Mabi Col
Home ] Su ]

 

Fatevi i fatti miei

Dal 1991 tengo una sorta di diario. È un diario senza cronologia. Una sorta di ammucchiata di ricordi qua e là sparsi. Di pensieri che si rincorrono senza una logica apparente. Compaiono i fantasmi di tutta la mia vita: persone che dovrebbero essere vere ma forse sono solo frutto della mia immaginazione, di quel modo di guardare le cose da una parte sola così tipico della gioventù che annaspa fra ormoni e mancanza di dati concreti. Ne ho pronta una piccola raccolta che riguarda la mia infanzia sgangherata e la mia gioventù, che ho sottotitolato Il salto generazionale per ovvi motivi. E ce n'è un'altra in preparazione in cui parlo dei miei amici e dei miei fidanzati.

 

La gobba

Ho scritto la prima poesia, ahimé, all’età di 7 anni. Tentai di leggerla a mia madre che, però, aveva da lavare i piatti e mi disse brava, brava, studia, disegna, stai composta! In casa non se ne parlò più di questa mia mania, che venne considerata alla stregua di una malattia vergognosa. Io, però, proseguii imperterrita per tutta la mia carriera scolastica, inseguendo parenti, amici, insegnanti e vicini di casa con libricini autoprodotti manualmente, che nessuno leggeva e che probabilmente sono finiti nel water. Avevo quasi vent’anni, quando ci riprovai con i miei genitori, con i quali (avrete capito) avevo un rapporto molto contraddittorio. Pensando di far capire loro qualcosa di quello che mi passava nella testa, feci loro dono di una delle mie belle speranze, che finì irrevocabilmente nella spazzatura, perché le cose che c’erano scritte non erano conformi ai loro desideri. Allora capii che la strada delle poesia non era quella giusta, ma non mollai… Sono sempre stata testarda.

Più o meno negli stessi anni, pubblicai la mia prima poesia in una delle tante antologie ecumeniche a pagamento, quelle che nessuno legge nemmeno gli autori, ma in compenso rimediai un corteggiatore sardo completamente pazzo. Andai in Sardegna per conoscerlo di persona e fuggii dall’isola inviperita e non ci rimisi più piede. Capivo che la strada non era quella giusta, ma non riuscivo a smettere…

All’università, scrivevo liriche e sonetti sessantottini che nessuno apprezzava, finché il mio fidanzato del momento, che se la dava da cabarettista, si mise a parafrasare una mia composizione, canticchiandone la parole sull’aria di un vecchio motivo d’inizio secolo: Noi siam come le formiche… Tutti mi dicevano che la poesia era roba da uomini e per la rabbia smisi di scrivere per quasi vent’anni. Non è l’esatta verità: per vent’anni mi dedicai anima e corpo alle raccomandate con ricevuta di ritorno, che alcune volte, contrariamente alla poesia, mi diedero anche delle belle soddisfazioni!

La gobba, in effetti, si può nascondere per un po’ ma poi rispunta inesorabilmente quando meno te l’aspetti. Così appena me ne capitò l’occasione ricominciai inesorabilmente ad inseguire la gente con i miei scritti autoprodotti, questa volta col computer, proprio come sto facendo in questo momento. Oramai fanno quasi 10 anni e posso dire, nel frattempo, di averne viste di tutti i colori. Ci sono quelli che vogliono mantenere i dialetti perché ci si sono affezionati; ci sono quelli che vogliono esercitare una lingua straniera, perché sa di esotico, e perlopiù non ne sono capaci; ci sono quelli che si credono un grande poeta perché hanno scritto 3725 poesie (tutte uguali) in soli tre mesi, come se la poesia andasse a peso o a metro; ci sono quelli macomesonobravo, che ti rincorrono con le loro poesie e te le leggono dappertutto, anche se stai mangiando o bevendo un caffé o parlando con qualcun altro o andando alle toilette e non ti danno tregua né di notte né di giorno; ci sono quelli che con la penna ci vogliono far quattrini e provano con la poesia, i racconti, la saggistica, il teatro, il giornalismo e quant’altro (e, se ti dimostri anche solo un po’ perplesso, s’arrabbiano); ci sono quelli impallati per un linguaggio alternativo nel quale non ci si capisce niente e allora che scrivono a fare se la lingua è fatta per capirsi? Già, ma perché si scrive? e con tanto accanimento per di più? Io lo faccio per chiarirmi le idee. Dico sempre che, invece d’andare dall’analista, mi metto lì e scrivo. Butto giù una poesia, un racconto, una lamentazione, scavando nella turpitudine della mia realtà quotidiana. Poi, comunque, lo scrivere non mi basta, perché con gli altri ci si vuole e ci si deve confrontare. La verità è che, quasi sempre, invece di confrontarsi si finisce per giocare al gioco del guardacomesonobravo e ci si azzuffa furiosamente a colpi di liriche e prose contrapposte, cosicché ognuno scrive, legge, ascolta solo se stesso. Un po’ come succede nei pranzi di famiglia dove ognuno racconta la propria barzelletta e poi se la spiega e se le ride, perché gli altri sono troppo intenti ad ascoltare la propria per sentire anche quelle degli altri. Dev’essere come la storia delle intolleranze alimentari: le cose che più ti piacciono sono quelle che ti fanno più male! Ci deve essere uno scatenamento inconsulto di adrenalina, che obbliga il poeta a riprovarci, anche in mezzo al deserto del Sahara. Ci si legge un tot di composizioni come fosse un rosario e non importa se nessuno ci capisce niente. Si fa tutti finta d’apprezzare per non trovarsi nell’imbarazzo di dover giustificare le proprie schifezze. Tanto nessuno ascolta! E battere le mani non costa niente… Tutto questo nonsenso, tutta codesta solitudine non fa che acuire la voglia di comunicazione e di confronto, ovvero di poesia, ma poi ci si ficca inesorabilmente in quel ginepraio ch’è la ricerca della notorietà come mezzo per farsi ascoltare, si scambia il mercato con l’assenso, il dialogo, la comprensione. Tutto finisce quantificato in denaro, ch’è l’unità di misura unica della nostra società. Ma tutto questo, niente ha a che vedere con la poesia vera, ch’è introspezione, pensiero, attività cerebrale e forse dovrebbe restare nei cassetti… Perché dunque non ricominciare a scrivere raccomandate AR?

Rileggo il tutto e mi accorgo che io sono tutto questo né più né meno degli altri. Per favore, portatemi dal veterinario e accorciate le mie sofferenze!

 

 

Home ] Su ]   viperacornuta@tiscali.it