[...] Un tremendo senso di ansia attanagliava il suo cuore e intanto saliva le scale della clinica e percorreva un lungo corridoio maleodorante di medicinali. Raggiunse una stanza in fondo, l’ultima, e le gambe le tremavano, il cuore batteva all’impazzata, era come se un brutto presentimento le togliesse ogni forza. La sua ansia cresceva ad ogni passo che faceva e quella terribile angoscia premeva dentro di lei. Arrivò davanti alla porta della stanza nell’attimo in cui Giulio usciva, lo sguardo basso, il volto stanco e triste. Marina si precipitò verso di lui.
«Giulio, perché questa tristezza? Vania sta forse male? Non è ancora nato il piccolo?»
«Marina, una tragedia. Il piccolo è nato poco fa, un bel maschietto di quattro chilogrammi, ma il cordone ombelicale gli avvolgeva il collo per cui è morto soffocato. A Vania hanno persino dovuto dare l’ossigeno perché era al limite della resistenza fisica. Quanto ha sofferto è indicibile.»
Marina ebbe la sensazione che il terreno le mancasse sotto i piedi, si sentì impallidire, si strinse a Giulio, non sapeva cosa dire, avrebbe preferito sparire, fuggire lontana da loro che soffrivano tanto per non turbarli in un momento così doloroso.
«Giulio, vado via, torno in un altro momento. Non voglio disturbarvi. E’ troppo triste quello che vi è accaduto, non lo meritate.»
«No, Marina, entra da Vania, confortala se ci riesci. Sono sicuro che ti vedrà volentieri, si dispiacerebbe se non ti vedesse. Adesso ha bisogno di tutto il nostro amore.»
Giulio accompagnò Marina da Vania. Lei entrò nella stanza. Vania giaceva ad occhi chiusi e sotto gli occhi si erano insinuate profonde occhiaie scure, il volto era devastato dalla sofferenza fisica e dal dolore morale.
La chiamò dolcemente. I loro sguardi si incrociarono… un attimo. Marina si chinò e la baciò. Rimase un istante ferma, il volto a contatto con quello dell’amica e non pronunciò sillaba. Nessuna delle due parlò, si sentirono vicine come non mai, le parole erano inutili.
“Perché, Signore,” pensò Marina “hai potuto permettere che questa terribile tragedia accadesse? E’ forse peccato essere troppo felici? E’ peccato amare la vita con entusiasmo? E’ peccato avere fiducia, essere ottimisti? E’ peccato pensare che sia giusto che ci vengano elargiti quei doni promessi da tutti i Vangeli del mondo?”
«Sai, Marina, Giulio mi ha detto che il bambino era bellissimo. Non ho potuto vederlo perché stavo troppo male ed hanno avuto paura di comunicarmi una simile notizia, ma Giulio ha promesso che comprerà una piccola bara bianca, tutta rivestita di raso in modo che il piccolo possa riposare tranquillo nella sua culla.»
Un dolore acuto attanagliava il cuore di entrambe.
Un attimo di silenzio, il tempo di mandar giù lacrime e dolore... «Il mio sogno si è infranto nel momento in cui avevo creduto di poterlo realizzare. Non basta la nostra forza di volontà e il nostro amore per la vita per essere felici, noi disponiamo di un grado di libertà veramente minimo perché per il resto è il destino che accompagna il fluire del nostro tempo.»
«Come hai ragione, cara. Però ricorda che Giulio ha bisogno di te in questo momento; ricorda che la sua non è forza, ma amore, amore infinito per la sua dolcissima sposa; e pensa a Edoardo come ad un angelo che è salito in cielo per proteggervi. Da questo momento c’è un angolo del Paradiso dove un’animuccia santa pregherà per voi due che l’avete tanto amato.»
Nella stanza c’erano tanti oggetti che a vederli stringevano il cuore e che non si era ancora avuto il tempo di portar via: tettarelle, vaschette Milton, bavaglini, creme, borotalco, panni ed abitini, tutti celesti e tutti confezionati con pazienza dalla stessa Vania con l’aiuto della mamma. In ogni pezzetto di abitino c’era un pezzo di cuore di Vania, tanti pezzetti di cuore per un enorme mosaico d’amore.
Quanta tristezza nell’animo di Marina rientrando a casa! Pensò al suo comportamento, alla sua stupidità, alla sua incomprensione, al suo egoismo nei confronti di Diego. Aveva creato un dramma per una banalità, un malinteso che poteva sì turbarla, sino a questo punto la sua reazione poteva essere comprensibile e giustificata, ma non doveva spingerla certo ad esasperare la situazione in quel modo assurdo, facendo soffrire tutti. Lei si era arrogata il diritto di far soffrire qualcuno, lei aveva osato infierire contro Diego, Diego che amava con tutta l’anima, per superbia, arroganza, egoismo, amor proprio, orgoglio. Ed ora, davanti alla tragedia di Vania, si rendeva conto dei propri errori, di come tragedia sia solo quella che ti lascia impotente, senza possibilità alcuna di lottare, per la quale nulla può la tua volontà, il tuo amore, la tua forza fisica e morale. Tragedia è quella che ti lascia solo col tuo desiderio di annientamento.
