Responsabilità dirigenziale e
responsabilità disciplinare del
dirigente dell’ente locale *

Alberto Tampieri **

 

Nell’ambito del lungo processo di riforma del lavoro pubblico e soprattutto dopo il decreto n. 80/98, la figura ed il ruolo del dirigente pubblico sono profondamente mutati, sia dal punto di vista dei poteri e delle prerogative, sia anche dal punto di vista delle responsabilità.
L’Autore, nel presente articolo, esamina le caratteristiche della responsabilità dirigenziale per soffermarsi successivamente sulle differenze esistenti tra responsabilità dirigenziale e responsabilità disciplinare.

 

SOMMARIO:

1. I termini del problema
2. Le fonti normative e contrattuali della responsabilità dirigenziale
3. Segue: le conseguenze sanzionatorie
4. La distinzione tra responsabilità dirigenziale e responsabilità disciplinare del dirigente
5. Conclusioni

 

1. I termini del problema

Nell’ambito del lungo processo di riforma del lavoro pubblico, per il momento culminato nell’emanazione del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 80 (1), il nuovo assetto della dirigenza ha rivestito senza dubbio un ruolo centrale.

È noto infatti come, soprattutto dopo l’ulteriore impulso dato dal decreto n. 80, la figura ed il ruolo del dirigente pubblico siano profondamente mutati, sia dal punto di vista dei poteri e delle prerogative, sensibilmente aumentate, sia anche – com’è ovvio – dal punto di vista delle responsabilità, anch’esse notevolmente incrementate, ma al contempo meglio precisate nei loro limiti e presupposti.

Questo breve contributo intende esaminare le caratteristiche della responsabilità dirigenziale, nella quale il dirigente incorre a seguito della valutazione negativa dei risultati della sua gestione (2).

Si tratta di un tipo di responsabilità che già l’art. 19 del d.P.R. 30 giugno 1972, n. 748, delineava con precisione, distinguendo questo profilo di responsabilità "manageriale" (3) dalla responsabilità penale, civile, amministrativa, contabile e disciplinare prevista per tutti i dipendenti pubblici (4).

Il quadro normativo attuale in tema di responsabilità dirigenziale, ormai superata la disposizione contenuta nel d.P.R. n. 748/72, deriva dalla sovrapposizione di diversi provvedimenti, e cioè il decreto n. 29 del 1993, il decreto n. 80 del 1998 e, per gli enti locali, l’art. 6 della legge n. 127 del 1997. Le disposizioni di legge vanno poi opportunamente coordinate con le previsioni contenute nei contratti collettivi per le aree dirigenziali del quadriennio 1994-97, i quali rimangono, almeno fino a quando non interverrà l’accordo di rinnovo, un imprescindibile punto di riferimento.

L’altro argomento al quale si dedicherà qualche breve accenno in questa sede riguarda le differenze esistenti tra la responsabilità dirigenziale e la responsabilità disciplinare del dirigente. Si tratta di due profili non sempre adeguatamente distinti, che impongono all’interprete un difficile compito ricostruttivo nel complicato intreccio tra fonti normative e fonti negoziali.

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2. Le fonti normative e contrattuali della responsabilità dirigenziale

Il primo tema è, come si è accennato, quello della riorganizzazione delle fonti della responsabilità dirigenziale nell’attuale sistema del lavoro pubblico. Conviene prendere in considerazione, per chiarezza e brevità, solo le disposizioni normative vigenti, senza tuttavia tralasciare il riferimento al C.c.n.l. 1994-97 per la dirigenza degli enti locali, indispensabile per valutare gli orientamenti assunti dalle parti negoziali.

La norma di principio, sulla quale si fonda, in linea generale, la responsabilità del dirigente per i risultati negativi della gestione e per il mancato raggiungimento degli obiettivi, rimane, anche dopo il decreto n. 80/98, il primo comma dell’art. 20 del decreto n. 29/93. L’articolo 20, di assoluta importanza per il tema della valutazione e del controllo interno dell’attività amministrativa, è stato modificato solo parzialmente dal decreto n. 80, che ha abrogato gli ultimi tre commi.

