Lorenzo il Magnifico, da un dipinto di Giorgio Vasari


Idealmente aperto dalla coppia Cavalcanti-Dante, si chiude con un'altra coppia singolare, Machiavelli-Guicciardini. Due secoli. Questi due secoli hanno compiuto la prima e più profonda «unità» nazionale, cioè la realtà e il concetto dell'italia. Non era mai stata una «espressione geografica» come dirà Metternich, il grande politico; ma si sa che i politici sono sempre limitati, e quando difendono interessi politici diventano, per necessità professionale, anche imbecilli. È però vero che l'Italia non era mai stata così reale, per quanto, fin dall'ultimo secolo della Repubblica romana, si distinguesse chiaramente dai paesi finitimi. I confini incerti, all'opposto che nel mondo moderno, erano a nord; con Cesare, che estese la cittadinanza romana alla Gallia «di qua dalle Alpi», l'Italia era quella di oggi, fino al Quarnaro, «ch'Italia chiude e suoi termini bagna». Ci sono dunque, fino a oggi, tre Italie che si sovrappongono: quella romana, quella toscana, quella panitaliana o «Italia una». Siamo abituati a vederla da questa prospettiva, per la semplice ragione che è l'ultima, e la storia è sempre vista dalla fine (la storiografia capovolge la prospettiva); è giusto, ma è erroneo. La vera Italia è quella di mezzo. Non si sottovaluti quell'Italia «divisa»; come non sottovalutiamo l'Ellade, che non fu unita mai, o l'Europa, che non lo è ancora. Anche queste sono civiltà unite senza essere una nazione unita. L'Ellade - come Israele - non era un territorio ma un popolo, e si estendeva fin dove c'era un greco. La «Grecia grande», si sa, era in Italia.

Con una prospettiva orizzontale, e non verticale come sono quelle storiche, si rompe questo sviluppo con una grande parola, o un grande concetto, ma non poco indeterminato: Rinascimento. Ma ancora una volta il Rinascimento fa parte del miracolo toscano; è la cultura toscana che trabocca in tutta Italia e trova il terreno adatto, perché il Rinascimento rappresenta la più peculiare cultura italiana. Ma poiché la cultura non ha aggettivi, cioè esclusioni, si estenderà e continuerà fuori d'Italia, iniziando quella che diciamo la cultura moderna di tutta Europa.

All'interno del Rinascimento ci sono le humanae litterae, l'Umanesimo. Abbiamo visto quanto è esso stesso toscano. L'Umanesimo è quasi una categoria, e i suoi termini cronologici non sapremmo quando chiuderli: probabilmente neppure oggi. Se il Classicismo fa parte dell'Umanesimo, da Petrarca in poi c'è piuttosto un progresso, per profondità (quello ottocentesco va oltre a quello del Cinquecento) e per estensione (il presidente del Senegal tra il 1960 e il 1981, Senghor, si innamorò del latino; la filologia classica ha ancora notevoli specialisti negli Stati Uniti). I confini cronologici del Rinascimento poi sono estremamente vaghi. Farlo iniziare con Dante, secondo la tesi di Toffanin, è più inutile che sbagliato, anche perché Dante ci è sempre comodo come campione del Medio Evo. Ma tutto ciò mostra come sono vani (o almeno solo propedeutici) gli -ismi. È però certo questo: che tra l'uomo di Dante - e a fortiori uomini meno dotati e illuminati - e quello dei primi decenni del Cinquecento, c'è un abisso. Un personaggio come Guicciardini è già ottocentesco (e perciò, senza le follie del nostro secolo), e un Dante non lo avrebbe mai né capito né perdonato.

Si sa che la lingua italiana si chiamò toscana, e un libro latino non era tradotto in italiano ma - fino a tutto il Settecento - «traslatato in toscano». E infatti parliamo toscano; Firenze ci ha «dato l'idioma», o meglio noi italiani abbiamo scelto, voluto, amato il toscano, e le differenze regionali non toccano la sostanza. Si è venuti a un compromesso: ogni parte d'Italia ha diritto alla sua pronuncia e perfino a un piccolo lessico locale (per es. «testa» e «capo» sono sinonimi, ma in Toscana si dice «mal di capo» e altrove «mal di testa»). Dall'altro lato, la Toscana ha serbato un privilegio regale, non ha mai torto. Anche i re facevano errori, ma erano errori di persone per definizione ingiudicabili. Per quanto anche per il toscano si possa parlare di «dialetto» (del resto, si sa che è un termine anodino e improprio), la sua normatività resta. Interroghiamo i sofisticatissimi strumenti dell'intuito linguistico: esclamazioni come hai voglia o alle guagnele sono equivalenti a quelle di altre parti d'Italia come sòrbole o mannaggia? La famosa limitazione di Manzoni, purista puro, quella cioè d'un toscano dei «ben parlanti» e di quello da rifiutarsi, è linguistica o piuttosto sociale e di stile umano? Il becero, lo sboccato, riescono a «sbagliare»? Che pretesa vedere assenze del giallo nel giallo! Non sono presenze d'altri colori?

