Luigi Pulci, Il Morgante, frontespizio della prima edizione a stampa nota, 1481 circa.


Del "rinascimento" inteso come "rinascita" dei valori e della cultura dell'antichità classica dopo un lungo periodo parentetico (il Medioevo), ebbero orgogliosa coscienza gli stessi intellettuali del primo Cinquecento. Si leggano le dichiarazioni di Baldassarre Castiglione nel terzo libro di un testo aureo dell'epoca, il Cortegiano: "E che gli ingegni di que' tempi [quelli passati della vecchia feudalità] fossero generalmente molto inferiori a que' che son ora, assai si può conoscere da tutto quello che d'essi si vede, così nelle lettere, come nelle pitture, statue, edifici e ogni altra cosa". Così com'era presente nei contemporanei il senso della continuità tra Umanesimo e Rinascimento, spesso esemplificata nell'immagine stereotipa dei fiori e dei frutti, per indicare in questo la maturazione delle premesse di quello. Ma è altrettanto presente, negli scrittori, la consapevolezza della precarietà e brevità effettiva di tale stagione "estiva", come dichiara in un testo meno noto, ma non meno significativo già nel titolo, De infelicitate literatorum, Pieno Valeriano: "Sul qual proposito cercossi, dal declinare in poi del Romano impero quale età vi fosse stata mai tanto florida per le lettere: né alcuna se ne rinvenne la quale sembrasse potersi anteporre al tempo che ora mancar minaccia. Tanto è il numero degli egregi intelletti che da ottant'anni in qua fiorirono, e i quali possono contendere con l'antichità, chi per erudizione, chi per eloquenza". E Valeriano - nel momento in cui individua un tempo storico di mezzo, dal "declinare in poi del Romano impero", che non è possibile in nessun modo raffrontare con l'antichità - conta gli "ottant'anni" di "fioritura" di una civiltà che finalmente con quella può "contendere", riferendosi alla data in cui scrive: il 1529; poco dopo cioè quel sacco di Roma (1527) che sancisce la effettiva realizzazione della "minaccia» storica della fine di un'epoca. In realtà le minacce storiche erano antecedenti. Risalivano a quella fine del Quattrocento (1492: morte di Lorenzo il Magnifico e della sua politica degli equilibri; 1494: discesa di Carlo VIII) e a quel principio del Cinquecento (1503: Francia e Spagna si sono ormai installate nel territorio italiano) che nella stessa registrazione della storiografia fiorentina - che proprio al contatto con la drammaticità degli eventi acquisiva la capacità di valutarli e collocarli in uno scenario europeo - diveniva l'inizio della trasformazione del ruolo e della decadenza politica dell'Italia. Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini posseggono fortissima nozione della contraddizione tra lo sfascio politico e militare e lo splendore della rinascita artistica dei loro tempi: "perché questa provincia [l'Italia] pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura" (si afferma nella conclusione dell'Arte della guerra del Machiavelli). In effetti una evidente spaccatura attraversa il Cinquecento e lo divide in due parti, col Rinascimento nel suo massimo e più alto vigore propulsivo (anche quantitativamente) nella prima. Si suole indicare nella pace di Cateau-Cambrésis (1559), che definisce il predominio spagnolo in Italia, il discrimine storico; ma quel trattato ratificava una situazione che di fatto datava da due decenni, e può essere fatta risalire all'entrata in Roma delle truppe ispano-imperiali (appunto il 1527), all'incoronazione a Bologna di Carlo V e alla restaurazione definitiva dei Medici a Firenze (1529: l'anno del trattatello di Valeriano). Frattura politica, dunque, ma anche frattura religiosa (la Riforma di Lutero: Bolla Exsurge domine del papa contro di lui, 1520; la Controriforma e il Concilio di Trento, 1545-63, con alcuni suoi antecedenti come la fondazione della Compagnia di Gesù, 1534). E frattura, sempre più o meno alla stessa altezza cronologica, anche filosofi-co-estetico-letteraria (sostituzione del neoplatonismo coll'aristotelismo inteso in forme sempre più rigide: la pubblicazione della Poetica è del 536). La pace di quasi un cinquantennio di cui l'Italia godrà dopo Cateau-Cambrésis sarà pagata con la più o meno totale sudditanza alla Spagna; con l'emarginazione politica e geografica (l'unico Stato relativamente potente, Venezia, perde Cipro a causa dell'espansionismo ottomano, e la scommessa atlantica a causa della sua collocazione nel mappamondo); con il tramonto del sogno primocinquecentesco di un grande e trionfale sviluppo della cultura e dell'arte laica promossa dalla Chiesa e irradiata dalla vocazione universalistica di Roma, capitale del mondo. Ora tra gerarchia ecclesiastica e intellettuali laici si produce una lacerazione, la Chiesa si arrocca in un sistema difensivo e censorio che di li a poco diventa intervento dirigistico attivo e controllo della formazione e della produzione degli scrittori. E ciò sino alla fine del secolo e oltre in forme sempre più rigide. Questa bipartizione del Cinquecento in due fasi ben separate (anche se non individuabili puntualmente, com'è ovvio) si è fatta via via più netta nell'indagine della storiografia moderna. Meno chiara forse nelle sistemazioni ottocentesche (Il Rinascimento di Jules Michelet, 1855: Dell'antichità o il primo secolo dell'umanesimo di Georg Voigt, 1859; La cultura del Rinascimento in Italia di Jacob Burckhardt, 1860) tutte tese a individuare e definire un Rinascimento, specie nella visione del Burckhardt, come inizio della storia moderna, contrassegnato dall'individualismo, dall'antropocentrismo (l'uomo e non i valori metafisici al centro dell'universo), dal naturalismo (l'uomo, la storia, la lingua come organismi naturali), dalla liberazione della religiosità e della morale da vincoli dogmatici ed ecclesiastici, di contro a un'età di mezzo, barbara, oscurantista e clericale. Ma ben più seccamente scandita, tale bipartizione, invece, dai più recenti studiosi come Ferdinand Braudel che riunisce in un unico periodo il tempo che va dal Petrarca al decennio, appunto, del 1520-30 e lo definisce come età del Rinascimento (in cui "l'Italia divenne [...] l'antesignana intellettuale e artistica d'Europa").