Dal punto di vista contenutistico, tuttavia, la norma di riferimento in tema di responsabilità dirigenziale è ora l’art. 21 del decreto legislativo n. 29 del 1993, come modificato dall’art. 14 del decreto legislativo n. 80 del 1998. Dalla norma in esame è possibile trarre un quadro assai articolato della responsabilità dirigenziale, la quale viene graduata su due livelli progressivi di gravità, ai quali sono collegate diverse sanzioni. Il primo livello di responsabilità consegue all’accertamento dei "risultati negativi dell’attività amministrativa e della gestione", ovvero al "mancato raggiungimento degli obiettivi" (5). Si tratta di parametri esattamente identici a quelli che l’attuale testo dell’art. 19 del decreto n. 29 (come modificato dall’art. 13 del decreto n. 80/98) adotta come presupposti per la revoca degli incarichi dirigenziali (6).

Una seconda, e più grave, fattispecie di responsabilità dirigenziale si verifica in caso di "grave inosservanza delle direttive impartite dall’organo competente o di specifica responsabilità per i risultati negativi dell’attività amministrativa e di gestione" (art. 21 d.lgs. n. 29/93, nuovo testo, comma 2).

L’art. 21 del decreto n. 29, come modificato dal decreto n. 80, dunque specifica e articola le fattispecie di responsabilità dirigenziale in modo più analitico di quanto non accadeva con gli ultimi tre commi dell’art. 20 del decreto n. 29/93, ora abrogati dall’art. 43, comma 1, del decreto n. 80. La diversità rispetto al passato è tuttavia apprezzabile non solo sul piano terminologico, ma anche, e soprattutto, dal punto di vista delle conseguenze sanzionatorie nelle quali può incorrere il dirigente ritenuto responsabile.

Le sanzioni sono infatti differenti a seconda dei due livelli della responsabilità dirigenziale: per il primo livello, meno grave, è prevista la "revoca dell’incarico, adottata con le procedure previste dall’art. 19, e la destinazione ad altro incarico, anche tra quelli di cui all’art. 19, comma 10" (vale a dire funzioni ispettive di consulenza, studio e ricerca, o altri incarichi specifici previsti dall’ordinamento) (7).

In tal senso dispone il primo comma dell’art. 21 del decreto n. 29; mentre il secondo comma prevede, per il caso di "grave inosservanza delle direttive" o di "specifica responsabilità per i risultati negativi dell’attività amministrativa e della gestione", l’esclusione, previa contestazione e contraddittorio, del dirigente "dal conferimento di ulteriori incarichi di livello corrispondente a quello revocato, per un periodo non inferiore a due anni"; nei casi di gravità ancora maggiore si può giungere al recesso dal rapporto, e cioè al licenziamento, "secondo le disposizioni del codice civile e dei contratti collettivi" (art. 21, comma 2, ultimo periodo).

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3. Segue: le conseguenze sanzionatorie

Il sistema di sanzioni ora descritto, introdotto dall’art. 21 del decreto n. 80/98, merita qualche rapida osservazione. Innanzitutto, la preventiva contestazione e il contraddittorio con il dirigente, anche se espressamente imposti solo dal secondo comma dell’art. 21 – e cioè per le fattispecie di maggiore gravità – devono senza dubbio essere osservati in ogni caso di applicazione di misure sanzionatorie conseguenti all’accertamento della responsabilità dirigenziale, e quindi anche nel caso di cui al comma 1 dell’art. 21.

Infatti, il principio del contraddittorio è un principio generale dell’ordinamento, che opera in ogni caso (ed in ogni campo) di applicazione di misure sanzionatorie, sia nei rapporti tra privati che in quelli tra autorità pubblica e cittadino (8). Inoltre, il contraddittorio con il dirigente era espressamente previsto quale regola generale dal comma 9 dell’art. 20 del decreto n. 29/93, ora abrogato, al quale rimandavano sia l’art. 6 della legge n. 127/97, sia il contratto della dirigenza degli enti locali (art. 22, comma 5). Infine, sul punto è estremamente chiaro l’art. 23 del contratto collettivo, il quale richiede il contraddittorio con il dirigente in ogni caso di revoca anticipata dell’incarico dirigenziale, anche non conseguente ad una valutazione negativa dei risultati di gestione (art. 23, commi 4 e 5).

