L'apologia delle maschere
In
questi lavori è racchiusa la mia essenza, le maschere si ripetono sdoppiandosi
continuamente, come una sorta di struggente autoritratto, fungendo da sfogo ad
una dimensione personale, che vorrebbe scontrarsi a tutti i costi con la realtà
che la circonda. E bastato plasmare con carta e colore i miei incubi e le mie
paure, trasformarli nell'immagine ossessiva di un volto (sempre lo stesso, il
mio probabilmente!), un volto che infrange il silenzio, che mira a liberare il
suo bisogno di esistere come tale ovvero come specchio di una profonda angoscia.
Quindi, le maschere come strumento di annullamento di quella parte oscura di me
stessa, la quale, liberandosi e fissandosi nella tela mi permette di
trasformarmi in "spettatrice del mio stesso spettacolo", di quel
teatro delle pene che una volta fuori cessa di essere poi così brutale. Prima di arrivare a questa
sorta di pittura-scultura ho sperimentato diverse soluzioni: una del tutto
grafica (o per meglio dire segnica), una pittorica e l'altra materica, optando
infine per quest'ultima. I miei primi bozzetti li ho eseguiti concentrandomi
sulla ripetizione ossessiva di uno stesso soggetto, che è risultato una sorta
di "volto stilizzato" il quale però aveva bisogno di uno spazio tutto
suo, che in realtà non esisteva; dunque è nata l'idea di un supplemento
materico che forzasse maggiormente tale concetto di spazio, avevo bisogno di
materiali ingombranti che dessero un'idea di soffocamento, che chiudessero le
figure e le imprigionassero nel loro stesso strazio, privandole di qualsiasi via
d'uscita.Esse non dovevano scappare, ma presentarsi nella loro estrema
debolezza per confrontarsi, essere giudicate e forse anche capite |

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I miei primi esperimenti sia
grafici, sia pittorici che materici, non hanno soddisfatto a fondo la mia
esigenza di "racconto" perché, i primi risultavano freddi e
distaccati (quindi impenetrabili da chiunque altro, a parte me stessa) e i
secondi apparivano quasi come una sorta di "auto - commiserazione",
ovvero davano l'impressione che solamente al soggetto (ovvero l'unico a
conoscenza di tali passioni) fosse concesso di stabilire un rapporto con essi.
Quindi la mia principale preoccupazione è stata quella di liberare la tensione
che si era venuta a creare attraverso l'espediente della cartapesta, malleabile
e resistente al tempo stesso, che mi ha agevolato tantissimo per quanto
concerneva il rilievo. E'
proprio nel rilievo che induco (anche forzatamente) lo spettatore a rapportarsi
con quanto gli si presenta davanti agli occhi, attuando allo stesso tempo, una
richiesta di dialogo e perché no, di "condivisione" di quanto
raffigurato. La soluzione estrema poi, è stata quella di utilizzare la materia,
non più per sottolineare la presenza delle brutali figure, ma per creare uno
"spazio" mirato esclusivamente a fossilizzarne il
"racconto"; le figure bloccate nella loro durezza, possono essere
così contemplate a lungo, a distanza finalmente da me stessa e sentirmi
finalmente liberata. Così,
le maschere che prima nascevano da un inferno di passioni, divengono la mia più
grande energia, una forza che costituisce intorno a me un esercito in difesa
della mia essenza! E'
come se si trattasse di un impulso, un forte grido di sfogo che libera lo
spirito da incubi opprimenti, talmente fragoroso che tutti possono sentirlo
(anche con le orecchie tappate) in quanto coinvolti e violentati
dall'inquietante immagine. |