Esiste un poeta, nel quadro letterario del Novecento italiano, che è considerato come una felice isola d’approdo da chi si senta stanco, insospettito o respinto dall’oscurità dell’ermetismo e del tardo simbolismo o da chi diffidi dei risultati più recenti di una poesia impegnata alla ricerca di un equilibrio (spesso assai precario e instabile) tra linguaggio e società. Questo poeta, quest’isola beata, si chiama Umberto Saba. Ma conviene dire immediatamente che s’ingannano assai coloro che ritengono facile e piana la lettura di Saba, quasi una vacanza, un meritato riposo fuori delle sirti di quell’oscurità necessaria (e talora ufficiale e manierista) che caratterizzò la poesia europea da quando ci si convinse, per dirla con Baudelaire, che il mondo non era altro che << una foresta di simboli >> e che la poesia, secondo il credo dei simbolisti, da Mallarmé a Rimbaud, era la forma più qualificata per conoscere l’inconoscibile e per esprimere l’ineffabile. In realtà la poesia di Saba, a chi non la legga con spirito ozioso puramente dilettantistico, è proprio nell’apparenza della sua facilità, una poesia difficile e di ardua collocazione; sia che si voglia precisare il suo ambiente culturale, le origini letterarie dalle quali è mossa, sia che si voglia definire la sua specifica portata poetica: il significato del suo esempio e del suo messaggio. Perché, se c’è un poeta che abitualmente si consideri senza radici, quasi nato apposta a sfatare le leggi e la poetica fondamentale della lirica del Novecento, questi è Umberto Saba: un poeta che si spiegherebbe solo con se stesso, per il suo amore pervicace alla poesia come fatto di vita e quasi come seconda vita: sì che la raccolta delle sue liriche si intitola appunto Canzoniere, quasi si trattasse di un romanzo ideale e trasfigurato, ma pur sempre un romanzo autobiografico, come è quello di Petrarca. Ebbene, il lettore << provveduto >> sa che poeti senza radico non esistono, o sono tutt’al più poeti estemporanei la cui economia di canto è tutta strettamente personale: << Je chante pour moi meme ... >>, diceva Carmen, un personaggio particolarmente caro alla fantasia di Saba: << Io canto soltanto per me >>; e sono insomma quei poeti che non lasciano traccia nella cultura e nella configurazione spirituale di una civiltà letteraria. Per Saba siamo invece costretti a un discorso del tutto diverso: pochi poeti, come lui, si sono imposti con un carattere di stimolante e inquietante ipoteca nei confronti del proprio secolo. Il lettore di poesia del Novecento riesce perfettamente a individuare la linea che lega Campana a Ungaretti, Gozzano a Montale sa collocare nella propria casella Quasimodo e Luzi, Gatto e Solmi, Sereni e Bigongiari, sa fin dove arriva il discorso aperto e attivo degli ermetici e dove s’inizia la reazione all’ermetismo, a che punto si esaurisce la prima avanguardia del Novecento e dove si apre il rilancio della nuova avanguardia o meglio dello sperimentalismo di Pasolini e dei poeti di << Officina >>; ma è costretto, alla fine, a riconoscere che, oltre i margini del quadro storico descritto, esiste una poesia studiatissima, apprezzatissima, e pur quasi incognita che è quella di Saba.

LUIGI BALDACCI, da Umberto Saba, in Terzo programma - Quaderni trimestrali, ERI, 1962


 

L’INSONNIA DI UNA NOTTE D’ESTATE

Mi sono messo a giacere

sotto le stelle,

una di quelle

notti che fanno dell’insonnia tetra

un religioso piacere.

Il mio guanciale è una pietra.

 

Siede, a due passi, un cane.

Siede immobile e guarda

sempre un punto, lontano.

Sembra quasi che pensi,

che sia degno di un rito,

che nel suo corpo passino i silenzi

dell’infinito.

 

Di sotto un cielo così turchino,

di una notte così stellata,

Giacobbe sognò la scalata

d’angeli di tra il cielo e il suo guanciale,

ch’era una pietra.

In stelle innumerevoli il fanciullo

contava la progenie sua a venire;

in quel paese ove fuggiva l’ire

del più forte Esaù,

un impero incrollabile nel fiore

della ricchezza per i figli suoi;

e l’incubo del sogno era il Signore

che lottava con lui.

Da Casa e Campagna, in Il Canzoniere, Einaudi