Dal punto di vista artistico e segnatamente letterario la nozione di Rinascimento rimanda a quella di classicismo fino a identificarvisi. E classicismo significa, certo, richiamo all'antichità classica, agli autori greci e latini della maturità delle rispettive storie, ma anche e soprattutto i modi e i termini di questo richiamo e profonda frequentazione. Significa innanzi tutto "imitazione" e regole dell'imitazione: l'Umanesimo s'era occupato del problema (si deve imitare la natura o l'arte?), ma l'aveva lasciato in sospeso. La seria e di gran lunga più robusta e approfondita riflessione estetica cinquecentesca opta inequivocabilmente per il secondo termine: si devono imitare i buoni autori (cosa tanto più necessaria nel momento in cui si inaugura la letteratura in volgare). E l'imitazione dev'essere precisata e controllata da regole, l'attività letteraria organizzata in un sistema generale diviso in generi letterari con valenze tassonomiche e normative: il "genere" non serve solo per orientare e classificare, ma per dettare le norme della scrittura. Regole generali, dunque, e, nel corso del secolo, sempre più astratte e metastoriche: di qui il carattere universalistico del classicismo che spiega anche la sua forza di espansione e la duratura influenza in Europa. Esso deriva anche, sul piano socioculturale, dall'esigenza di unitarietà e omogeneizzazione della cultura cinquecentesca. Non esiste più un polo unico (Firenze), bensì una situazione policentrica e interregionale. Le corti dei principati e sopra tutte la Roma dei papi medicei promuovono un intellettuale-letterato (o artista) non più legato alla provincia, ma capace di circolare e far circolare il proprio prodotto in una più vasta area peninsulare e oltre, in uno spazio sovraregionale, insomma. L'omogeneizzazione è propria della stessa struttura sociopolitica delle corti: nel momento in cui la letteratura si espande e acquista tanto peso, si lega però a filo doppio con la classe aristocratica. Dopo tante scuole e autori che avevano cercato di svincolare la nobiltà di spirito da quella di sangue, ora valori spirituali (letterari, formali) e valori del ceto ottimatizio tendono a coincidere (come dimostra il Cortegiano). Di fronte a una così pressante esigenza di codificazione delle forme (ma anche di sublimazione della realtà) emerge l'irresistibile tendenza di alcuni autori ad andare controcorrente. Nella nozione di anticlassicismo tuttavia non va incluso un vero e proprio programma alternativo, una poetica indipendente, un'altra anima del Rinascimento. E' la stessa anima, di cui l'anticlassicismo è come il risvolto, il necessario complemento. Le poesie burlesche di Francesco Berni, per esempio, che rifanno il verso ai petrarchisti, stanno dentro il fenomeno dominante della lirica petrarchistica e lo declinano negativamente solo dopo averne ammesso l'egemonia e assorbito i registri formali. Accanto alle nozioni di classicismo e anticlassicismo, sta quella ben più controversa e delicata di manierismo. Il termine "maniera" nel Vasari era sinonimo di stile (modo, maniera di fare) ma acquistava anche, talvolta, l'accezione negativa di imitazione tecnicistica, virtuosistica, artificiosa. Il termine fu poi trasportato dall'area artistica (dove designava precisamente gli imitatori di Raffaello e Michelangelo: Giulio Romano, Rosso Fiorentino, Pontormo, Parmigianino) all'ambito letterario, soprattutto ad opera di E.R. Curtius (1948) come naturale sbocco della poetica (e di ogni poetica) classicista in quanto contiene già in sè la predisposizione di moduli e valori culturali e alla imitazione ripetitiva e tecnicistica. Ma con quello storico tedesco il termine diviene sostitutivo dell'intera nozione di "barocco"; mentre altri lo limitano all'area che va dal 1520-30 ai primi del Seicento, lasciando la definizione di "barocco" di preferenza a quest'ultimo secolo.