In secondo luogo, si può ancora notare, sulla base di un confronto tra il primo ed il secondo comma dell’art. 21 del decreto n. 29, che solo nel caso di cui al secondo comma può aversi una sostanziale "dequalificazione" del dirigente conseguente all’accertamento della responsabilità disciplinare (9). Solo al secondo comma dell’art. 21, infatti, si contempla esplicitamente la possibilità di esclusione del dirigente dal conferimento di ulteriori incarichi di livello dirigenziale corrispondente a quello revocato. Quindi, ragionando a contrario, sembra che la destinazione ad altro incarico, che il primo comma dell’art. 21 prevede come possibile conseguenza per i casi meno gravi di responsabilità, debba essere intesa come possibilità di conferimento di un altro incarico anche di livello dirigenziale equivalente.

Naturalmente, la possibilità di affidare incarichi di tipo ispettivo, di ricerca o di studio, di cui all’art. 19, comma 10, del decreto n. 29 (richiamato dal primo comma dell’art. 21) può offrire di fatto, all’amministrazione, la possibilità di distogliere da incarichi operativi, con un provvedimento tutto sommato "elegante", il dirigente incapace, senza tuttavia dequalificarlo formalmente (10).

Non è invece stata presa in considerazione dal decreto n. 80/98 la misura, prevista nel contratto collettivo dirigenziale degli enti locali, della revoca totale dell’incarico, con conseguente collocamento a disposizione del dirigente per un periodo massimo di un anno (11). Senza addentrarsi nel complesso meccanismo dei rapporti tra legge e contratto collettivo, specie nella materia de qua – si veda il nuovo testo dell’art. 2, comma 2, del decreto n. 29/93 –, si può comunque osservare che tale previsione contrattuale ha perso la sua giustificazione a seguito dell’abrogazione del comma 9 dell’art. 20 del decreto n. 29, del quale costituiva una ripetizione quasi testuale.

Anche la previsione dell’art. 6, comma 7, della legge n. 127 del 1997, modificativo dell’art. 51 della legge n. 142 del 1990, e dedicato alla responsabilità dirigenziale dei dirigenti degli enti locali, deve ora essere opportunamente coordinata con il nuovo art. 21 del decreto n. 29/93. In particolare, una lettura integrata delle due norme porta a ritenere non più possibile una revoca tout court dell’incarico dirigenziale, senza cioè l’affidamento di un nuovo incarico, come invece poteva ritenersi sulla base dell’art. 6 della legge n. 127/97, il quale a sua volta richiamava l’art. 20 del decreto n. 29/93.

Un accenno, infine, deve essere dedicato ai rimedi a disposizione del dirigente contro i provvedimenti adottati a seguito di valutazione negativa dei risultati di gestione. In proposito, va subito sottolineato che non è praticabile la via del collegio di conciliazione di cui al (controverso) art. 30 del C.c.n.l. della dirigenza degli enti locali. Infatti l’art. 27, comma 4, del contratto stesso esclude espressamente tale rimedio per il licenziamento conseguente a grave responsabilità dirigenziale (art. 23, comma 8, del C.c.n.l.), per riservarlo al solo licenziamento disciplinare (12).

Quindi, il dirigente che non accetti la misura sanzionatoria – ed in particolare il licenziamento – applicatagli per effetto dell’accertamento di una responsabilità dirigenziale potrà soltanto ricorrere al giudice del lavoro, previo esperimento del tentativo obbligatorio di conciliazione presso la direzione provinciale del lavoro, ai sensi degli artt. 69 e 69-bis del decreto n. 29/93 (come modificati dagli artt. 31 e 32 del decreto n. 80/98) (13).

Si profila, dunque, una disparità di trattamento tra responsabilità dirigenziale e responsabilità disciplinare, o meglio tra licenziamento per responsabilità dirigenziale e licenziamento per ragioni disciplinari. Si tratta di un tema interessante, al quale conviene dedicare qualche ulteriore approfondimento.

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4. La distinzione tra responsabilità dirigenziale e responsabilità disciplinare del dirigente

La distinzione esistente tra la responsabilità dirigenziale in senso proprio e la responsabilità disciplinare del dirigente non è di agevole individuazione, e non è sempre compresa o accettata dagli interpreti, pur potendo essere di grande importanza nella gestione quotidiana dei rapporti di lavoro.

Tuttavia va riconosciuto che, tra le due tipologie di responsabilità, non solo vi è diversità di presupposti, ma anche – ciò che maggiormente rileva dal punto di vista del comportamento delle amministrazioni – nella procedura da seguire, e nelle misure sanzionatorie da applicare.

