Buso del Sabato Santo:

Appunti d`esplorazione

 

di Luca Visonà ULY

 

Valdagno, Sabato 29 Marzo 1997.

Saranno forse soltanto le solite sciocche superstizioni, ma a Valdagno, da qualche tempo a questa parte, corre voce che le grotte cedano la propria millenaria verginità in occasione delle grandi feste.

Come altre innumerevoli leggende alle grotte associate, anche questa sarebbe rimasta fantasia se non fosse stata puntualmente smentita dai fatti. E che fatti ! Come poter infatti spiegare di grotte come "Tana del Gufo" o "Think Dark", la cui scoperta guarda caso cade il giorno di Natale, o come quest'ultima "Buso del Sabato Santo", alla vigilia di Pasqua ? Forse che qualche sorta d'influsso spirituale interagisca a renderci la vita più facile, quando nei giorni di festa sacrifichiamo il nostro prezioso tempo libero dimostrando così a Madre Terra la nostra più cieca fedeltà ? A questo, penso, non creda proprio nessuno, o meglio quasi nessuno.

Infatti, un Essere sfuggente cupamente introverso, dedito a strane abitudini, si aggira solitamente nei giorni di festa tra i boschi che costeggiano le colline valdagnesi, annaspando alla ricerca di qualche orifizio che possa sanare la propria eterna sete di buio; è solito circondarsi di una ristretta cerchia di collaboratori ai quali chiede fedeltà assoluta e grande sacrificio per quella che sembra essere l'unica ragione di una sana esistenza.

E così il nostro Mapez, sembra che il suo vero nome sia Massimo, alla vigilia di Pasqua, come di consueto se ne andava per boschi a sondare il terreno a colpi di sigaretta. Con fare circospetto pose la sua attenzione su di un minuscolo buchetto per sondarne profondità e circolo d'aria e il buchetto, stregato dall'imminente festa pasquale, non tarda a rivelarsi.....

 

 

Domenica 20 Aprile 1997

Parcheggiata la macchina e divisi i carichi, percorriamo il breve tratto di strada asfaltata che ci divide dal bosco, indifferenti agli abituali sguardi indigeni che ci vedono eclissare nel bosco sottostante carichi di materiali atti allo scavo. Raggiunto l'ingresso dividiamo i compiti: Massimo ed io armati di mazzetta, punta e piede di porco, Flavio di guanti per il posizionamento del materiale sul terrapieno onde evitare pericolose cadute di massi a valle. Il lavoro procede al meglio e dopo due ore di faticoso scavo ininterrotto riusciamo a penetrare in quell'angusto e quanto mai misterioso orifizio che aspira con avidità il fumo delle nostre sigarette.

Entro per primo e scopro una bella sala di crollo con il pavimento ricoperto di massi disposti in modo caotico; quasi fatico a camminare. Grido a Massimo il buon esito dell'operazione ed osservo con meticolosa attenzione ciò che la fiammella ormai agonizzante mi permette di vedere. La sala, piuttosto larga e alta un paio di metri, sprofonda su di un pozzetto ostruito; sulla sommità di questo, l'imbocco di un piccolo meandro che porta, dopo uno stretto passaggio, ad una stupenda galleria fossile con il soffitto cosparso di numerose cupole d'erosione. Quasi fosse messa lì per confondere le idee, non sembra dare adito a prosecuzioni, in quanto la volta gradatamente si abbassa, né sembra abbia molto senso se associata al resto della grotta.

Torno all'ingresso per aiutare Flavio in evidente difficoltà (causa incompatibilità dimensionali), e mentre allargo ulteriormente il passaggio lascio il cambio a Massimo che passa in esplorazione. Svincolato dall'impaccio della scomoda posizione, Flavio si aggrega a Massimo mentre io mi infilo caparbiamente tra dei massi in frana, tentando forse di esplorare zone presenti soltanto nella mia fervida fantasia. Dopo un po' finalmente do forfait e raggiungo gli altri due che nel frattempo, seguendo le correnti d'aria all'interno di un cunicolo, sono giunti al cospetto dell'ennesimo restringimento intransitabile.

Poco male, lì di aria ne passa così tanta che la prossima volta si andrà a colpo sicuro.

 

 

Domenica 4 maggio 1997

Stavolta siamo in sette ed armati fino ai denti: due punte, una mazzetta, tre badili, un piede di porco, una slitta portamateriale con relativa corda e tre secchi da muratore prelevati dal cantiere di Mario; con lui Ciaio, Fabio, Mirco, Flavio, Massimo ed il sottoscritto.

