
Dante Alighieri, Divina Commedia, Numeisper, 1472 - Firenze, Biblioteca Nazionale
Nessuno più di Dante aveva il diritto di sentire il problema del come scrivere. Innanzi tutto, in latino, come volevano i dotti, o in volgare? Il volgare era ormai affermato ma non in opere particolarmente importanti e ambiziose. Al tempo del De vulgari eloquentia Dante aveva già scritto abbastanza della Commedia per sapere che cosa stava nascendo. Nel mondo della verità, avrebbe dovuto dire che la sua opera era la maggiore di cui si aveva conoscenza e bastava per dimostrare che la lingua della poesia era il volgare. È imbarazzante vedere la propria grandezza. Non gli restava che fare del volgare una difesa che oggi diremmo «scientifica», mobilitando la sua ferrea logica e usando il latino. Pianificò un trattato completò di almeno quattro libri. Nel primo affrontò il problema del volgare, che è un concetto, anche se ha innumerevoli manifestazioni, sia in senso orizzontale che in quello storico. Se è un concetto, ci fu sempre. Dante è obbligato a dare uno scorcio di glottologia.
Il mondo aveva, al suo tempo, circa sei millenni di esistenza. Il seme di Adamo si era ampiamente moltiplicato. I primi abitatori della terra avevano parlato la lingua più antica, l'ebraico, quella in cui scrissero Mosè e Davide. Sarebbe sempre continuato così se il peccato non avesse infranto, anche in questo, l'unità originaria dell'essere. Fu quando i Babilonesi tentarono di raggiungere la volta celeste con i loro grattacieli. Dio è bontà infinita e si limitò a confonderne i linguaggi. Pare che non si capissero più tra loro le diverse specialità delle maestranze e l'attività cessò (De vulg. el. I, 7). Così gli uomini si sparsero per il mondo già divisi. Perfino sul nome di Dio ci fu disaccordo: era El, e poi si disse in mille modi; brutto segno. Il ritorno all'ebraico sarebbe stata una vera utopia, e le verginità non si ripristinano. La poliglossia era una pena inevitabile da scontare.
Attualmente si trovavano tre gruppi di lingue: quelle in cui «sì» si diceva ia, quelle in cui si diceva oc-oïl-sì, chiaramente affini, e il greco. Di altri linguaggi e paesi Dante non si occupa; e poi ha fretta di arrivare al nocciolo: in quale dei volgari viventi scrivere in Italia? Qual è in sostanza l'«italiano», nella congerie dei volgari? La parola «italiano» non c'era ancora; Dante lo chiama latinum vulgare illustre, cioè la lingua del popolo «italiano» (latinum) adatta alla scrittura. Questo linguaggio illustre sarà anche cardinale (da cardo, il perno su cui ruota la porta) e curiale, cioè della curia, della corte, come quella già di Federico II, che Dante ricorda con nostalgia disperata, rinfacciandola agli inetti signori attuali (De vulg. el. I, 12). (Per una traduzione di questi basilari concetti danteschi, che usa ripetere cambiandone la desinenza, proporremmo, rispettivamente, letterario, normativo, ufficiale.)
A questo punto l'autore passa in rassegna i volgari d'Italia, velocemente ma con grande sicurezza e discreta conoscenza. A volte i suoi giudizi ci stupiscono. Come giudicare «femmineo» il romagnolo e selvatico (yrsutum) il veneto? Non è facile da spiegare. E il toscano? Il toscano gli è molto caro, ma non è la lingua giusta. Quale sarà allora? Sarà quella che l'intuizione (o discretio) giudica e sceglie da tutto il materiale linguistico della Penisola. Anche dal romanesco, che Dante definisce uno squallido tristiloquium? La discretio non lo farà, ma è metodologico non escluderlo a priori. In altri termini, lo scrittore è come il pittore che deve disporre di una tavolozza estesissima per scegliere i colori che gli servono. Non è il giallo che fa Van Gogh, è Van Gogh che sceglie il giallo. Impostazione felice che permise a Dante di scrivere in fiorentino senza privilegiarlo e senza cadere in un purismo oltre tutto astorico. Glielo osserverà sorridendo Machiavelli, ma due secoli dopo. Forse c'è da ringraziare la sorte che Dante fosse fiorentino, ma non è pensabile fuori della sua Toscana. La «questione della lingua», iniziata da Dante, sarà agitata per secoli e la proposta dantesca darà luogo a gravi equivoci di cui Dante era del tutto innocente. Il suo fiorentino dominante fa però non poco i conti col latino. Il quale non è chiamato latinum per non equivocare. Non era un «volgare», era la lingua scritta della scienza e della conoscenza, una «convenzione» lentamente elaborata (Dante non sa né come né quando né si pone il problema di una realtà così remota e imponente) ma sempre una convenzione, diciamo pure un esperanto. La lingua della scienza era la meno adatta a esprimere il mondo dell'uomo, instabilissimum atque variabilissimum animal; imparata sulla scrittura, porta il freddo nome di gramatica.
Il De vulgari eloquentia resta un testo memorabile. Non si poteva sentire di più il linguaggio come fatto semantico e la poesia come pensiero: la lingua ha un aspetto sensuale, «in quantum sonus est», ma è «rationale, in quantum aliquid significare videtur ad placitum» (cioè secondo la libertà del pensiero). Non si poteva sentire in modo più naturale e moderno la grande poesia, il valore del ritmo, la gerarchia dei Suoi valori. La selva selvaggia dell'estetica medioevale non poteva essere abbattuta, ma è come illuminata. Come sempre in Dante, il pensiero medioevale diventa una sorta di allegoria delle verità più attuali e perenni. Il dualismo gramatica-vulgare è la contrapposizione prosa-poesia, nel senso pienamente crociano: la vera prosa è la scienza, il momento razionale dello spirito. il volgare come lingua della mobilità e della poesia è già la scoperta di quella che diciamo la poesia come linguaggio.