Occorre subito chiarire un passaggio fondamentale. La differenza principale tra la responsabilità dirigenziale in senso proprio e la responsabilità disciplinare del dirigente risiede nel fatto che la prima è una responsabilità disciplinare di tipo oggettivo, nel senso che prescinde da un’indagine sull’elemento intenzionale che sta alla base del mancato raggiungimento degli obiettivi da parte del dirigente (14). La responsabilità disciplinare, invece, per definizione, è responsabilità per ragioni soggettive, fondandosi necessariamente sul presupposto che un dato comportamento, disciplinarmente rilevante, sia imputabile al dirigente a titolo di dolo o di colpa (15).

Si tratta di una conclusione non unanimemente condivisa, e che, tuttavia, è l’unica che riesce a giustificare le differenze di regime, e soprattutto di procedura e di sanzioni, esistenti nei due casi. Di ciò si è avveduta da tempo anche la giurisprudenza amministrativa, la quale ha testualmente affermato che "la responsabilità dirigenziale, prevista dall’art. 19 d.P.R. 30 giugno 1972, n. 748, si differenzia nettamente dalla responsabilità disciplinare non solamente perché fra le due forme di responsabilità manca una uguaglianza di presupposti e di finalità, ma anche perché il citato art. 19 contiene una completa disciplina della materia, pienamente sufficiente a regolarla in tutti i suoi aspetti, senza che occorrano integrazioni di origine disciplinare, che, piuttosto che precisarli, snaturerebbero i suoi aspetti particolari" (16).

Queste considerazioni, formulate con riferimento all’art. 19 del d.P.R. n. 748 del 1972, possono certamente ritenersi ancora attuali, sulla base della nuova formulazione dell’art. 21 del decreto n. 29 del 1993.

Ai sensi di quest’ultima norma, la procedura di accertamento della responsabilità dirigenziale prevede, come ricordato, la contestazione degli addebiti e il contraddittorio con il dirigente, ma non impone il rispetto di un termine minimo per la difesa del dirigente, né regolamenta esplicitamente il diritto di difesa di quest’ultimo. Ed anche il C.c.n.l. per la dirigenza degli enti locali, che pure si preoccupa di assicurare il diritto di difesa del dirigente in entrambe le ipotesi di responsabilità, differenzia chiaramente la contestazione di risultati negativi di gestione – contro la quale il dirigente può esprimere le sue valutazioni tramite una "persona di fiducia" (art. 23, comma 4, C.c.n.l.) – dalla contestazione di mancanze disciplinari, nei confronti della quale il dirigente può organizzare la propria difesa anche a mezzo di un "rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato" ovvero di "un legale di sua fiducia" (art. 27, comma 3, C.c.n.l.). Siffatta diversità di espressioni e di forme di tutela dei diritti del dirigente non può essere considerata casuale (17).

Dopo il decreto n. 80 del 1998, poi, la distinzione di cui si è detto si è ancor più accentuata, prevedendosi, solo per la responsabilità dirigenziale, nell’ambito della procedura di accertamento, un parere da rendersi a cura di un comitato di garanti (art. 21, comma 3, d.lgs. n. 29).

Dal punto di vista delle misure sanzionatorie e dei rimedi, è ancora il contratto nazionale per la dirigenza degli enti locali ad offrire spunti di differenziazione tra le due tipologie di responsabilità. L’art. 23, comma 8, del contratto prevede esplicitamente la possibilità, per l’amministrazione, di procedere al licenziamento del dirigente nel caso di responsabilità dirigenziale "grave e reiterata". Si tratta addirittura di un licenziamento in tronco, e cioè senza preavviso, come testimonia il richiamo all’art. 27, comma 4, contenuto nell’art. 23 del contratto collettivo.

Ma indubbiamente, anche in questo caso, si tratta di un licenziamento intrinsecamente diverso dal licenziamento disciplinare, posto che lo stesso art. 27, comma 4, del contratto si preoccupa di affermare che "in tal caso non si applicano i commi 1, 2 e 3 dell’art. 30", relativo al collegio arbitrale che opera in materia di licenziamento disciplinare. Ne deriva che, anche in relazione alla massima sanzione possibile per entrambi i tipi di responsabilità, e cioè quella estintiva del rapporto, permane pure sempre una differenza di procedura e di rimedi, che non si giustifica se non con una differenza sostanziale, esistente a monte, tra i presupposti delle due tipologie di responsabilità.

