazioni storiche pericolose e destabilizzanti, infilino la loro carta personale. Da adesso.”
“Aspetta un po’ che vediamo se questa volta saranno ancora sei i contrari” disse Zuanne, levandosi dal portafogli la sua carta e avvicinandosi al televisore.
Intanto che si stava alzando e che anche Zaime e Annedda preparavano la loro carta, sullo schermo cominciarono a uscire con molta lentezza dei numeri. Annedda stava per infilare la sua carta quando arrivarono a 137. E in quel momento lo schermo si mise a friggere e l’immagine si annerì per qualche istante.
“Cento trentasette, cento trentasette” si mise a canticchiare allegro Zaime. “Ve ne rendete conto? Almeno cento trentasette. Finalmente la cosa sta cominciando.”
“Calma” esclamò Annedda, anche lei sorridendo contenta. “C’è una bella differenza tra cento trentasette e due milioni e mezzo.”
“Lo so, lo so. Il fatto è che sta cominciando, Annedda. E avete visto la paura di quei cani leccapiatti? Hanno persino interrotto la trasmissione.”
Dopo un po’, la presentatrice si affacciò per chiedere scusa se, per colpa di un incidente tecnico, il referendum quella sera non si era potuto concludere con la trasmissione di tutti i dati. “Ed ora” continuò “alcune informazioni sulla Caccia. La prima è che l’età per prendervi parte è stata elevata da trenta a trentacinque anni. La seconda è che la partecipazione alla Caccia al suo più alto grado di rischio potrà esser scelta come alternativa alla pena dell’internamento nei campi di lavoro di Caprera, Tavolara, San Pietro. La terza è che da giugno si potrà giocare anche il sabato e la domenica. Comunica inoltre il Dipartimento degli affari demografici che tutti gli aspiranti dovranno indicare almeno cinque giorni prima del turno prescelto il grado di rischio che si vuole affrontare, la località prescelta e il numero di cancello di ingresso”.

“Voglio assolutamente che scopriate chi sono questi 164 riottosi” gridò il governatore, picchiando il pugno sulla scrivania. Di fronte a lui, in piedi all’altra parte del tavolo, c’erano Ignazio Mori, il capo della polizia, e Stefano Ripa di Meana, responsabile della Sicurezza. La stanza, ancora invasa da cavi elettrici e riflettori della televisione, era grande e alta, luccicante di marmo di Carrara, con una fuga di colonne che replicavano quelle del Pantheon di Roma. La scrivania era in un angolo di fronte alla porta. Per arrivare fino a Degli Innocenti, i visitatori dovevano fare un centinaio di passi, sotto lo sguardo del governatore. Mori e Ripa di Meana li aveva mandati a chiamare subito dopo che dalla Tv l’avevano avvertito dei risultati del referendum.
“Signor governatore, non è tecnicamente possibile individuarli con precisione” rispose il capo della polizia.
E quello della Sicurezza confermò con un cenno della testa. “E poi, signor governatore, siamo stati presi alla sprovvista. Anche se... mi lasci dire prego” alzò appena appena la voce Ripa di Meana, accorgendosi che Degli Innocenti lo stava per interrompere “lasci che le ricordi che io le avevo sconsigliato vivamente di fare questi referendum. Prima o poi un meccanismo di questo genere doveva scatenarsi.”
Altre volte il responsabile del servizio di sicurezza aveva levato dalle peste il governatore ed era per questo che Degli Innocenti l’aveva in considerazione. Oltre tutto, Ripa di Meana apparteneva ad una grande famiglia che di santi in paradiso ne aveva molti e tutti di grande rilievo; ce n’erano in tutte le Corporazioni da quella dei politici a quella dei religiosi. La sua amicizia era un passaporto per incarichi un po’ più in Gràssia di dio di quello di governatore di Sardegna. Ma quei voti contrari erano una faccenda troppo brutta, l’inizio di cose difficili a governare.
“Caro Stefano” gli disse cercando di dare lievità a ogni parola “mi meraviglio non poco che il suo servizio sia stato preso alla sprovvista così. Con i mille occhi che ha, è mai possibile che non si sia accorto di questa ribellione che nasceva?”
“Non è cosa grave, signor governatore. L’Unità centrale è in grado di dirci chi è caratterialmente disposto a una ribellione di questo tipo” intervenne Ignazio Mori. “Fermando non più di cinque o seicento persone, abbiamo buone probabilità di metterli tutti i condizione di non nuocere più, ribelli o fiancheggiatori che siano.”
