Scrutavano inoltre l'inflessibile norma del cielo,

la vicenda delle varie stagioni dell'anno,

né potevano comprendere per quali ragioni questo accadesse.

Non avevano dunque altro scampo che affidare ogni cosa agli dèi ...

V, 1183 - 1195


Poeta latino (Pompei [?] 98 circa - 55 a. C.). Eccettuate le discusse notizie tramandate da San Girolamo, secondo le quali sarebbe stato colpito da pazzia per un filtro amatorio e avrebbe composto parte della sua opera nei momenti di lucidità mentale, per uccidersi infine all’età di quarantaquattro anni, nulla si conosce della sua vita, né il luogo di nascita e la condizione sociale, né quale sia stata la sua formazione culturale, né se abbia partecipato, direttamente o no, alle vicende contemporanee. La sua vita rimane avvolta dal mistero, poichè stranamente tacciono su di lui gli scrittori latini. Fra questi colpisce soprattutto Cicerone, che non scrive di Lucrezio pur essendosi occupato della pubblicazione postuma della sua unica opera, il poema, diviso in sei libri, De rerum natura (La natura delle cose), che costituisce uno dei capolavori della letteratura latina e universale. Dall’opera appare un’acuta sollecitudine per i << tristi tempi della patria >>, funestata dagli odi politici e dalle guerre civili, che via via si allarga fino all’angosciata considerazione della misera sorte dell’umanità. Conseguenza immediata ne è l’ardore messianico, in un intento pratico schiettamente romano, di dare ai suoi concittadini, non meno che ai mortali tutti, la possibilità di riscattarsi da quanto opprime la loro esistenza e di renderla tranquilla e serena. Mezzo miracoloso appare all’autore la dottrina epicurea, che offre una spiegazione razionale della natura del mondo e degli uomini, eliminando insieme con il timore degli dei anche la paura della morte e ogni sorta di credenze superstiziose sull’aldilà. Strumento persuasivo della sua missione gli si presenta la poesia, per la quale si sente nato. Con la forte suggestione dell’arte della parola congiunta al rigore dialettico, induce negli animi la fede ottimistica in Epicuro. Celebra il suo Verbo che, sostenuto dalle conquiste del materialismo, razionalmente presume di superare con dogmi risolutivi il male di una realtà, soggettivamente sentita con desolante pessimismo, come intessuto di dolore e di colpe in fatale dissoluzione. Figlio di un’epoca tormentata in un ambiente di benessere e di potenza, Lucrezio cercò nella scienza e in una filosofia meccanicistica la sola spiegazione accettabile della vita e la sola morale logicamente possibile. Conclusione quanto mai significativa il suicidio.

Il poema di Lucrezio, che rientra nel genere didascalico per il contenuto filosofico, per la struttura che all’esposizione scientifica alterna appropriate digressioni e per il fine educativo, è una grandissima opera artistica e letteraria. L’autore, superando la << povertà del patrio sermone >>, creò nell’ambito di uno scrupoloso purismo il linguaggio vivo ed espressivo per una materia arida e pregna di termini tecnici e ad essa infuse tutta la sua sensibilità, ricca di passioni e sostenuta da una fantasia eccezionale, dandole vita, grandezza e splendore. E questa mirabile capacità creativa si manifesta non solo nelle digressioni e negli episodi, ma spesso anche nella trattazione di motivi strettamente scientifici o filosofici, o meravigliosamente illuminata di notazioni sentimentali e umane.


 

Se infine la natura a un tratto cominciasse a parlare

e muovesse rimprovero a uno di noi in questo modo:

<<Che cosa ti sta così a cuore, o mortale, che indulgi

in modo eccessivo al dolore, e piangi e lamenti la morte?

Se infatti la vita trascorsa finora ti è stata gradita,

e se tutte le gioie, quasi accolte in un’urna incrinata,

non fluirono via, né si persero ormai divenute sgradevoli,

perché non ti allontani come commensale sazio della vita

e a cuore sereno non prendi, o stolto, un sicuro riposo?

Se invece tutto ciò che hai goduto è perito e dissolto nel nulla,

e la vita ti è in uggia, perché cerchi ancora di aggiungere

ciò che avrà triste fine, a sua volta, e un ingrato tramonto locale,

e piuttosto non poni fine alla vita e ai tuoi affanni?

Tutto quanto difatti io escogiti e possa inventare

che ti piaccia, non serve: le cose sono sempre le stesse.

Se il tuo corpo è oramai putrido di anni, e le tue membra stremate

non languono, le cose tuttavia restano sempre le stesse.

Durasse la tua vita sino a vincere tutte le stirpi,

o anche piuttosto non dovessi morire giammai>>;

che cosa rispondiamo, se non che la natura rivolge

un’accusa legittima ed espone una accusa fondata?

Se uno ormai carico d’anni e vecchio e decrepito geme

e misero lamenta oltre il giusto il destino della morte,

la natura non avrebbe ragione di gridare e di insultarlo più cruda?

<<Via le lacrime vecchio furfante, frena i tuoi lagni.

Già, goduto ogni bene della vita, il tuo corpo marcisce.

Ma poiché tu desideri sempre ciò che è lungi da te e non ti curi

di ciò che è presente, la vita ti sfugge imperfetta e ingrata,

e inattesa la morte si arresta accanto al tuo capo già prima

che sazio e appagato tu possa allontanarti dal mondo.

Ma ora abbandona ogni cosa che più non su addica ai tuoi anni,

e sereno arrenditi ai tuoi anni: è destino.>>

Giusta accusa, io credo, rimprovero e biasimo giusti.

Cede sempre il suo posto l’antico estromesso dal nuovo,

ed è legge che tutte le cose si rinnovino l’una dall’altra;

né alcuno discende giammai nell’abisso tenebroso del Tartaro.

Occorre materia perché crescano le stirpi future,

che pure, trascorsa la vita, seguiranno la stessa tua sorte

e, non meno di quelle perite già prima di te, periranno.

Così mai cesserà di prodursi una cosa dall’altra: la vita

non è data in possesso ad alcuno, ma in uso a noi tutti.

III, 931 - 971