Visto lo spazio esiguo parto da solo; presto mi raggiunge Massimo, più tardi anche gli altri. La slitta, già collaudata a suo tempo nel vicino "Buso del Barbera", svolge egregiamente il suo compito, e nel giro di un'ora e mezza (17 carichi) si passa di nuovo. Stavolta tocca a Massimo; io rimango ad allargare ancora un po' (poi dite che non vi penso) e dopo aver assicurato a me ed agli altri un passaggio dignitoso lo raggiungo. Nel frattempo Mario ci comunica che fino a quel momento abbiamo tranquillamente lavorato sopra un pozzo di 15 metri, coperto da pochi centimetri di terriccio e sfondato per puro caso da una gomitata e mi fa sentire come la pietra sonda piacevolmente le pareti del pozzo rotolando per una manciata di secondi. Ma la posizione in cui mi trovo non mi permette il lusso di andarlo a guardare, così seguo Massimo che nel frattempo si è eclissato.

"Ma che grotta è mai questa ?" mi chiedo osservando solitario il meandro che sto percorrendo carponi; un continuo saliscendi mi riporta mentalmente al terribile "Barbera" e augurandomi di non aver scoperto un parente stretto di tale grotta (ma esiste ?), mi trascino ansimando. Non ci vuole molto a capire che ci troviamo nella parte somitale di qualcosa di più profondo, ne sono la testimonianza i numerosi approfondimenti che sembrano invitarmi a scendere più in basso.

"Ma dove si potrà scendere ?" chiedo a Massimo che nel frattempo si è lasciato raggiungere, "Forse più avanti, ma bisogna scavare". Mi trascino fino al punto interessato e comincio la mia opera di disostruzione. Uno dopo l'altro i sassi se la svignano tutti quanti verso il basso, lasciando soltanto un rumoroso ricordo. Dopo aver aperto un discreto varco nella fessura, mi chiedo se possa essere abbastanza largo per me ma non mi ci infilo dentro subito, chiamo Massimo che risolve il problema infilandocisi dentro lui, ma a pelo. Passano alcuni minuti e la voce si fa più debole, lontana e confusa dal riverbero; mi sembra di capire che c'è una continuazione, ma sarebbe comunque tornato su. Attendo un altro minuto ed ecco spuntare fiamma, caschetto e testa; per vedere il resto dovrò aspettare però ancora almeno cinque minuti, durante i quali ogni sforzo per tirar fuori il povero disgraziato sembrava vano. Alla fine il pozzo lo partorisce, ma in condizioni deplorevoli.

Arrivano anche Mario e Flavio, ma ormai ciò che c'era da vedere è stato visto, quindi torniamo indietro. Ci soffermiamo un istante ad osservare il pozzo trovato da Mario e all'unanimità si decide di ritornarvi al più presto, stavolta con corde ed attrezzi.

 

Mercoledì 10 giugno 1997

Visto che gli impegni non ci avrebbero concesso tanto facilmente un'altra domenica, eccoci dunque in un caldo mercoledì estivo, quando le prime ore della sera fanno capolino ad un'anonima giornata di lavoro. Nel frattempo si sono aggregati anche Sandro e Paolo, curiosi almeno quanto noi di scendere quel famigerato pozzo.

Entrano Massimo e Paolo muniti di corde e moschettoni; rimaniamo io e Sandro muniti di piede di porco per allargare ulteriormente quella stramaledetta entrata che evidentemente non era ancora sufficientemente larga. Dopo quasi un'ora di lavoro ininterrotto riesco ad estrarre quel simpatico macigno che sembrava aver messo radici nel terriccio sottostante, responsabile delle mie ingiurie contro il fato e di almeno un anno di sigarette offerte da quell'altro macigno che, sbuffando, alla fine riusciva a passare.

Nel frattempo arriva anche Fabio, assieme raggiungiamo gli altri due che hanno armato e iniziato a scendere il pozzo; per poterlo fare anch'io dovrò aspettare altri dieci minuti, durante i quali la mia curiosità raggiunge livelli indicibili. Al "Libera !" scendo però lentamente, osservando con attenzione degli arrivi laterali e con sospetto un brutto masso sospeso sopra la mia testa. Atterro sopra una specie di ballatoio in bilico su di un altro pozzo. "Caspita, non è ancora finita", penso attaccando la longe sul corrimano e percorrendo ancora qualche passo per mettermi al riparo scorgo una prosecuzione da cui esce un rumore d'acqua. Mi ci infilo dentro pensando alla lampada ormai scarica ed ecco una bella stanzetta sulla quale batte un intenso stillicidio e che sprofonda in una serie di piccoli salti. Il tempo di riempire la lampada ed eccomi di nuovo a sbuffare su di una strettoia, ma stavolta più agevole. Una specie di gradinata mi fa ulteriormente scendere, finchè, tra gli sguardi di chi traffica ancora con corde e moschettoni, sbuco sul fondo del pozzo. Mi viene in mente un'analoga situazione che mi vedeva un anno fa, coinvolto in uno scherzo di discutibile gusto ma con ruoli invertiti; mi risparmio comunque la battuta e un probabile moschettone in testa per continuare l'esplorazione.

