Luca de' Pulci dedica la sua opera, Le Pistole, a Lorenzo il Magnifico


La lingua italiana - come la francese, la provenzale, la spagnola, la catalana, la portoghese, la rumena, la ladina - deriva dalla lingua latina, ma non nel senso che ad una certa ora si generi, quasi staccandosi dal ceppo materno, così come un nuovo organismo fisico si stacca da quello che l'ha generato, bensì nell'altro che essa è la stessa lingua latina in un suo particolare modo e momento di svolgimento. La lingua italiana e le altre derivate in tal modo dal latino si chiamano neo-latine (nuovi latini, linguaggi latini moderni) o anche romanze, con parola derivata dalla espressione medievale Romanice loqui, con la quale si voleva designare il linguaggio dei romani, in contrapposizione a quello dei barbari. Per intendere però come mai da una sola lingua, il latino, siano nate parecchie lingue, e perché mai esse presentino oggi rispetto alla lingua da cui si sono generate così profonde differenze, bisogna percorrere rapidamente, nel suo concreto svolgersi, lo sviluppo storico della lingua latina nei secoli della decadenza e dell'alto Medioevo.

Via via che Roma conquistava nuove terre, per la straordinaria forza espansiva della sua civiltà, romanizzava così profondamente le nuove genti da sostituire al loro linguaggio il proprio. Ma il linguaggio che i coloni e i soldati romani recavano nelle nuove terre non era propriamente la lingua latina letteraria - quella che noi oggi conosciamo attraverso i grandi scrittori di Roma, Cicerone, Cesare e Livio - ma piuttosto il linguaggio parlato, il latino che si dice v o l g a r e, per contrapporlo appunto a quello letterario, e che, già variamente designato presso i romani come sermo rusticus, plebejus, vulgaris, ecc., si sviluppava per gradazioni svariatissime dal vivo linguaggio della conversazione colta al linguaggio della plebe e del contado, e si conformava diversamente da regione a regione, per effetto delle particolari condizioni ed esigenze economiche e spirituali delle varie genti sottomesse. Cosicché su tutto il territorio dell'Impero, se da un lato era nota la lingua letteraria, usata per le più alte necessità della vita politica e culturale, dall'altro poi fioriva nelle sue grandissime varietà - secondo il livello sociale dei parlanti e delle regioni dell'immenso territorio - il latino volgare che non bisogna però considerare, nel suo complesso, come a l t r a li n g u a da quella letteraria, ma nel medesimo rapporto con essa, in cui, ad esempio, stanno le moltissime parlate regionali italiane (da quella della familiare conversazione a quella schiettamente dialettale) rispetto alla lingua letteraria e comune. Finché durò in Occidente l'unità politica dell'impero si mantenne l'unità linguistica, e la lingua letteraria tenne unite tutte le genti sottomesse a Roma, ma quando l'impero si sfasciò, con l'unità politica andò perduta anche l'unità della lingua; e, avendo il latino letterario cessato di esercitare la sua azione di raffrenamento e di attrazione sui dialetti, le parlate volgari locali si svolsero in assoluta libertà e con moto sempre più rapido, sino ad apparire ad un certo punto profondamente diverse dalla lingua letteraria e comune, ed estranee le une alle altre; il che fu oltremodo favorito dal particolarismo e dall'angustia della vita feudale e dalla scarsezza degli scambi intellettuali ed economici nei secoli dal VI al IX. Col risorgere poi della vita intellettuale ed economica, specialmente dopo il Mille, non si ritornò, se non negli ambienti - del resto assai rari dell'alta cultura al latino letterario (il quale poi pur si era trasformato e corrotto attraverso l'esile tradizione di cultura dell'alto Medioevo, talchè si designa col nome di basso latino), ma ci si valse appunto delle parlate volgari. Quest'ultime, primamente, si andarono livellando, nell'ambito di ciascuna regione, col ripulimento dei dialetti locali, finché, uno di questi linguaggi locali, via via che si andarono costituendo le nazioni moderne, prevalse sugli altri e assurse a dignità di lingua letteraria.

Anche in Italia avemmo, dal X secolo in poi, questa rielaborazione unitaria dei volgari latini, che si compie prima attraverso i livellamenti regionali, e poi col primo costituirsi di una lingua nazionale derivata da un particolare linguaggio della penisola. Codesto linguaggio fu il fiorentino, che prevalse sugli altri, e per la maggiore conformità che con il latino letterario hanno i dialetti toscani e quello fiorentino in ispecie - ed era naturale che nel costituirsi di una lingua letteraria e comune in Italia si guardasse al latino -; e per la posizione geografica della Toscana, posta quasi al centro della penisola, e perciò tale che il suo linguaggio potesse avere efficacia diffusiva al nord e al sud; ma, soprattutto, per il fatto che la nostra letteratura delle origini, nei secc. XIII e XIV, dopo un breve e caduco fiorire in altre regioni d'Italia, e particolarmente la Sicilia, alla corte degli Svevi, fu tutta toscana, e più specialmente fiorentina; e che essa fu elevata a grandissima altezza sia in prosa che in poesia, da Dante, dal Petrarca, dal Boccaccio, che in ischietto fiorentino, nonostante le loro stesse dottrine o i loro retorici propositi, composero le loro opere immortali. Naturalmente, nel corso dei secoli, la nostra lingua si andò arricchendo di particolari espressioni derivate anche da parlate non toscane, per l'influenza che sul suo continuo formarsi ebbero scrittori di ogni parte d'Italia e per le arricchite esigenze della vita; ma sostanzialmente ancor oggi la nostra lingua, nella struttura sintattica, nel gran corpo lessicale, nelle particolarità fonetiche e morfologiche, è toscana e più particolarmente fiorentina. Possiamo dunque, concludendo, dire che la nostra lingua è il naturale svolgimento del latino volgare, così come si è attuato sul suolo di Toscana e particolarmente a Firenze, divenuto lingua letteraria per un complesso di efficaci fattori storici, geografici e letterari, e arricchito poi nei secoli - specie nel lessico, ma senza che ciò sia valso ad alterarne la essenziale toscanità - pel contributo degli scrittori di ogni parte d'Italia.