Il diluivio - Commentario dell'Apocalisse di Béatus di Liébana, eseguito a Saint-Sever, XI sec.


I sette secoli che vanno dal VI al XIII segnano l'estremo declinare della letteratura latina ed il sorgere d'una nuova letteratura, la letteratura medievale, nella quale si rispecchia e si attua una nuova Concezione del mondo e un nuovo atteggiarsi dello spirito umano. La concezione pagana del mondo così compatta e solida, tutta rivolta a celebrare l'uomo e la sua potenza, il suo dominio sulla realtà e la certezza d'una inestinguibile missione di dominio di Roma - caratteri propri del pensiero classico nella sua maturità - già si andava, nei tardi secoli della decadenza della letteratura e del pensiero antico, dissolvendo, e ad essa si veniva sostituendo l'altra che, per contrapposto a quella prima che abbiamo detta pagana, possiamo chiamare cristiana. In questa concezione il fine ultimo della realtà non è l'uomo e la sua terrena potenza, i valori supremi non sono più quelli terreni ed umani, ma l'uomo appare come creatura di Dio, segnato da un doloroso destino di peccato, e la sua vita è una prova, in cui ciò che principalmente ha pregio è la forza della volontà che si redime dal peccato. I problemi morali sono i problemi fondamentali e ad essi è soggiogata tutta la vita intellettuale, tutta la speculazione filosofica e persino gli ordinamenti giuridici e civili. Tutto è dominato dal senso del divino e alla base di ogni meditazione è il problema del rapporto tra l’uomo e Dio, tra il cammino, anzi transito della vita terrena, e l’eterno, il cielo, dove noi assumiamo la nostra vera vita e realtà. Tuttavia la tradizione classica opera fortemente in tutto il Medioevo e, dopo i più oscuri secoli, il risorgimento della cultura, in ogni sua manifestazione, appare come un ritorno, sempre più insistente, alle tradizioni dell’antichità. Ma codesto ritorno non è da intendersi come una vera e propria restaurazione dello spirito e della letteratura antica, che sarebbe stata impossibile, ma come un mezzo per cui l’anima medievale acquista coscienza di sé, traendo da essa alcuni concetti sull’uomo e la sua dignità, che verranno a rendere più agevole il risorgere dello spirito umano. Soprattutto il Medioevo, via via che sentì le esigenze di una più larga cultura, si rifece all’antichità per trarre dalla ricca letteratura classica, così perfetta e varia, i mezzi per il perfezionamento dei suoi mezzi di espressione. Il classicismo, inteso come tendenza a scorgere nella letteratura e nell’arte dell’antichità un complesso ineguagliabile di perfezioni formali e a conformarsi ad esse per promuovere ogni innalzamento della moderna cultura, agisce dunque sin dal Medioevo ed ha efficacia notevolissima. L’Italia che esce dai secoli più oscuri del Medioevo, quelli che vanno dal VII al X - non è una nazione affatto barbara e senza un suo passato; essa, appena riacquista coscienza di sé ed ha bisogno di creare una sua cultura, ritrova la grande tradizione dell’antichità e si rivolge ad essa, per arricchire ed affinare il suo linguaggio e le sue forme letterarie. La letteratura medievale, nel complesso della sua produzione, ci rivela da un lato gli aspetti più cospicui e profondi di quella concezione della realtà, che abbiamo chiamata cristiana, dall’altro ci consente di scorgere codesto progressivo perfezionamento della espressione letteraria, in cui agisce potentemente la tradizione classica. Ed è appunto in questi due aspetti la sua importanza.

Periodi e aspetti della letteratura medievale:

a) il decadentismo della cultura nei secc. VII - X.

Possiamo, all’incirca, dividere la letteratura medievale in due periodi; il primo, che va dal VII al X secolo, ed è di profonda oscurità, e il secondo, che va dal sec. XI al XIII, e segna il primo risorgere della cultura moderna. I secoli dal VII al X circa segnano - come si è detto il più oscuro decadimento della cultura, l'età in cui, nelle fierissime lotte politiche e nel succedersi e sovrapporsi dei barbari, sembra subire un totale arresto ogni forma più eletta di vita spirituale. Pure, e nella elaborazione del nuovo diritto germanico e nei circoli degli ecclesiastici, vanno, lentissimamente e a fatica, fermentando gli elementi della nuova cultura. La quale in Italia non darà i suoi frutti che dal sec. XI in poi, quando insieme sorge la novella vita civile del Comune, si intensificano i traffici e si afferma un nuovo gusto della vita. Degli scrittori dei secc. VII-X ricordiamo qui due soli, notevoli più per il naturale vigore del loro ingegno che perché stiano ad indicare un generale rifiorire della cultura: PAOLO DIACONO, monaco cassinese, longobardo di nascita (720 circa -795 circa) che scrisse una Historia Langobardorum, che si eleva molto sulle rozzissime cronache precedenti per vigore di sentimento e per notevole accuratezza artistica; e LIUTPRANDO di Pavia, longobardo di origine, vissuto nel sec. X (922 - 971 circa) scrittore alto e vigoroso, di cui va ricordata l'Antapódosis (= contraccambio), un'opera di polemica storica scritta contro Berengario II, che narra gli avvenimenti dall'888 al 950. La lingua usata dagli scrittori in tutti questi secoli è il latino, ma non il latino classico, sibbene quello che si chiama latino medievale o basso latino, che rivela profonde corruzioni rispetto al latino dell'età romana, ma si va via via modificando sul modello degli scrittori antichi col procedere dei secoli medievali, rivelando sempre più l'influenza e l'efficacia del classicismo.

b) il risorgimento della cultura nei secc. XI-XIII

1) Filosofia, diritto, scienza.

