La vita contadina ad Assemini
LA COLTURA DEL GRANO
ai primi del 900
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Oggi purtroppo sono poche le persone che svolgono questa attività e appunto per questo, noi vogliamo ricordarla per quello che ha rappresentato in passato, in modo da poterne comprendere gli antichi valori. La scienza ha fatto in questo campo grandi progressi, per cui ai vecchi strumenti sono subentrati macchinari sofisticati per rendere meno faticoso il lavoro dei contadini. Avremmo voluto presentare un quadro completo di tutti i tipi di coltura praticati ad Assemini ma, per motivi di spazio, ci limiteremo ad affrontare gli aspetti fondamentali di quella che è sempre stata, nel nostro paese, la coltura più importante: il grano. Non avendo vissuto in questo periodo non possiamo che documentarci tramite le informazioni forniteci dai genitori, dai nonni e dagli anziani. Da loro abbiamo sentito parlare delle fatiche e dei sacrifici che i contadini di quellepoca hanno patito per riuscire a ricavare dalla terra lindispensabile per vivere, ma siamo anche venuti a conoscenza dell unità familiare, dellumiltà, generosità disponibilità ad aiutarci lun laltro e delle tecniche rudimentali di cui facevano uso per il lavoro dei campi.
Classe III A - anno scolastico 1996/97
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Laratura dei campi di grano avveniva allincirca nel mese di Cabudanni (Settembre).
Si cominciava bardando i buoi o i cavalli con dei finimenti, assicurandoli poi
allaratro per mezzo di robuste catene. Così si iniziava
laratura, operazione che richiedeva molto tempo (per arare 1 ettaro di terreno ci
voleva circa un giorno). Esistevano due tipi di aratro: sarau de
ferru (laratro di ferro)e sarau
de linna (laratro di legno). Cominciando dallesterno il
contadino gettava con laratro la terra verso lesterno. Dopo
aver tracciato il primo solco non si fermava, ma proseguiva sul lato minore del campo.
Tracciato anche questo solco si fermava per far riposare i buoi e per poter pulire
laratro con sa poitta, che era una spatola di ferro in cui veniva inserito su strumbu, costituito da sa pettia (un ramo secco) e da sa
spina (un chiodo per pungere i buoi). Poi riprendeva il lavoro
sullaltro lato maggiore operando allo stesso modo. Così, ad ogni solco, ci si
avvicinava sempre di più al centro del campo, finché rimaneva un solo solco. Un altro
modo di arare, anche se meno usato, era quello a spirale, sempre cominciando dal bordo
esterno.
I più esperti si avvalevano spesso di un altro metodo, che era anche il più
difficile; i contadini iniziavano ad arare al centro, procedendo perciò in senso inverso
finché venivano a trovarsi sul bordo esterno del campo.
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Il contadino sosteneva col braccio sinistro
sa sporta (cesta fatta in giunco, contenente la semenza) e con la mano destra spargeva i semi. Altri tipi di contenitori usati per la semina erano: una sacca con tracolla in pelle, oppure sa betua (bisaccia) in tela di sacco.Se il terreno era molto vasto, un solo uomo non era sufficiente e allora ognuno delimitava la propria area con un solco (questa operazione era detta tracciai sa dua) e seminava la propria parte. Una volta terminata loperazione della semina si passava sul terreno su tragu (lapice) strumento usato per sgretolare le zolle e per mandare i semi in profondità oppure su strimpadori
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Su pei de sarau (il piede dellaratro) che era una barra di ferro sagomato. Sarroda (la ruota) che era una piccola ruota di ferro collegata ad un registratore di profondità. Su ganciu (il gancio) era attaccato al piede dellaratro e serviva per agganciare la catena. Sa teba (il versoio) aveva la funzione di rovesciare e frantumare la fetta di terreno tagliata dal vomere. Sorbada (il vomere) organo principale dellaratro, era costituito da una lama di acciaio appuntita anteriormente e disposta di piatto col taglio inclinato rispetto alla direzione dellavanzamento. Serviva a tagliare orizzontalmente la fetta di terreno che il versoio rovesciava. Sa coitta (piccola corda): parte terminale del versoio e serviva per mantenere in equilibrio laratro. Is istevas: erano i bracci dellaratro. Is manunzas (le manopole): parte terminale de is istevas. Erano destinate allimpugnatura e quindi opportunamente sagomate. Su paramanu (il paramano) che proteggeva la mano delluomo. Sa guida de is odriangus: dove passavano le corde per la guida che venivano collegate alle orecchie dei buoi.
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Per mietere un ettaro di terreno erano necessari 10-dodici uomini. Si affilavano is farcis (le falci) battendole con un martello e si partiva in gruppo di buon mattino po messai (per mietere). Ogni mietitore aveva una spigolatrice che raccoglieva le spighe rimaste per terra e che lo dissetava, quando era necessario, passandogli su frascu (contenitore dacqua).
