«Ciao, mamma, vado con la zia a fare una passeggiata...» e, con voce quasi sospesa, «...vieni anche tu?»
Andrea già conosceva la risposta di sua madre pur tuttavia ogni volta provava a lanciare la sua richiesta d’amore.
Caro, piccolo Andrea, quanti anni erano ormai trascorsi da quella terribile esperienza che tanto aveva segnato la sua esistenza! [...]
Da ciò era scaturita una profonda depressione dalla quale Aurora non riusciva ad uscire, un buio immenso e poi il rifiuto di andare avanti, il distacco dalle persone care che la coprivano di attenzioni e tenerezze che lei accettava come dovute senza nulla dare in cambio.
Non se ne sentiva capace. La sua era una specie di ritrosia ad amare e ad essere amata. Si sentiva vuota, fragile, sola... sola tra persone che le lanciavano continuamente messaggi d’amore, come quello del suo bambino, messaggi che lei non sapeva o non voleva cogliere.
Andrea intanto aveva raggiunto la zia senza attendere una risposta che sapeva non sarebbe arrivata. Aveva cinque anni e la fortuna di avere una zia meravigliosa che l’amava come fosse il suo vero figlio. La manina stretta a quella di Elisa, lui trotterellava osservando il via vai delle persone che godevano del calore di quel pomeriggio pieno di sole.
Raggiunsero il marciapiede in attesa che si accendesse il verde in un attraversamento pedonale. Vicino a loro c’era un giovane seduto su una carrozzella guidata da una persona anziana. Elisa lo vide subito e distolse lo sguardo immediatamente per non apparire indiscreta.
Non altrettanto nobile riguardo provò il bambino che si sentì in dovere di chiedere al giovane quale fosse la causa della sua menomazione.
«Perché, signore, non hai le braccia e le gambe lunghe come le nostre?»
Elisa si sentiva agitatissima. Che momento imbarazzante!
Richiamò il piccolo all’ordine, ma le sue parole parvero vagare nel vuoto spinto. Elisa stringeva la manina del bambino e lo attirava a sé o almeno tentava di farlo.
«Signore, posso chiederti perché ti mancano le braccia e le gambe?»
Il giovane rise, un sorriso smagliante, due occhi vivacissimi che prima erano parsi a Elisa spenti e melanconici ed una bella voce baritonale.
«Veramente me l’hai già domandato due volte, piccolo. Certo che te lo dico. Mi mancano gli avambracci e le gambe perché sono malato. Ho una brutta malattia che me li consuma pian piano.»
«Te li posso toccare? Posso, signore?»
Il giovane guardò Elisa. Si leggeva nei suoi occhi una tacita domanda.
Elisa avvertiva un senso di disagio incredibile. Come si poteva mortificare così un giovane già tanto provato dalla vita?
Come un automa fece un cenno affermativo con la testa. Tanto cresceva il suo disagio, tanto pareva aumentare la gioia innocente del bambino per quella novità. Senza attendere risposta Andrea si avvicinò ad accarezzare i monconi delle braccia del giovane. La manina scivolò delicatamente sulla carne appena colorita dal sole, salì al viso, fece una carezza poi avvicinò il musetto paffuto e lo baciò.
Gli occhi del giovane si riempirono di lacrime. Era abituato all’indifferenza e al disgusto della gente e quel bambino era un raggio di sole nella sua vita buia.
Lo attirò a sé, ricambiò il bacio che il bambino gli aveva dato e lo ringraziò; ringraziò il piccolo amico che non capì e ringraziò Elisa, poi, con un cenno del capo, salutò e rumorosamente attraversò la strada. [...]
Il piccolo nella sua semplicità era stato grandioso. Aveva fatto capire che la diversità del giovane non lo disturbava davvero, non gli faceva voltare lo sguardo spaventato e inorridito, ma la accettava come condizione che rientrava nella norma e, con questo impulso spontaneo del cuore, aveva offerto amore e speranza. Abbassò lo sguardo... Andrea stringeva forte la sua mano, posava la testina sul suo avambraccio... una lacrima e un sospiro... il suo pensiero andava certamente alla sua mamma.
Rientrato a casa corse da lei. La raggiunse nella veranda soleggiata dove sapeva che lei prediligeva trascorrere gran parte del suo tempo.
Era un pomeriggio afoso. Le tende, stese davanti alle finestre aperte, si muovevano lentamente quasi soffiate da un Eolo molto discreto.
Aurora riposava.
