Il Corazzini è per noi nel libro dei suoi versi, e ci pare, leggendo, che la sua fine immatura sia stata il solo sbocco naturale di quel suo stato d’animo tutto teso alla morte. Naturalmente, complessità di psicologia, svolgimenti interiori in un animo simile non possono avere luogo: nei tre o quattro anni della sua vita di poeta il Corazzini non ha vissuto una qualsiasi vita che gli permettesse, come accade a chi vive tra gli uomini e nell’azione, di arricchire progressivamente il suo spirito di sempre nuove esperienze, di svilupparlo, perciò e di ampliarlo; egli non poteva che scavare in se stesso, veder sempre più chiaro nell’animo suo, riuscire ad esprimere con maggiore purezza e con più casta semplicità quell’unico ed immobile sentimento di cui era fatta la sua vita: solo l’avvicinarsi progressivo della morte poteva farlo piegare, a trovarvi rifugio e conforto, nella fede, o farlo invece rinchiudere in un più rassegnato e ironico scetticismo. E poiché egli non viveva, e non v’era dietro la sua poesia una concreta esperienza del mondo, questo mondo della vita e degli uomini non penetra mai nei suoi versi, né egli si tende mai ad esso neppure col desiderio, per chiedergli le gioie e le soddisfazioni concesse ad ogni uomo; era già anzi così rassegnato alla morte che alla vita pareva aver rinunziato del tutto per chiudersi in un suo mondo intimo da cui ogni velleità d’azione era bandita ("ma non tentare, mai"), come era bandito ogni desiderio d’accostarsi fraternamente agli uomini. Era il Corazzini solo con sé e con la sua poesia, solo con il suo pensiero della morte e con le cose, le piccole cose alle quali s’accostava non tanto perché così gli avevano insegnato i suoi poeti prediletti, quanto perché in esse vedeva riflessa la sua stessa pena oscura, i suo stesso lento e doloroso morire. Nel mondo di Corazzini tutto è grigio e scialbo, tutto è povero e nudo e dolente come l’animo suo, segno principale questo della fondamentale sincerità del suo sentimento. Il crepuscolarismo era divenuto così per il Corazzini la forma naturale della sua poesia, ché solo nel grigiore desolato e stanco di quella maniera egli poteva effondere la sua sensibilità di fanciullo dolorante e morente. E’, questa di fanciullo, la definizione di chiunque ha scritto su di lui ed è veramente quella che meglio esprime la semplicità di spirito, la purezza quasi verginale del suo animo, il timbro esile e casto della sua poesia. Un fanciullo che dinanzi alla morte non aveva nulla da opporre, ma ripiegava smarrito il capo - così, col capo reclinato sulla spalla, ce lo presentano tutti i suoi amici - e si confortava solo nel trovare diffusa nelle cose la sua medesima tristezza. E nei momenti migliori, episodicamente, la poesia gli fluiva limpida e casta, senza plasticità di immagini e senza vivezza di colori, modulata solo sul tono minore della sua malinconia, in un esile filo melodico. E che questo mondo sia così angusto e infantile, che alla schiettezza sincera si mescolino languori sentimentalistici e ricercatezze e preziosità letterarie, che importa? Povertà d’esperienza, sentimentalismo decadente, tutte queste povere cose che sono nell’opera sua, si riscattano interamente quelle due o tre volte, quei pochi momenti che la poesia le avviva del sua afflato e dà loro la gioia e la pienezza dell’espressione finalmente raggiunta.

GIUSEPPE PETRONIO, Leonardo, 1935, n° 4


 

SONETTO DELLA NEVE

Nulla più triste di quell’orto era,

nulla più tetro di quel cielo morto

che disfaceva per il nudo orto

l’anima sua bianchissima e leggera.

Maternamente coronò la sera

l’offerta pura e il muto cuore assorto

in ricevere il tenero conforto

quasi nova fiorisse primavera.

Ma poi che l’alba insidiò co’ ‘l lieve

gesto la notte e, per l’usata via,

sorrisa venne di sua luce chiara

parve celato come in una bara

l’orto sopito di melanconia

nella tetra dolcezza della neve.

Da Liriche, Ricciardi