Vexata quaestio la diffusione e il primato del toscano. È chiaro che la grande terna trecentesca non ne è la vera causa; se questa è una tesi ingenua, addirittura sciocca è quella di una maggior somiglianza del toscano col latino (ma serpeggia spesso), e oltre a tutto è falsa la premessa. Non bastano le apocopi delle finali per fare meno latino il veneziano. Resta la tesi che potremmo dire sociale: il toscano, lingua della letteratura, è stato privilegiato dalle classi più alte, non solo della cultura ma del potere. Teorici autorevoli, come il Bembo, contribuirono molto. Potremmo chiamarla la teoria del toscano-snob. Ma non vedrei molto un Ludovico il Moro parlare toscano e non milanese in omaggio ai letterati. E meno ancora tanto toscano nel Veneto, dove la parlata locale era usuale in tutte le classi e ancora sopravvive con eccezionale tenacia. Gli atti pubblici erano spesso in veneziano: ma letterati autorevoli tradivano, solo in questo, volontariamente, la patria. Questo toscano-snob, poi, secondo molti, era limitato a un numero esiguo di persone, addirittura «poche migliaia in tutta Italia», asserisce qualcuno. Ciò che pare, più che esagerato, perentorio, perché - i documenti lo attestano - il toscano non era sempre adottato in blocco, ma arieggiato. In sostanza, i volgari si frequentavano, ma di fatto erano i volgari non toscani che frequentavano il fiorentino. Questo è il punto; e così continua ancora, mutatis mutandis. L'errore vero in queste ricerche è quello di parlare di bilinguismo, cioè di «lingue» diverse (o meglio forse sarebbe dire «diglossia»). È giusto ricordare che il dialetto è una lingua quando viene ritenuto una lingua «corrotta», cioè piena di sbagli, mentre sono gli sbagli di italiano che fa chi usa il dialetto (e in tal caso sarebbe dialetto proprio l'italiano). Ma non parliamo di lingue, come tedesco e italiano. In Italia viviamo ancora in piena confidenza con le parlate locali: ci divertono, le imitiamo, normalmente le capiamo. Certo al tempo di Dante la cosa era diversa perché non c'era un dialetto normativo, ma è un fatto che non c'è traccia di difficoltà linguistica nella vita di allora; si viaggiava senza vocabolari e senza problemi, e si viaggiava molto. Dante stesso si pose il problema della lingua letteraria, dello scrivere, non del parlare; era la famosa panthera che cercava, cioè «l'italiano» degli scrittori, successore del latino, e non lo vedeva, allo stato puro, in nessun volgare. Tuttavia scrisse in fiorentino, sia pure con ritocchi d'oro di latino puro. E così gli altri maggiori: Petrarca ha operato quello che parrà un miracolo linguistico, ma non possiamo certo dire che sia altro dal fiorentino di persona molto «ben parlante». Fu solo la sua origine fiorentina a fargli operare la scelta? Questo è il punto. Le lingue sono stabilite e distinte, i volgari italiani erano mobili; non beni in comune, ma di uso libero. Dunque c'è stata nella toscanizzazione italiana una scelta, una preferenza, un istinto, confortato fin che si vuole dalla letteratura, ma d'altra natura che la volontà. Nessuno in Italia, tranne i puristi, ha voluto parlare italiano. Lo hanno preferito, anzi lo hanno fatto. Perché?

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, come lo diceva un emiliano del Trecento, Benvenuto da Imola: Il toscano era la parlata «la più bella e la più appropriata d'Italia». Si badi all'aggettivo «appropriata», perché la proprietà presuppone una lingua normativa che non c'era. Di fatto era il toscano, la parlata normativa, senza nessuna Académie française e nessuna Crusca che la sancisse. «Volitabat per ora virum.»

Lo so, dobbiamo guardarci dalle esagerazioni del cuore; sono più che convinto, col cervello, che non ci siano lingue più belle e neppure più melodiche. Ma ricordate la categoria machiavelliana del «nondimanco»? Nondimanco, la panthera, che secondo il Physiologus era animale che richiamava e seduceva col profumo, redolebat, odorava, diceva Dante, dappertutto, ma in una parte più e meno altrove. Questo consenso universale c'è ancora oggi. Parliamo toscano, ma la panthera pare che abbia lasciato là ancora l'odore della sua tana. E un consenso troppo generale, sentito e immediato per ignorarlo. Non si tratta solo di pronuncia, che non è se non un aspetto d'una parlata: è la ricchezza e soprattutto esattezza lessicale. La gente comune di un romanzo di Cassola dice normalmente «scocciare un uovo» sul tegamino o «rigovernare» per lavare i piatti, e non finiremmo più. I non toscani possono parlare meglio, ma non con tanta esattezza e fedeltà. Quella dei dialetti.

E poi, diciamolo. Un toscano non cambia linguaggio e pronuncia mai, fuori di casa. Un non toscano in Toscana comincia subito a modificarla un po', la sua pronuncia, inavvertitamente, come se certi suoni suoi fossero poco presentabili. Non lo sanno, ma gli uni e gli altri proclamano a fatti la normatività del toscano. E se è così ora, perché non dev'essere stato sempre?

Ciò che si cerca all'unisono, senza saperlo o volerlo e averne vantaggio, è la verità, e la verità di una lingua è il suo «concetto». Tutti i volgari proponevano l'italiano e una scelta univoca e infinita lo ha trovato. Le scelte o le convenzioni linguistiche sono di questa natura. Solo dopo la loro riduzione a dialetto i volgari hanno potuto trovare la loro libertà e personalità letteraria. Senza Petrarca, non ci sarebbero Porta o Trilussa: una vera liberazione per i dialetti, la vittoria del toscano.