Sempre dal punto di vista delle conseguenze sanzionatorie, le coincidenze tra responsabilità dirigenziale e responsabilità disciplinare si esauriscono nella previsione della sanzione massima, che in entrambi i casi è il licenziamento. Per il resto, vi sono profonde se non totali divergenze. Infatti la responsabilità dirigenziale conosce una notevole gamma di sanzioni, sia legali che contrattuali, già ampiamente ricordate, che integrano i diversi casi di revoca dell’incarico dirigenziale.

Invece, dal punto di vista disciplinare, il quadro delle sanzioni inizia e finisce con il licenziamento, non essendo possibile applicare al dirigente sanzioni disciplinari conservative, in base all’art. 27, comma 5, C.c.n.l. dirigenza enti locali. Si tratta di una previsione che, di fatto, conferma come la revoca dell’incarico, e le altre misure conservative conseguenti alla responsabilità dirigenziale, non siano sanzioni propriamente disciplinari (18).

L’impossibilità di applicare al dirigente sanzioni disciplinari conservative, per la prima volta – a quanto consta – affermata esplicitamente in una sede diversa da quella puramente dottrinale, si giustifica con la considerazione, suffragata dall’esperienza quotidiana dei rapporti di lavoro, che una sanzione disciplinare, anche se conservativa, è in grado di minare irrimediabilmente quel legame fiduciario che deve sussistere tra il datore di lavoro ed il dirigente (19). Se, quindi – questo è il ragionamento –, anche una sanzione disciplinare conservativa è in grado di portare, inevitabilmente, alla rottura definitiva del rapporto fiduciario, tanto vale prevedere quale unica sanzione disciplinare appunto quella interruttiva del rapporto, e cioè il licenziamento.

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5. Conclusioni

In conclusione, responsabilità dirigenziale e responsabilità disciplinare del dirigente sono – almeno nel lavoro pubblico – istituti diversi. Di ciò non potrà non tenersi conto al momento di valutare l’operato di un dirigente, e il conseguente comportamento da adottarsi nei suoi confronti.

Da questo punto di vista, permane una divergenza di non poco conto con il lavoro privato, dove invece la distinzione tra responsabilità del dirigente per mancato raggiungimento degli obiettivi e responsabilità disciplinare è estremamente sfumata, per non dire inesistente (20). Una regolamentazione legislativa della responsabilità del dirigente per insufficienti risultati di gestione, sulla falsariga dell’attuale art. 21 del d.lgs. n. 29/93, è del tutto assente nella normativa sul lavoro nell’impresa privata (21). Comune sia al privato che al pubblico è invece il fatto che i profili di responsabilità disciplinare del dirigente trovano una loro regolamentazione (sia pur scarna) a livello di contratto collettivo.

La ragione della scelta operata dal legislatore nell’art. 21 del d.lgs. n. 29/93 – nonché nell’art. 6 legge n. 127 del 1997 – va ricercata nella considerazione che i recenti provvedimenti legislativi di riforma del settore hanno fatto della dirigenza il cardine del processo di privatizzazione (22). L’insistenza del legislatore e delle parti contrattuali sulla piena responsabilizzazione del ruolo dirigenziale appare allora del tutto comprensibile, in una prospettiva nella quale la dirigenza pubblica è destinata a divenire, ancor più dopo il decreto n. 80 del 1998, la leva principale sulla quale puntare per il recupero di efficienza dell’apparato amministrativo.

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* Il presente articolo deriva da una rielaborazione, con l’aggiunta delle note essenziali, dell’intervento svolto in occasione della I Conferenza nazionale sulla valutazione nella pubblica amministrazione locale, Roma, Cnel, 4 giugno 1998.torna all'articolo

** Ricercatore di diritto del lavoro, Facoltà di giurisprudenza, Università di Modena.torna all'articolo

(1) Al quale, peraltro, deve ora aggiungersi la c.d. legge Bassanini III (n. 191 del 1998), di recentissima approvazione.torna all'articolo