“Penso anch’io che questo basterà. Per il momento” aggiunse Ripa di Meana. “Ma a parte questo, bisognerà dare una dimostrazione dell’isolamento di questi individui.”
“E come?” domandò Degli Innocenti.
“Dia ordine che siano bruciati in piazza tutti quei libretti; pubblicamente e davanti alle telecamere. E non importa che ci siano altri libri nei roghi; quel che conta è che la gente abbia l’impressione che siano stati bruciati tutti. E che noi facciamo sul serio.”
“D’accordo. Lei, Mori, si occuperà di tutto ciò” ordinò il governatore.
La sera dell’indomani, la televisione mostrò uomini e donne che bruciavano cataste di libretti che, disse l’annunciatore, la gente disgustata aveva consegnato alla polizia. Falò del genere ne erano stati accesi ovunque, secondo il giornalista, in quasi ogni quartiere, da Locoe a Lollove, da Prato a Baddemanna a Oliena.
“Ne abbiamo di strada da fare per convincere la gente” disse sconsolata Annedda, guardando quelle immagini.
“A me sembra un grande imbroglio” le rispose Zuanne. E a Zaime, che era seduto con loro e con Bissenta, chiese: “Quanti erano i libretti?”
“Mille e cinquantasette.”
“E allora? Lì ne stanno bruciando a migliaia.”
“Già, è vero. Eppure la gente è lì intorno, guardando felice i fuochi accesi” ribatté Annedda.
La televisione stava in quel momento mostrando un falò nel quartiere di Mariafrunza, un grande rogo che bruciava chissà quanta carta. Lì vicino, per un attimo, Zuanne vide una faccia conosciuta che, tuttavia, non riuscì a legare immediatamente a un nome. Sembrava che stessero raccontando un bollettino di guerra. Gente stomacata dall’azione compiuta da un gruppo di miserabili, a quel che risultò, aveva bruciato quindici mila di quei libretti. Altrettanti erano quelli che erano stati consegnati alla polizia.
“Mi sa che nella moltiplicazione dei libri questi superano persino Gesù con i pani” esclamò Annedda rasserenata.
“Ma gli conviene farci più grandi di quanto siamo” si meravigliò Bissenta.
“Che vuoi che ne sappiano, loro, quanti ne abbiamo diffusi” le rispose Zaime.
“Non stanno sbagliando, dal loro punto di vista. Facendo così hanno coinvolto migliaia di persone e hanno dimostrato a tutti che siamo del tutto isolati” rifletté Zuanne.
In silenzio, senza neppure dire dove fossero tutti quei falò, la televisione ne mostrò a dozzine, passando da campi totali dei libri accatastati fin dentro le fiamme e inquadrando fogli anneriti e accartocciati che volavano in cenere.
“È Nino Frogheri” esclamò Zuanne all’improvviso. “Ho riconosciuto uno di quelli che stavano bruciando libri: si chiama Frogheri. Ci frequentavamo molto quando eravamo studenti” spiegò finalmente.
“Come si è ridotto” fece Annedda.
“Mi sto chiedendo se è davvero frutto di una sua decisione. Di’, ci verresti dopo cena? Vorrei andare a visitarlo.”
Era dai tempi dell’infanzia che non scendeva a Mariafrunza. Allora lì c’erano pascoli, vigne e orti. Adesso c’erano solo case e circa trentacinque mila abitanti, gente arrivata lì dai paesi dell’Esterno nei giorni in cui, in una baraonda infernale, avevano cominciato a chiudere i confini. Chi sa poi perché c’era capitato anche Frogheri che era nuorese. Impiegarono un’ora e mezza per trovare la casa. Anche a Mariafrunza, benché fosse un quartiere tutto sommato piccolo, la gente non aveva rapporti né si conosceva. L’idea di entrare in caserma e di chiedere lì non lo sfiorò neppure. Finalmente, dopo molti giri, capitarono nella piazza in cui erano stati bruciati i libri e in un negozio, qualcuno indicò loro la casa di Frogheri. Nino li ricevette mostrando grande contentezza. Coetaneo di Zuanne, basso e panciuto, Frogheri aveva i capelli bianchi; a quarantatrè anni sembrava pronto per l’Asinara, per una di quelle città dei vecchi da cui nessuno mai è tornato a raccontare che cosa fossero. Come ai tempi della giovinezza, il tempo stava passando in convenevoli e in storie così, i benvenuti, i bentrovato, i complimenti.