Con le spighe mietute si faceva sa maniga de trigu (il covone)che era costituita da sette, otto mannùgus (mannelli , ossia fasci sottili di steli mietuti) messi insieme dai mietitori. Il covone veniva legato con su liatrògiu (fuscello di grano)oppure con fuscelli di paglia o di giunco. Questa operazione era detta imbroncibai su mannùgu oppure alliai sa maniga. Si lasciavano poi i covoni per alcuni giorni radunati in piccoli mucchi sul campo fino al momento della trebbiatura (i covoni venivano sistemati in modo da proteggere al massimo le spighe).Passava poi, per il trasporto dei covoni nell aia , un carro, con sa carruga (una specie di gabbia sistemata sul carro), costituita da un cerchio di ferro sostenuto da paletti di legno. I covoni di grano, ammassati in grandi mucchi, venivano così caricati e trasportati fino a sargiola (laia), che era uno spiazzo di terreno assodato per la trebbiatura. Nellaia si faceva sa serra de su trigu (luogo a parte per il grano), poiché il raccolto andava protetto dalla pioggia. I covoni venivano sistemati di fronte alla zona in cui si doveva argiobai (trebbiatura col bestiame), con le spighe rivolte verso il basso tutte ben allineate , in modo da scacciare lacqua in caso di eventuali piogge che avrebbero potuto danneggiare il prodotto. Questa sistemazione delle spighe veniva effettuata anche per motivi estetici e per un controllo sul quantitativo (per paura di eventuali furti). Si lasciava essiccare il grano per qualche giorno, fino ad arrivare alla fine della mietitura poi lo si trasportava nella zona dellaia adibita alla trebbiatura.
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A occhio, oppure con uno spago, si tracciava un cerchio sul terreno e vi si depositava allinterno il grano: i covoni venivano sistemati in un primo momento nel perimetro con le spighe rivolte nel senso della rotazione e poi si depositavano tutti gli altri covoni e si riempiva così tutto il cerchio, lasciando però libera la parte centrale dove stava un uomo che faceva girare intorno uno o più cavalli, che con gli zoccoli dovevano pestare il grano. Quando questo era in parte già calpestato si legava al cavallo sa tella (una pietra di 30-40 Kg) che aveva un buco attraverso il quale passava una catena che arrivava a delle stanghe di legno che, a loro volta, erano collegate alla collana dellanimale. Questa pietra serviva per frantumare il grano in modo più consistente.
I cavalli venivano fatti correre in senso orario e, un quarto dora dopo, in senso antiorario e così via per ore e ore. Non si lavorava tutto il giorno , venivano scelte le ore più calde perché il grano fosse più secco e di conseguenza più fragile al calpestio delle bestie. Se il grano era poco si riusciva a terminare il lavoro in un giorno altrimenti occorrevano più giorni. Mentre i cavalli giravano, alcune persone, con su trabùtzu de ferru (il tridente di ferro) rimuovevano il frumento in modo che si frantumasse anche la parte che era rimasta sotto e la trebbiatura fosse uniforme in tutto il prodotto. Si aspettava un giorno di vento per lanciare in aria con sa pala de bentuai (pala di legno per sventolare) il frumento misto alla paglia, in modo che, dalla parte contro vento cadessero le parti pesanti (li grano e i nodi della spiga) e, nella direzione del vento, la paglia. Poi un uomo rastrellava con sa scova (la scopa) su nuu mannu (il nodo di giunzione della spiga allo stelo). Una volta che il grano era ripulito si passava con su scibittu de ferru (il setaccio) per eliminare gli eventuali nodini che erano rimasti. Terminato questo lavoro si procedeva a unaltra curiosa operazione: sa massa de su trigu (il mucchio di grano sistemato a cono rovesciato) si pintada (si pitturava), si facevano cioè dei disegni con la pala che veniva usata per sventolare, per impedire che, durante la notte, il raccolto venisse rubato. Spesso, in cima al mucchio, si disegnava una croce. Il grano veniva lasciato al sole per uno o più giorni e poi veniva insaccato.
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il primo uomo prelevava dal mucchio il grano con su cubeddu (che era una specie di piccola botte in legno di circa 25 l) e riempiva sa masura, che era invece un contenitore cilindrico in lamiera brunita e aveva due cerchi in ferro (uno alla base e uno in alto) e un listello sempre in ferro a filo col bordo. il secondo arrasada (eliminava cioè il contenuto in eccesso passando sulla misura unasticella in legno che livellava il grano). il terzo versava la misura in un sacco il quarto reggeva li sacco il quinto lo legava.
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UNITA DI MISURA UTILIZZATE DAI CONTADINI
SIMBUDU |
3.3 LITRI |
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SA MASUREDDA |
5 LITRI |
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SA MASURA |
20 LITRI |
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SU CUBEDDU |
25 LITRI |
UNA QUARRA |
20 Kg. |
SU MOI |
50 LITRI |
DUAS QUARRAS |
40 Kg. |
Un quintale di grano equivaleva pertanto a duus mois e una quarra.
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