(2) Per ampi riferimenti in materia cfr. Boscati, Incarichi, valutazione e responsabilità dei dirigenti, in F. Carinci – C. D’Orta (a cura di), I contratti collettivi per le aree dirigenziali – Commentario, Milano, 1998.torna all'articolo

(3) Per tale espressione cfr. T.A.R. Lazio, sez. II, 3 ottobre 1985, n. 2378, in Foro amm., 1986, 504, e T.A.R. Calabria (Catanzaro), 11.7.1991, n. 455, ivi, 1992, 1219. In dottrina Meoli, Incarichi di funzioni dirigenziali, in F. Carinci (a cura di), Il lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni – Commentario al d.lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, vol. I, Milano, 1995, 474.torna all'articolo

(4) In questo senso cfr., espressamente, Consiglio di Stato, VI, 14.11.1988, n. 1236, in Cons. Stato, 1988, I, 1453; Consiglio di Stato, IV, 24.5.1983, n. 330, ivi, 1983, I, 497; Corte dei Conti, sez. controllo, 28.11.1985, n. 1602, ivi, 1985, II, 1841.torna all'articolo

(5) In giurisprudenza, prima del decreto n. 29 del 1993, cfr. T.A.R. Lazio, I, 10.6.1981, n. 460, in Riv. amm. R.I., 1981, 771.torna all'articolo

(6) Peraltro, l’applicabilità dell’art. 19 del decreto n. 29/93, nel nuovo testo, è differita al 30 settembre 1998, ovvero alla data – se anteriore – di entrata in vigore della seconda tornata contrattuale. Fino a tale data "continua a trovare applicazione l’art. 19 [rectius: il testo originario dell’art. 19] del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29" (così dispone l’art. 45, comma 8, del decreto n. 80/98).torna all'articolo

(7) Sulla necessità che, in sede di accertamento della responsabilità dirigenziale, vengano seguite (a pena di illegittimità) le procedure previste per la revoca degli incarichi dirigenziali, cfr. di recente T.A.R. Piemonte, II, 26.1.1996, n. 31, in T.A.R. 1996, I, 849.torna all'articolo

(8) Per un’espressa affermazione in tal senso, proprio in materia di responsabilità dirigenziale, cfr. Consiglio di Stato, 14 novembre 1988, cit., secondo cui la necessità del contraddittorio con il dirigente risponde ad "un principio di civiltà giuridica che costituisce un principio generale dell’ordinamento, alla stregua del quale non appare possibile pervenire all’affermazione di qualunque tipo di responsabilità senza che l’interessato sia stato messo in condizione di conoscere i fatti addebitati e di esprimere le proprie ragioni". Analogamente, più di recente, v. T.A.R. Calabria, 10.3.1995, n. 226, in T.A.R. 1995, I, 2676, il quale richiama anche i princìpi introdotti dalla legge n. 142 del 1990 (artt. 7 e 8) in tema di procedimento amministrativo.torna all'articolo

(9) Il contratto collettivo dirigenziale prevede, sul punto, la possibilità che al dirigente responsabile venga affidato "un incarico dirigenziale di valore economico inferiore" (art. 23, comma 7, C.c.n.l. dirigenza enti locali).torna all'articolo

(10) Per una ipotesi analoga – rimozione di un dirigente dell’Ente ferrovie dello Stato di mansioni direttive, ed attribuzione al medesimo di incarichi di studio e di controllo – cfr. Pret. Palermo, 27.12.1986, in Dir. lav., 1987, II, 272. Deve trattarsi comunque di incarichi non generici, né costituiti ad hoc: cfr. Corte dei Conti, sez. controllo, 28.11.1985, n. 1602, cit., con la quale è stato ricusato il visto ad un provvedimento di trasferimento di un dirigente a funzioni di "esperto, con compiti di studio".torna all'articolo

(11) Il collocamento a disposizione era previsto anche dall’art. 19 del citato d.P.R. n. 748/72: per una fattispecie concreta cfr. T.A.R. Lazio, I, 10.6.1981, n. 460, cit..torna all'articolo