“Se ne stanno passando gli anni, Zuanne, e i nostri disegni... neppure uno, accidenti” disse all’improvviso con una voce così triste che l’ospite sentì una fitta al cuore. “Almeno, beato te, la giovinezza tu ce l’hai in casa.”
“E tu, Nino?” gli chiese lui. Annedda, seduta su un divano accanto al compagno, se ne stava zitta, meravigliata per la gran confusione di quel salotto: sembrava non ci fosse niente in ordine, sedie ammassate, libri magnetici e qualcuno di carta accatastati in un angolo, bottiglie vuote buttate per terra.
“È partita un giorno per La Caccia e non ne è più tornata” rispose, secco.
Zuanne non sapeva come affrontare la questione che lo stava pungendo e che lo aveva spinto alla ricerca dell’amico. Fu lui stesso a dargliene l’occasione, quando gli chiese: “Dimmi un po’, com’è che ti sei ricordato di me dopo tutti questi anni?”.
“Così; ti ho riconosciuto stasera alla televisione e allora...”
“Mentre bruciavo, vero?”
“Quando stavi bruciando libri” rispose Zuanne, senza affrancare la voce da un pizzico di amarezza.
“È meglio così, credimi” disse Frogheri, misterioso. Visto che l’aveva tagliata in corto così, Zuanne e Annedda non ne parlarono più. Quando stavano per andarsene, Nino strinse ambo le mani intorno ai polsi dell’amico, come un grande in vena di tenerezza con un bambino, e gli disse: “Dammi retta, Zuanne. Siamo rimasti in pochi in grado di scrivere cose del genere. Dammi retta: bruciala anche tu l’eresia”.
A lui, l’idea di gettare al fuoco l’eresia non servì a nulla. L’indomani lo arrestarono e lo accusarono di aver messo mano nella redazione del famigerato libretto. La sera stessa gli fecero il processo, come sempre trasmesso dalla televisione. Risultò che Nino Frogheri aveva fatto finta di bruciare la brochure; in realtà aveva bruciato un altro scritto. E come prova, la polizia esibì l’immagine televisiva della sera prima. L'avevano ingrandita fino al punto da poter leggere il titolo del libro, una biografia del governatore. E ancora, la polizia tirò fuori che nei tempi passati Frogheri aveva combattuto contra la Fusione; non le aveva voluto giurare fedeltà e per questo non aveva trovato un lavoro adeguato alla sua figura di uomo di scienza. L’Unità centrale lo condannò ad andare all’Asinara un anno prima del tempo e a restare senza diritti civili per un anno. Gli ritirarono la sera stessa la carta personale.
“Poveraccio” lo compianse Annedda, finito lo spettacolo. “Per colpa nostra gli anno tolto un anno di vita.”
“Ne vedremo cose brutte, altro che questa” mormorò sconsolato Zuanne. “Intanto direi che sarebbe meglio non incontrarci più in quella casa, non si sa mai.”
Passeggiando nel monte insieme a Annedda, Zuanne aveva visto, scendendo dalle parti di Zacupiu, un cancello elettronico di entrata al parco. Vicino al cancello, sul finire del bosco, c’era una casetta che sicuramente nel passato doveva esser stato un ovile: l’avevano aperta senza che scattasse alcun allarme. Raccontarono della scoperta a Damiano per sapere se la sua scienza potesse aprire quel cancello senza mettere in allarme le guardie. Damiano rispose di sì.
“Tu ci stai andando sempre a passeggio al monte, vero?” chiese a Zuanne.
“Ogni giorno.”
“E allora, quando ti capita, conta quanti contatti elettrici ci sono nella metà di sinistra.” Damiano si avvicinò al computer e disegnò un cancello elettronico che, per quanto Annedda e Zuanne potevano ricordare, era preciso a quello visto a Zacupiu. E mostrò loro dove erano i contatti e come andavano contatti.
“Una sera ci andremo insieme e così vediamo quella casetta” aggiunse Damiano. “Forse un giorno potrebbe servirci.”
Una sera ci andarono davvero, lui, Zuanne e Zaime, e provarono la serratura elettronica del cancello che si aprì senza alcuna difficoltà.