Dalla metà, circa, del sec. XI, quando si dissolveva il feudalesimo e il Comune rinnovava la vita civile ed economica, si iniziò in Italia il risorgimento della cultura. Fiorirono soprattutto gli studi teologici e morali e quelli del diritto e delle scienze, intese quest'ultime non già come il frutto dell'esigenza di una libera ricerca, come accadrà nei tempi moderni, ma come sforzo di ordinare tutto il sapere in armonia coi prevalenti interessi religiosi. Il Medioevo infatti non riuscì a concepire l'autonomia delle diverse scienze, ma mirò a disporle entro un grande organismo o enciclopedia, tutte prospettandole come mezzo per intendere lo svolgersi dell'opera di Dio nel mondo, a tutte considerandole come parte della scienza più alta e vera, che è le teologia. Perciò lo sforzo massimo, l'espressione più alta della cultura medievale sono le grandi Summae del sapere teologico e scientifico, in cui tutte le scienze sono rigidamente collocate in una serie gerarchica e dedotte dalle verità fondamentali e immutabili della religione. Anche in questo grande organismo trovano luogo le discipline letterarie propriamente dette, considerate come sussidiarie della teologia. Allora appunto le arti liberali, quelle, diremmo oggi, di cultura generale, vennero ordinate nei due corsi del t r i v i o - grammatica, logica o dialettica e retorica - e del q u a d r i v i o - aritmetica, geometria, musica ed astronomia o astrologia (e insieme medicina, considerata parte dell'astrologia) - quasi scienze introduttive alle più alte forme del sapere. Naturalmente qui si è voluto segnare l'essenziale e perciò non si deve pensare che manchino in questi secoli opere storiche, opere politiche ed opere che diremmo oggi di varia cultura, ma esse non segnano l'indirizzo fondamentale degli studi né hanno tal valore artistico da potere esse diventare elemento preminente della letteratura medievale.

 2) Gli studi storici e retorici

La storiografia del Medioevo è fondata tutta su una concezione provvidenziale della vita e perciò interpreta i fatti non come opere dell'uomo e del suo autonomo agire, ma come mossi da Dio, il quale agisce sovente per suoi fini imperscrutabili. La storia perciò si configura come l'opera segreta di Dio nella umana società, e le azioni degli uomini in essa sono giudicate solo sotto il loro aspetto morale, in quanto valgono a spiegare, in maniera spesso approssimativa ed arbitraria, le ragioni dell'agire della Provvidenza. In generale, le opere storiche di questo periodo non hanno grande importanza né come opere di pensiero né come opere d'arte, tuttavia le migliori di esse rivelano più chiaramente da un lato un apprezzamento sempre più vivo, pur nell'ambito della concezione provvidenziale, delle passioni e degli interessi terreni, e dall'altro la tendenza a conformare la narrazione e la lingua secondo il modello degli scrittori latini classici. Particolare importanza ebbero, specie dal X sec. in poi, gli studi retorici. Essi si rifacevano ad una tradizione assai viva negli ultimi secoli della letteratura latina e miravano a fornire un complesso, spesso assai minuzioso, di regole per scrivere in forma eletta. Tutta la letteratura degli ultimi secoli del Medioevo è sotto il peso di una precettistica retorica che si fa sempre più rigida e complessa. Ciò è dovuto al fatto che il Medioevo considerò la forma come qualcosa di staccato dal contenuto, e curò con particolarissima cura i modi dell'espressione, considerandoli come esistenti per se stessi, e li complicò nella maniera più difficoltosa e strana. Proprio per questo la letteratura medievale, nella sua massima parte, piuttosto che una grande letteratura barbarica e primitiva, appare come un complesso di opere assai elaborate e frutto di grande raffinatezza letteraria. Questa cura della ricercatezza formale, così evidente in questi secoli, avrà poi influenza anche sulla giovane letteratura italiana, la quale erediterà gran parte delle dottrine e delle prescrizioni retoriche del Medioevo, e farà sentire la sua efficacia non solo nelle opere di scrittori minori o minimi, ma anche in quelle dei grandissimi, come Dante, Petrarca e Boccaccio.

La poesia latina e l'origine della poesia ritmica.

Assai numerose furono per tutto il Medioevo le composizioni in versi per le quali pure ebbero vigore norme retoriche assai rigide e complesse. Codesti scritti, affatto privi, nella quasi totalità, di ogni soffio di poesia, vanno considerati più come testimonianze del costume e della cultura medievali che come monumenti d'arte. In questi secoli la poesia da quantitativa che era presso gli antichi, cioè fondata sulla quantità delle sillabe, si va trasformando in ritmica, fondata quindi sulla caduta determinata degli accenti, sul numero fisso delle sillabe in ciascun verso, e sulla rima. La poesia ritmica, la quale si viene liberamente svolgendo sin dai più remoti secoli del Medioevo e di cui abbiamo tracce sin dal sec. III, sorge dall'affievolirsi e successivo scomparire presso i popoli moderni del senso della quantità, che invece i latini avevano così pronto e vivo. Accadde così che i versi latini non rendessero più alcuna armonia e i popoli romanzi, pei bisogni della espressione poetica, assumessero e piegassero al nuovo senso dell'armonia ritmica quei versi latini che, per la caduta fissa degli ictus e per il loro regolare numero di sillabe, meglio si adattavano alle nuove esigenze. Così assistiamo via via al dissolversi dell'armonia quantitativa ed a una serie di lenti trapassi, per cui, successivamente, al vecchio senso dell'armonia viene a sostituirsi il nuovo. A compiere l'opera di trasformazione intervenne l'uso della rima, di cui gli antichi si erano talora serviti, ma solo come espediente stilistico, anche nella prosa e che diventa ora elemento musicale, essenziale alla novella armonia del verso.