(12) Dopo il decreto n. 80, com’è noto, il collegio arbitrale in materia disciplinare, previsto dai commi 7, 8 e 9 dell’art. 59 del decreto n. 29, è destinato a scomparire dopo la seconda tornata contrattuale (art. 28, comma 2, del decreto n. 80/98). I contratti collettivi nazionali potranno tuttavia prevedere, egualmente, apposite procedure di conciliazione ed arbitrato, come appunto quella disciplinata all’art. 30 del C.c.n.l. dirigenza enti locali; in mancanza, si farà luogo al tentativo obbligatorio di con-ciliazione, istituito in via generale dall’art. 31 del decreto n. 80/98 per tutte le controversie di lavoro, pubbliche e private (v. in tal senso, espressamente, il nuovo art. 59-bis del decreto n. 29/93, introdotto dall’art. 28 del decreto n. 80).torna all'articolo

(13) V. però la recente decisione della Corte di Cassazione, sez. unite, 16.4.1998, n. 3882 (a quanto consta inedita), secondo la quale l’atto di risoluzione del rapporto di lavoro del direttore generale di una Usl, conseguente ad una valutazione negativa dei risultati di gestione, si configura come atto discrezionale di alta amministrazione, la cui conoscenza rientra quindi nella competenza del giudice amministrativo.torna all'articolo

(14) In questo senso v. chiaramente T.A.R. Calabria (Catanzaro), 11.7.1991, n. 455, cit., secondo cui la responsabilità dirigenziale (o manageriale) "trascende i limiti del comportamento personale del soggetto, nel senso che essa ha di mira non tanto la legittimità formale dei singoli atti, quanto la qualità degli obiettivi raggiunti, implicando una valutazione di obiettiva inidoneità all’espletamento di determinate funzioni".
Ne deriva che tale responsabilità può ritenersi sussistente anche in presenza della circostanza – in tal caso "irrilevante" – che il dirigente abbia svolto "una rilevante mole di lavoro, anche al di là delle proprie competenze", se nonostante ciò egli non ha conseguito gli obiettivi prefissati: cfr. Corte dei Conti, Regione Toscana, sez. giurisdiz., 20.5.1996, n. 275, in Foro amm., 1997, 336. V. pure, per alcune fattispecie, Corte dei Conti, sez. II, 26.9.1991, n. 300, ivi, 1992, 1257, e Consiglio di Stato, V, 1.4.1996, n. 315, ivi, 1996, 1184.torna all'articolo

(15) In senso conforme cfr., in dottrina, D’Orta, Controllo di gestione e responsabilità dirigenziale nella pubblica amministrazione, in D’Orta – Meoli, La riforma della dirigenza pubblica, Padova, 1994, 149; prima del decreto n. 29/93 cfr. Virga, Il pubblico impiego, Milano, 1991, 394.torna all'articolo

(16) Così T.A.R. Lazio, I, 9.7.1980, n. 780, in Riv. amm. R.I., 1981, 250. V. anche T.A.R. Calabria (Catanzaro), 11.7.1991, n. 455, cit.torna all'articolo

(17) Sul punto cfr. Boscati, op. cit., 359.torna all'articolo

(18) Come già rilevato da Consiglio di Stato, 24.5.1983, n. 330, cit., e da T.A.R. Calabria (Catanzaro), 10.3.1995, n. 226, cit..torna all'articolo

(19) Sul concetto di criterio fiduciario nel rapporto dirigenziale pubblico, cfr. Consiglio di Stato, IV, 22.8.1996, n. 995, dove si precisa che il rapporto fiduciario "non si può intendere come affinità di idee politiche o personali, ma deve consistere nella ricerca di dati obiettivi, con riferimento alla probabilità di svolgimento ottimale di mansioni pubbliche".torna all'articolo

(20) A ciò contribuisce la considerazione del dirigente, ancora diffusa in giurisprudenza, come soggetto licenziabile ad nutum, così che non è necessario motivare il provvedimento di recesso, e nemmeno – come ha chiarito la Corte di Cassazione nella nota e controversa sentenza delle sezioni unite 29.5.1995, n. 6041 (in Dir. prat. lav. 1996, 119) – seguire la procedura di cui all’art. 7 stat. lav., in caso di licenziamento disciplinare del dirigente.torna all'articolo

(21) Cfr. A. Zoppoli, L’estinzione del rapporto, in L. Zoppoli (a cura di), Contratti collettivi a confronto: impiego pubblico, industria, servizi, Milano, 1996, 301.torna all'articolo

(22) Cfr. per tutti, di recente, le considerazioni di L. Zoppoli, Progressi e insidie lungo il percorso della privatizzazione della dirigenza