Guardo in basso, alla speranzosa ricerca di ulteriori approfondimenti e tra i massi già intravedo la possibilità di scendere. Stavolta però senza una corda non se ne parla, altri otto metri di verticale assoluta mi dividono dal fondo del pozzo; attendo quindi che scendano gli altri e nel frattempo butto giù i massi in bilico. Quando Massimo finisce l'armo e comincia a scendere è già quasi mezzanotte e iniziamo quindi i preparativi per la risalita; Sandro e Fabio partono quando io scendo, così ci ritroviamo in tre, soli, in fondo al pozzo. Una strettoia inghiotte un ruscello ma non c'è aria, la roccia è friabile e si può allargare ma per oggi ci fermiamo qui.

Massimo ed io risaliamo con difficoltà visto che corda infangata e bloccanti non ne vogliono sapere di andare d'accordo. Sotto l'entrata del pozzo ritroviamo l'aria e la speranza di veder continuare questa stranissima grotta. I conti non tornano: che relazione potrà avere quel pozzo con il resto della grotta ? Si sarà formato prima o dopo di essa ? Da dove proviene l'acqua ? Ci sarà qualche congiunzione con le altre grotte poco distanti ?. Questi ed altri enigmi ci riportano sulla strada di casa; ora è giunta davvero l'ora di andare a dormire. Dormire, già, ma chi ci riesce ?

 

 

Valdagno, 13 luglio 1997

E' preferibile posteggiare l'auto in un comodo, ampio spazio nel sottobosco, a soli cinque minuti di cammino (in discesa) dalla grotta, oppure posteggiarla in salita, sotto uno spietato sole estivo, lontani almeno un quarto d'ora di trekking impegnativo per arrivare all'entrata della grotta stanchi e sudati ? Seguendo i saggi consigli di Massimo optiamo per la seconda ipotesi e ci ritroviamo in quattro, Massimo, Fabio, Mario ed il sottoscritto a stendere panni umidi sui rami come massaie col bucato, facendo scongiuri sul tempo e su inopportuni sciacallaggi. In grotta entriamo tutti assieme ma ci dividiamo quasi subito; si decide per la disostruzione in due punti, Mario ed io nella frana con metodi tradizionali, Massimo e Fabio all'entrata del pozzo con metodi più drastici.

  

Il lavoro in frana, atto ad aprire un ipotetico quanto improbabile passaggio, si rivela ben presto opera di ben più vaste proporzioni che ci vede tramutati, nel volgere di pochi minuti, da semplici scavatori a braccia, a temerari guastatori intenti a far crollare massi ciclopici sospesi pericolosamente sulle nostre teste. Sensato invece il compito degli altri due che, non senza difficoltà, riescono a togliere di mezzo uno scomodo masso incastrato e rendere così finalmente agevole il passaggio alle sale sottostanti già parzialmente esplorate.

Li raggiungiamo a opera finita e ci infiliamo tutti quattro; Massimo, Mario e Fabio ripuliscono ed armano il salto successivo, mentre io, intuite delle possibilità esplorative, non mi tiro certamente indietro. Il pozzo, stimato approssimativamente una decina di metri, è impostato su di una stretta fessura obliqua che risulta essere la naturale continuazione del meandro soprastante. Lungo una ventina di metri, alla sua estremità incrocia un corso d'acqua interno che fuoriesce da un bel cunicolo con sezione perfettamente cilindrica: il ramo attivo !

Essendo troppo stretto per essere percorso, seguo il torrente a valle che si infila tra le pietre incastrate sul pavimento; pur con difficoltà riesco a rimuovere pure queste, così scopro un ulteriore approfondimento, che inghiottendo il ruscello mi costringe a scendere ancora. Purtroppo non ci passo e devo fermarmi ad osservare con invidia le acque che scendono a valle; mi sembra che si infilino in passaggi sempre più stretti seguendo la tendenza generale della frattura. Arriva anche Massimo e dopo breve consultazione decidiamo per una temporanea rinuncia dell'esplorazione. La nostra attenzione si sposta dunque a monte, dove, sopra il cunicolo attivo scopriamo un ulteriore passaggio; il soffio di una piacevole brezza ci chiama ad ulteriori prosecuzioni. Purtroppo, sia Massimo che io, valutiamo il passaggio accessibile solo al prezzo di un ulteriore, faticoso ed estenuante lavoro, rinunciamo quindi definitivamente rimandando eventuali tentativi a data da destinarsi. Ritorniamo sul pozzo, dove, dopo un'ultima opera disostruttrice, finalmente si passa.

Tocca a Fabio il compito di scendere ed a noi di osservarlo mentre illumina le pareti con l'acetilene; scende cauto buttando giù i sassi pericolanti, ma dopo una decina di metri si ferma di nuovo; una frana sul fondo pone definitivamente fine alle nostre esplorazioni.

I sacchi sono voluminosi e pesanti da trascinare, ma fortunatamente le strettoie risultano più agibili, grazie alle precedenti fatiche, così non tardiamo molto ad uscire all'esterno, dove ancora ci aspetta un caldo sole estivo.

 

( Continua )