Raccontano che Sbarbaro sappia di botanica come un padre eterno. Solitario e misantropo, il suo discorso quotidiano non con gli uomini avviene ma con le piante e i fiori. Una volta lo sorpresi in estasi davanti a una pianticella esotica che, rinsecchita dietro a un vetro, faceva mostra di se nella hall d’un albergo. Appena mi vide, me ne disse vita e miracoli, e il nome scientifico, e la rarità, e come si dovesse allevare in serra, bagnandola a ore fisse, quasi col contagocce. Sbarbaro è piccolo e leggero di statura, un pò goffo, le spalle curve, d’uno che passa il tempo sui libri e sull’erba. Ma, nel discorrermi di quella pianta che lo entusiasmava, mi pareva s’allungasse, crescesse di misura, diritti il corpo e la testa, gli occhi miti pieni di luce giuliva. Botanico e poeta si davano la mano.

GIUSEPPE RAVEGNANI, in Mezzo secolo di poesia, di Luigi Fiorentino, Siena, Maia.

 

Pianissimo fu un libro nuovo, e sorprendente nel 1914, e siamo d’accordo con chi lo considera un momento importante per la poesia italiana contemporanea, non solo per il suo aspetto - già più volte constatato - di << precedente >> e di anticipazione di esperienze diverse, del resto assai più radicali, ma anche per la novità della sua lingua e del suo fervore umano. Di fronte al crepuscolarismo morbido del << parlato borghese >> stanco e ripetuto, Sbarbaro offre subito, un’esperienza di musica bassa ma attentissima e sofferta, implicitamente polemica. Pianissimo è, dunque, un programma poetico, un’intenzione umana. Non si tratta di una disposizione al << canto >>, al proprio ritratto o racconto sentimentale, alla più o meno esplicita (e persuasiva) polemica antioratoria e antiretorica, come è stato nei crepuscolari. Si tratta di un << diario >> di pochi fatti interiori, di sentimenti precisati e come fissi di fronte a sé, al di fuori di ogni possibile recitazione e crudelmente spogliati di ogni richiamo, di ogni superstite vitalità esterna. Qui la sua forza, anche dimostrativa, la sua soluzione perentoria di fronte alla lingua e al mondo << crepuscolare >>, o alla particolare presenza, in Sbarbaro, del crepuscolarismo. E’ stato detto che Sbarbaro ha collaborato a una protesta anti classicista, alla rinuncia di un complesso di sentimenti consacrati, di scene e di gesti ufficiali per una interiorizzazione del proprio mondo, per una evocazione assorta e assidua di sé; e in questo si avvicina ai crepuscolari, alla rottura con un linguaggio tradizionale, all’immissione di nuovi contenuti e di nuovi temi. E’ vero, ma l’operazione di Sbarbaro è più complessa e orientata in una direzione nuova e polemica. Non si tratta di rifiutare, si tratta di ridurre il proprio mondo a una norma intima; la novità di Sbarbaro non è soltanto tematica o programmatica, è alla fine di una ricerca, meglio è l’espressione stessa di questa ricerca. Sbarbaro introduce, quindi, nella poesia a lui contemporanea un nuovo contrappunto interiore, quasi un << contrasto >> (nel senso tecnico-culturale) di passioni. Una confessione chiusa nella propria voce come in un circolo di estraneità, di rassegnazione e di immobilità sentimentale. La poesia di Pianissimo esprime due ipotesi fondamentali: o l’abbandono, la passività, la risoluzione meramente sentimentale ed elegiaca (nelle sue diverse forme di abbandono alla presenza naturale, << il mondo muto delle cose >>), di accettazione dell’oggettività anonima di consuetudine e assuefazione al dolore; o l’attivismo di un esercizio di spoliazione e di annichilimento come ricerca di superamento. Questo nichilismo morale in cui ci sembra di poter racchiudere, in formula, l’esperienza di Sbarbaro, lo porta nelle sue prove migliori alla identificazione di un’etica e di una ideologia - anche nel suo sostanziale << fatalismo >> conoscitivo - antiretoriche e antioratorie.

GIANNI SCALIA - Belfagor, luglio 1955.


 

L’autore ama, sì, il padre perché gli ha dato la vita, ma lo ama in particolare per le sue qualità di uomo: lo amerebbe anche se non fosse suo padre. Nella sua memoria sono impressi due episodi che, nella loro apparente semplicità, gli hanno rivelato la delicata anima paterna; ed egli li rievoca con un atteggiamento spirituale immune da debolezze nostalgiche, con quella sua disperata indifferenza che lo rende osservatore spietato degli uomini e delle cose.


Il padre

Padre, se anche tu non fossi il mio

padre, se anche fossi un uomo estraneo,

per te stesso egualmente t’amerei.

Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno

che la prima viola sull’opposto

muro scopristi dalla tua finestra

e ce ne desti la novella allegro.

Poi la scala di legno tolta in spalla

di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.

Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo

che la sorella mia piccola ancora,

per la casa inseguivi minacciando

(la caparbia avea fatto non so che).

Ma raggiuntala che strillava forte

dalla paura ti mancava il cuore:

ché avevi visto te inseguir la tua

piccola figlia, e tutta spaventata

tu vacillando l’attiravi al petto,

e con carezze dentro le tue braccia

l’avviluppavi come per difenderla

da quel cattivo ch’era il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio

padre, se anche fossi un uomo estraneo,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuor fanciullo t’amerei.

Da Pianissimo, Firenze, Vallecchi.