Lei, Marina, aveva ricevuto doni a piene mani, una famiglia stupenda, l’amore di Diego, la piccola e meravigliosa Erica che avrebbe dovuto unirla, non separarla dal suo amore e lei... cosa aveva fatto lei? Si era ostinata, lottando contro la sua stessa felicità, facendo lei quanto la natura non aveva voluto fare.
“Signore, perdonami, dai a me la sofferenza che merito, ma fa felice lui, il mio adoratissimo Diego, colui che tanto ho offeso con la mia stupida superbia, offrendo dolore a chi sapeva donare solo amore.”
La sua tristezza non sfuggì ai genitori. Già il comportamento di Marina li aveva addolorati profondamente. Loro speravano, sempre speravano che la figlia si ravvedesse, che smussasse qualche spigolo del suo carattere, che fosse più ragionevole. Ma le loro preghiere non arrivavano in Cielo. Troppo erano stati felici e per troppi anni perché potesse durare ancora a lungo. La vita non è mai così generosa e con loro lo era stata veramente tanto. Il loro rammarico era purtroppo quello di vedere quale gravissimo errore stesse commettendo la loro figlia e non riuscire a far niente per evitarlo. Inutile farla ragionare, si era ostinata, chiusa dentro quella corazza di irragionevolezza e nulla e nessuno riusciva a scalfire quella corazza. Ormai erano advenuti alla conclusione che solo l’amore smisurato della piccola Erica per il padre potesse far riflettere Marina, ridarle quella ragione che mostrava di aver smarrito.
«Marina, hai una faccia! Cosa mai può essere accaduto?»
«Vania, dopo aver tanto sofferto, ha perso il suo bambino.»
Guido e Patty si guardarono costernati e Marina raccontò loro tutto quanto era accaduto.
«Spero che quanto mi hai riferito serva a farti riflettere, Marina.» Era il padre che parlava. «Spero che da questa triste esperienza di Vania tu tragga una lezione di vita che, mai come in questo momento, ti serve. Hai buttato all’aria, sprecato stupidamente tempo prezioso della tua vita, volutamente l’hai ridotta in pezzi, coinvolgendo in questa distruzione persone innocenti come Erica che ama suo padre, lo adora e tu glielo togli. Tu togli a Diego il diritto e il piacere di godere della enorme felicità che può dare una figlia, lo stai privando del piacere di vederle mangiare le prime pappine, fare le prime moine, ninnarla per farla addormentare, osservare il suo risveglio e la gioia dei suoi occhioni azzurri nel vedere chino su di sé il volto affettuoso del padre, assisterla quando sta poco bene e non venirla a trovare come un estraneo qualsiasi. Quando Erica sarà cresciuta, le cose belle che si sono sviluppate in lei, i momenti impagabili di gioia che sa dare un bambino nei primi giorni di vita non torneranno più. E tu, proprio tu, col tuo egoismo, col tuo egocentrismo hai tolto tutto questo a Diego, l’hai privato del piacere di vedere, giorno dopo giorno, crescere la sua bambina, di ricordare le notti insonni che avrebbe dovuto trascorrere accanto a te, stringersi teneramente al cuore la sua bambina per consolarla del dolore del suo primo dentino. Vania avrebbe fatto qualsiasi sacrificio per godere di questi momenti e farli godere alla persona che ama ed a te sono stati donati su un piatto d’argento e li hai buttati al vento.»
Guido non riusciva a contenere il suo disappunto. Per troppo tempo aveva taciuto. Ogni volta che accennava a parlare, Marina si irrigidiva, innalzava un muro tra di loro e sua moglie gli faceva capire di lasciar perdere, di non insistere oltre, di lasciarle tempo; ma adesso, davanti alla tragedia di Vania, non aveva esitato a sfogare la sua contrarietà. Quali che fossero le conseguenze del suo operato aveva sentito il bisogno di parlarle chiaramente. Lei, Marina, cui il Signore aveva donato il meglio, rifuggiva quel destino benevolo e quella povera Vania, così schietta e amabile, così grata della felicità di cui godeva, veniva punita per aver troppo amato il suo sposo, per aver voluto donare il suo smisurato amore con quella grazia, quella riconoscenza, quel dire: “vi amo tutti, sono la donna più fortunata della terra e tutto l’universo deve essere felice insieme a me.”
«Non dire altro, papà, ti prego, non aggiungere una sola parola a quelle infinite che potresti dirmi. Ti ringrazio, vi ringrazio entrambi per avermi aiutata in tutti questi mesi, per avermi consentito di riflettere da sola davanti ai miei problemi. Se mi aveste parlato prima forse avreste sortito l’effetto opposto. Oggi si è come accesa una luce nel mio cuore. [...]»