Come era sua abitudine, sedeva nella sua poltrona in vimini e teneva gli occhi chiusi. Aveva un’aria sognante ed il suo corpo pareva un bel peluche abbandonato con grazia sulla sedia per dare un tocco di vivacità all’ambiente.
Andrea fece capolino attraverso la porta socchiusa, vide la mamma che riposava tranquilla, si avvicinò con molta circospezione, le manine dietro la schiena, un incedere lento e silenzioso sulla punta dei piedi.
Aurora socchiuse gli occhi e lo osservò, li socchiuse appena appena perché voleva osservare il suo omino senza che lui se n’avvedesse. “Come è bello e quanto è somigliante al suo papà!”
Un’ondata di commozione le pervase tutto il corpo, un orgoglio di mamma che sino ad allora non aveva mai provato.
Il piccolo era convinto che la sua mamma dormisse e le si avvicinò lentamente, quasi sfiorando il pavimento; sporse il corpicino in avanti per osservarla bene e, spaventato per il suo stesso ardire, subito si ritrasse, sollevò la testina per dare un non so che di indifferenza al suo fare circospetto e, manine sempre all’indietro, passeggiò per la stanza.
La mamma non si era svegliata!
Andrea si avvicinò ancora e la osservò: il viso, i capelli, le braccia, le mani... sollevò il lembo della sua gonna e guardò le gambe e i piedi poi, allarmato al pensiero di aver osato troppo, indietreggiò ancora.
Aurora continuava a fingere di dormire. Era incuriosita. Cosa accadeva a suo figlio?
Lui, presa coscienza dello scampato pericolo, ricominciò la sua attenta e accurata ispezione e, ogni volta, dopo aver ruotato intorno alla mamma, si tirava indietro, stringeva le manine dietro la schiena, sollevava il capo verso il soffitto ed assumeva un fare indifferente.
Aurora si stiracchiò con noncuranza, aprì gli occhi lentamente, poi li spalancò con aria attonita davanti al suo bambino.
«Ciao, Andrea. Che bel risveglio! Pensa, aprire gli occhi e trovare davanti a me uno splendido bambino al quale dare cento baci.»
«Mamma, ma tu non sei malata!»
«Scusa, tesoro, ma non capisco.»
«Certo, mamma, tu sei sana. Io ti ho vista, sai. Hai tutte le braccia, le mani, i piedi, le gambe... non ti manca proprio niente. Allora non sei malata!»
«Ma sicuro che ho tutto! Perché dovrebbe mancarmi qualche parte del corpo, mio piccolo Andrea?»
Il bambino per tutta risposta tirò un sospiro di sollievo. «Accidenti, mamma, se sono contento!»
La baciò e corse via.
Che idea, pensò, che buffa idea era venuta al suo bambino.
Non riusciva a capacitarsi, ma quando Elisa le raccontò dell’incontro col giovane , si sentì profondamente turbata.
Che lezione di vita le aveva involontariamente impartito il suo bambino.
Lei diceva di essere ammalata! Lei che aveva tutto il suo corpo a posto, lei che poteva muoversi , camminare, fare tutto autonomamente; lei che poteva avanzare fiera e altera in mezzo alla gente senza che volgessero lo sguardo da un’altra parte, come aveva fatto Elisa.
Lei diceva di essere ammalata!
Aurora! Aurora! Il mondo ti sorride. Questo cielo, questo sole, questi prati sono vita che chiama vita, sono ricchezza offerta all’uomo perché ne faccia tesoro per il suo essere interiore. Dalla ricchezza della natura deve scaturire il desiderio di continuare ad esistere.
Poteva lei sfidare ancora il suo destino che l’aveva fatta tanto soffrire per ricompensarla con gioie maggiori? Poteva lei rifiutare di sentirsi viva quando c’era gente che per una fetta della sua torta la sua vita l’avrebbe sacrificata?
Andrea, mio dolce meraviglioso Andrea!
La tua mamma ce la farà, vedrai, per te e tutti coloro che l’hanno amata e che la amano; per te e per tutti coloro che soffrono e che affrontano la loro sofferenza con dignità e coraggio sublimandola al punto di accettarla come un dono divino.
Si avvicinò alla finestra... scostò la tenda... posò il volto sulla mano che ne tratteneva un lembo e sospirò. Guardò fuori e si sorprese a meravigliarsi del celeste abbagliante di quel pomeriggio di sole. Non ricordava quand’era stata l’ultima volta che aveva provato una sensazione del genere... poi capì. Aveva davanti a sé quello che il suo dolore le aveva per lungo tempo impedito di vedere, quello che da quel momento avrebbe visto nel volto delle persone che amava: il sorriso della vita.