
Festa in piazza della Signoria - Firenze,
Palazzo vecchio, Camera di Gualdrada
L'Italia più Italia comincia con l'Appennino. Dallo spartiacque toscoemiliano si
comincia a parlare toscano. Dopo, dialetto e pronuncia non sono omogenei ma restano affini
almeno fino a Roma. Quello che i tedeschi chiamano il Kerngebiet, il «territorio
nocciolo», è in questi confini; e sono anche quelli primitivi dei popoli italici. Roma
è al suo sorgere una città di frontiera e il Tevere divideva il mondo italico da quello
etrusco; più tardi unificò l'Italia centromeridionale, poi l'intera penisola. Tulle le
capitali sono nate dalle loro nazioni, nel caso dell'Italia si può dire il contrario: è
stata Roma la madre delle città italiane. Questa espressione si ritrova spesso nelle
antiche cronache cittadine, ma non era affatto retorica, era coscienza delle origini. Nel
Duecento Roma era ancora il centro, non d'Italia, ma del mondo cristiano. «Desolata,
deserta, Roma è sempre il capo del mondo» dice Petrarca (Seniles XII). L'Italia,
per essere, come era e voleva, una grande realtà, doveva differire dalla capitale
universale, pur crescendo alla sua ombra. Il legame tra i comuni e il papato, il
guelfismo, non era solo politico e resterà proprio fino all'avvento di un'Italia
politica. Lo spirito laico è un fatto recente ed è forzato farne una continuazione dello
spirito ghibellino.
Questa Italia senza corte, affollata di comuni simili e rivali, nell'Antichità meno
popolata del Sud della penisola, ha ritrovato nel Duecento quello che potremmo dire,
romanticamente, il genio nazionale a cominciare dalla lingua e dalla poesia. La prima
lirica in volgare non e né provenzaleggiante, né curiale, né mondana, è una grande
preghiera, il Cantico delle creature di Francesco d'Assisi, in umbro. Non era ritenuta una
poesia, ma dà il la allo spirito dell'Italia duecentesca, in chiave di austerità e di
commozione. La Magna Curia ha dato una poesia laica e lieve, l'Italia comunale crea la
prima letteratura veramente grande d'Europa. Dante è al vertice di questa rivolta dello
spirito che ha modellato insieme la sua parola e i suoi contenuti, ben più grandi delle
grette vite comunali. Contenuti non sempre religiosi, come quello di uno Iacopone; ma
sempre seri, individuali, spiritualmente ambiziosi. Guittone, Brunetto Latini credettero
nel loro magistero. Perfino l'Angiolieri credette nell'amore e nella poesia molto più dei
siciliani; Dino Compagni nella patria e nella giustizia. Una sorta di provvidenza interna
produsse i due Dioscuri fiorentini, Cavalcanti e Dante; furono anche maestri di eleganza,
e di un'eleganza ben più interiore di quella della Provenza e della Magna Curia.
Ma si respirava, l'eleganza, in quella felice e originaria Italia del sì; anche
anonima, come quella del Novellino, o quasi anonima come quella di Folgòre. A
Firenze, che al tempo di Dante divenne la città più forte e più ricca dell'Italia
centrale, si manifesterà il vero genio nazionale, che non è nella parola ma nelle arti
figurative; ma la matrice è la stessa. Non si tracima di molto. Solo Bologna ha il caso
unico di Guinizzelli, e il fondo emiliano si sente. Oggi lo abbiamo fatto cittadino
onorario della cultura toscana con troppa facilità. Cosa impossibile per i
settentrionali, come il milanese Bonvesin de la Riva o il veronese Giacomino da Verona,
che esprimono nel loro onesto volgare «lombardo» quanto di più ridicolo potevano
esprimere un'età acritica e una terra impoetica. Marco Polo ebbe la buona sorte di
trovare un toscano che ne raccolse i racconti mirabolanti, che probabilmente si sarebbero
spenti tra le «ciacole» di Venezia. La quale però splendeva per coraggio, ricchezza,
ordine e genio politico. Piccola, dolce Inghilterra ante litteram.
