|
Queste brevi note prendono in considerazione i prestiti
linguistici fra idiomi in generale e, in particolare verso la
lingua italiana e da questa al dialetto*, nel caso specifico
il ligure. (Naturalmente esiste anche il movimento inverso, ma
di questo non parlerò per il momento)
I prestiti dalla lingua ufficiale nel dialetto sono, a mio
parere, legittimi come quelli che la stessa lingua ufficiale
sperimenta da altre lingue o anche dai dialetti che nel suo ambito
territoriale sono presenti e vitali. Ora se nella lingua il prestito
è tollerato ed anzi spesso cercato (v. oggi dall'inglese,
specialmente americano, per le lingue occidentali), ciò
deve essere ammissibile anche nel dialetto altrimenti esso rischia
di fossilizzarsi e di subire la stessa sorte del latino diventando
o strumento di dotti, e senz'altro elitario, o semplicemente
curiosità linguistica d'uso esclusivamente nostalgico
dei "buoni tempi andati".
Mi rendo conto della difficoltà di accettare tale stato
di fatto che diventa in molti casi addirittura stato di necessità.
Io stesso ho un senso di rigetto per parole italiane o italianizzate
e poi rese congrue con la fonologia e la grafia del dialetto,
ma se una lingua è un'entità viva e in movimento
ed accetta i prestiti, così deve essere per il dialetto.
In tal modo nel dialetto si creano quelli che, a prima vista
(e "sentimento" per quella forma di rigetto di cui
parlavo più sopra), possono sembrare mostricciattoli quando
non addirittura corruzione, ma tutto sta nell'usare con moderazione
ed oculatezza la possibilità di sviluppo linguistico offerta
dal prestito e non soltanto per seguire qualche moda o tendenza
snobistica. Ciò vale logicamente anche per la lingua.
Né mi pare illegitimo, nel processo d'assimilazione,
operare una trasformazione grafica o fonologica: numerosi sono
gli esempi in italiano, anche se qui l'adattamento ha fatto spesso
inutile violenza sulla parola originale quantomeno per insipienza
ed ignoranza delle regole fonologiche e grafiche di tale lingua.
Mi viene a questo punto in mente ciò che è successo
nella lingua turca, dove per il movimento di rinnovamento e modernizzazione
iniziato negli anni venti del novecento, vennero adottate molte
parole straniere specialmente europee adattandone la grafia alle
proprie esigenze, al punto che talvolta la parola originale non
è più riconoscibile. Ciò avviene, penso,
anche nell'arabo moderno che deve superare difficoltà
anche maggiori viste le differenze strutturali con le lingue
del ceppo indoeuropeo che restano pur sempre il serbatoio dal
quale attingere.
Restando nell'ambito del genovese (o ligure che dir si voglia),
il processo è reso senz'altro più agevole in quanto
i prestiti dalle lingue indoeuropee trovano un terreno omologo.
E che il fenomeno sia stato rilevante, specialmente per quanto
riguarda prestiti dal francese (per contiguità geografica
e storica) dall'inglese, spagnolo e portoghese (per ragioni marinare
e commerciali), è dato di vedere anche dando una rapida
scorsa al lessico. È un'indagine che fa anche scoprire
interessanti etimi dall'arabo o dal turco (stesse ragioni dell'inglese,
spagnolo e portoghese). I prestiti dalle lingue iberiche (e specialmente
spagnolo) hanno anche una matrice nel flusso e riflusso migratorio
verso e da i paesi dell'America Latina, mentre minore è
stato il peso di tale fenomeno per quanto riguarda l'inglese
americano.
Ne consegue la legittimità, direi l'ineluttabilità,
del prestito, senza che ciò renda meno nobile l'idioma
ricevente.
La gradualità dell'assorbimento per prestito deve comunque
anche rispettare la tradizione; e qui ritorna il concetto di
moderazione ed oculatezza: se già esiste un termine che
assolve perfettamente lo scopo d'intelligibilità e pregnanza,
mi pare proprio inutile sostituirlo con altro termine, forse
"più moderno", ma che può venire a costituire
una superflua incrostazione.
Che il ligure, sia, e senz'altro sia stato, oggetto di continua
trasformazione e sviluppo come la lingua italiana e come
gli altri dialetti è facilmente verificabile confrontando
la sua fisionomia attuale con quella che risulta dalla lettura
di scritti, anche non così remoti come possono essere
quelli anteriori all'ottocento, o semplicemente dalla consultazione
di dizionari, "datati", come il Casaccia (1876) o addirittura
il Frisoni (1910). Un'indagine del genere è interessante
anche per constatare l'inutilità di certi prestiti e ciò
dà forza all'avvertimento dato più sopra circa
moderazione e oculatezza.
Come dicevo più sopra, il prestito (lo scambio) tra
lingue strutturalmente simili o, meglio, appartenenti alla stessa
famiglia (o ceppo o gruppo che dir si voglia) è abbastanza
indolore. Il prestito, in ambito dell'indoeuropeo, richiede,
nel processo di assorbimento in altra lingua, adattamenti grafici,
fonetici o di posizione dell'accento; almeno in italiano, però,
la parola "straniera", in generale non si flette neanche
rispettando quel poco di flessione che è rimasto nelle
lingue della famiglia. Infatti, e gli esempi pregnanti sono sempre
ancora i prestiti dall'inglese, l'italiano usa esclusivamente
il singolare della parola stessa anche dove il contesto richiederebbe
il plurale: l'uso opposto essendo sentito in genere, quasi un'inutile
affettazione. Al contrario nei prestiti fra la lingua ufficiale
(nel nostro caso l'italiano) e il dialetto (nel nostro caso il
ligure) il plurale viene ricostruito secondo le regole del dialetto
stesso, quindi anche con la flessione, quando necessario. (CMO)
*Nota: uso il termine "dialetto" come termine tecnico
di comodo: non intendo assolutamente stabilire una scala gerarchica
con la "lingua".
|