Non volevano che Zuanne, quella notte, andasse con loro: ce n’era altra gente capace di aiutare Damiano a trasmettere, senza correre il rischio di “disperdere”, come disse Totòi, l’unica fonte di memoria storica che avevano. Ma non ne volle sentire affatto. All’imbrunire partirono. Zuanne aveva un bastone metallico con una sorta di scarpetta a un’estremità e un piccolo visore all’altra. Serviva, gli dissero, per trovare rapidamente il pozzetto di cemento con i giunti e le derivazioni dei cavi ottici. Damiano aveva una borsa con dentro il trasmettitore, un piccolo monitor e una batteria. Lasciarono l’elimobile dalle parti di Bitti, sotto una quercia in un altipiano che ancora conservava segni di orti e di vigne. Lì saltarono un ruscello asciutto, entrando a Moresinu e arrampicandosi su per una collina di fronte a Orune.
“Guarda, dovrebbe essere qui” disse Damiano passando la borsa a Zuanne e prendendogli il rilevatore. Finalmente sentirono, passando vicino ad una roccia, uno sfrigolio provenire dal bastone. “Eccole. Adesso ne hanno voglia, da lì non si muovono” esclamò contento. Muovendo in circolo il rilevatore, compresa quale fosse la direzione delle fibre. “Che ore sono?” chiese.
“Le otto meno dieci” rispose Zuanne. “Dimmi un po’, riconosci questi profumi?. Non li sentiva così forti da almeno venticinque anni. Venticinque anni che non usciva di notte in campagna.
“Che profumi?”
“Ci sono cisti, lentisco, rosmarino, timo, mirto e sappi tu quanti altri.”
“Sai che questa è la prima volta che esco di notte da Nuoro?” confidò il giovane. Fece una lunga pausa. “Com’è che ci siamo ridotti così?”
“Mah. E chi lo sa? Sarà forse perché a tutti quanti siamo hanno lentamente fatto perdere la voglia di combattere. Deve essere una memoria storica che abbiamo e che, inconsciamente, si fa pensare alla campagna come che sia un luogo di contrasti, luogo di lavoro di giorno e di guerre di notte. E poiché ci siamo abituati a questa lenta morte dell’animo collettivo, può darsi che temiamo di trovarci di fronte a ricordi che non riusciamo più a leggere. Come questi profumi, che ormai non riesco a nominare e neppure a riconoscere quanti siano.”
“Bene, cominciamo?” disse Damiano. In silenzio dette un’occhiata a Zuanne che ebbe un moto di fastidio. “D’accordo, Zuanne, come vuoi tu. Ma a parer mio dovresti andartene subito.”
“A parer mio no” fece lui, seccato. “Dimmi che cosa devo fare.”
“Mi devi dire l’ora ogni minuto esatto” gli rispose. Damiano si avvicinò al pozzetto e sovrapponendo la scarpetta del rilevatore su una serratura tonda, lesse un numero sul visore: 3716. Si chinò e girò la manopola della chiusura tre volte a sinistra, sette a destra, ancora una a sinistra e in fine sei a destra. Il coperchio del pozzetto si sollevò da solo e all’interno una luce fredda e bianca si accese. In basso, appesa alla parete c’era una tavola con dozzine di forellini e alcuni minuscoli punteruoli saldati ad altrettanti fili.
“Tutto qui?” si meravigliò Zuanne. Vedendo quello stupore sul viso dell’amico, Damiano scoppiò a ridere: “E che cosa ti aspettavi, una centrale atomica? È proprio tutto qui. Passami la macchina fotografica che immortaliamo questi numeretti.”
Gliela diede e, scattate che ebbe un paio di fotografie, Damiano la ripassò all’altro: “E da adesso in poi, o quel signore si mette in testa di spostare i cavi ottici, tutti quanti sono, o dovrà rassegnarsi a restare con la lingua secca quando trasmettiamo noi”.
“Mancano sei minuti” disse Zuanne, guardando affascinato i rapidi movimenti che organizzavano una gran quantità di fili.
“Benissimo. Prendi il monitor e passamelo già acceso” chiese il giovane.
Damiano posò il piccolo monitor sul trasmettitore e diede una cuffia a Zuanne perché potesse ascoltare quanto diceva l’annunciatore: “...circa cinque minuti, il governatore parlerà alle popolazioni dell’Interno e dell’Esterno. Argomento della conversazione sarà la visita che egli compirà la settimana ventura nella Capitale.”
“Che peccato, doverlo interrompere” disse sorridendo Zuanne.
“Quanto ci scommettiamo che dopo stasera, Crapapelata non ci andrà all’altra parte del mare?” disse l’altro, strusciando le parole fra i denti che stringevano dei fili.